Oltre i confini

di Valentina Riva

 

immagine in copertina di Sarah Maxwell

 

 

Pelle ambrata vestita d’acqua di seta turchese…

No.

Pelle d’ambra vestita di mare e di sabbia

Sbatto la penna sul foglio, ingoio un’altra boccata d’aria bollente e guardo l’orologio per l’ennesima volta: 14.30. Il suo ritardo mi logora, ho paura che oggi non verrà. Allontano una vespa venuta a succhiare le gocce zuccherose sul tavolo e apro un’altra birra. La voce di mio padre mi raggiunge da dietro come un proiettile, faccio appena in tempo a nascondere la lattina. Viene avanti, mentre le sue labbra sputano nuove spine per la mia carne. Le critiche le rivolge a me, ma lo sguardo no, come se bastasse spostare gli occhi da un’altra parte per cancellarmi. Se potesse, mi coprirebbe con un velo in modo che nemmeno gli altri possano vedermi. Quando striscia nelle strade dei paesi di provincia, la vergogna prende sfumature violente. Finalmente, mio padre se ne va, ma la sua nebbia velenosa resta a soffocarmi da dentro. Eppure, riesco ancora a sorridere perché so che, nonostante tutto, mi rimane l’inchiostro: la mia voce blu. Chiudo gli occhi e passo una mano sulla testa; i capelli rapati mi solleticano il palmo. Ah, se solo lei fosse al mio fianco troverei il coraggio di affrontare mio padre e di uscire da questo cespuglio di rovi, ma siamo solo io e il ritratto in bianco e nero sul retro di “Storie di ordinaria follia”. L’odore di terriccio umido delle sue pagine ispessite è molto più confortante della puzza chimica dei fogli lucidi e taglienti del libro di latino che avrò aperto tre volte in tutto. Sono come lui, sono come Charles e io e lei insieme potremmo essere come Charles e Cass; o forse, sarebbe più facile essere acqua per scorrere via senza far rumore, per cambiare forma, per scivolarle addosso, per attraversare le sue labbra per un bacio. Anche un unico bacio. Bevo ancora. La birra mi cola sul mento e infiamma i tagli della rasatura. La vespa è tornata a girare proprio intorno ai grumi di sangue; agito le braccia, ma questa volta non riesco a mandarla via. Mi alzo di scatto, per un attimo il mondo diventa nero e le ginocchia si piegano. Entrerò a prendere un bicchiere d’acqua e poi tornerò qui ad aspettarla ancora per un po’. Muovo un passo fuori dall’ombra, ma il giardino inizia a girare.

Cicale. Afa. Buio.

L’erba ispida mi graffia la schiena; apro gli occhi e li strizzo alla luce pungente, mentre un fruscio si insinua nell’aria, qualche metro sopra la mia testa: oh no, le mie poesie… devo raccoglierle, mio padre non deve trovarle. Mi tiro su piano, tastando il corpo alla ricerca di ossa rotte, lividi o rivoli di sangue, ma un rumore di passi mi interrompe e risucchia tutti i miei sensi. Volto le spalle ai fogli che continuano a navigare verso il basso, mi spingo fino alla siepe e infilo lo sguardo dove le foglie sono più rade. Finalmente è arrivata e oggi è ancora più bella; dev’essere per via del costume bianco. La nebbia dell’alcol deve essersi dissolta completamente perché ogni cosa è nitida e affilata. Getta l’asciugamano all’angolo della vasca, bagna un piede, lo ritrae e si siede sul bordo di pietra ad agitare l’acqua con una mano. Respiro con le labbra, sento sulla lingua il sapore della sua crema solare che è nell’aria, è nel vento. Concentro lo sguardo sui lembi di pelle che incorniciano il bikini. Si immerge e tutto si fa velato come in un sogno perché ora lei è una libellula in una vasca di luce. Sul tavolo, due libri. Dopo il bagno leggerà, come sempre. Vorrei dirle che anch’io ho la passione per la lettura, vorrei sapesse che scrivo per lei. Busserò alla sua porta e le parlerò. Questa volta giuro che lo faccio! Magari con una scusa, o potrei semplicemente presentarmi perché, dopotutto, fare visita ai nuovi vicini sarebbe un gesto di buona educazione. Mi ripulirò dall’erba che mi è rimasta addosso e andrò. Mi precipito in bagno. Tiro via la maglietta. Arrotolo i pantaloncini fino alle caviglie e li lancio nel cesto dei panni sporchi con un calcio. Sfilo le mutande e… lo stomaco si contorce. Sangue. È già quel periodo del mese. Entro in doccia e rimango ferma sotto il flusso d’acqua che continua a curvarsi su queste stupide prominenze di carne, su questo corpo bianco che non è capace di scorrere via, né di cambiare forma, nemmeno con il rasoio sul lavandino e il cestino pieno di ciocche nere. Andrò da lei un altro giorno.

Valentina Riva vive a Dublino da diversi anni. È laureata in Scienze della Comunicazione e in Economia. Di giorno lavora come Finance Manager, di notte scrive. Ha pubblicato il suo primo racconto con Historica Edizioni e ha seguito un corso di scrittura presso La Scuola del Libro. Il suo cassetto nasconde un romanzo in fase di editing, storie varie e pensieri sparsi.

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