“L’esatta divisione dell’aria”. Anna Cavalletti: la poesia e l’amicizia con Cristina Campo.

 

a cura di Ivana Margarese

 

Ho incontrato Anna Cavalletti mentre leggevo la biografia di Cristina Campo e ho immediatamente avvertito l’importanza di questo legame, ferocemente interrotto a causa della morte di Anna, appena diciottenne, sotto la prima bomba che cadde su Firenze, il 25 settembre 1943.
Cristina rimarrà sempre legata al ricordo di questa amica, tanto da scegliere non soltanto di pubblicare parti del suo diario all’interno del Corriere dell’Adda, nell’inserto La posta letteraria del 20 marzo 1953, ma di includerla nell’elenco di autrici destinate a entrare in quell’ “Antologia delle ottanta poetesse” che non vedrà mai la luce, accanto a quello di Saffo, Vittoria Colonna ed Emily Dickinson.
Il destino di Anna è di morire diciottenne, con la madre, durante il bombardamento fiorentino. Vittoria/Cristina ne è ammutolita. Sperimenta lei già nata con una malformazione al cuore, il dolore di ciò che non si comprende, un dolore che è possibile bilanciare solamente con un sentimento di temeraria fiducia. Laddove altro non si manifesta, non si può che scegliere di prendere in custodia ciò che resta per farlo germogliare altrove.
Questa trama incomprensibile delle cose del mondo, visibile solo in un lampo, a cui occorre affidarsi, abbandonarsi, tornerà più volte nelle riflessioni della Campo, in particolar modo nella figura del tappeto, a cui la scrittrice dedica peraltro un breve saggio dal titolo “Il flauto e il tappeto”.
Due mesi dopo la morte dell’amica, Cristina scriverà al padre, Guido Guerrini, in una lettera datata 12 novembre del 1943 su carta velina ( e la carta velina diventa metafora casuale di uno stato dell’essere che intreccia fragilità e resistenza) queste parole:

Papà carissimo, la mia calligrafia stessa dovrebbe apparirti diversa, stasera! Quando siamo entrati in casa ieri nel pomeriggio, M. ed io, ho avuto per un attimo la sensazione di naufragare nel nulla. Mi pareva superiore alle mie forze vivere ancora in una casa e in una stanza dove avevo tanto amato e creduto ed atteso, ora che non credo e non aspetto più nulla, ora che amo soltanto ciò che ho perduto. Se tu sapessi papà che cosa è passato in me in questi due ultimi mesi! Altro che saccheggio, che bombardamento! Negli ultimi giorni di Careggi, avrai notato, mi ero calmata: e sai perché? Perché avevo deciso di rinunciare, una volta per tutte. A che? Non saprei dirti esattamente, ma…a tutto; al futuro, a quell’ardente protendersi in avanti che finora era stato il mio atteggiamento naturale […] Ma iersera, trovando le tua lettera, tutto il sangue e mi è affluito al cuore: sono certa che mi crederai se ti dico che mi sono inginocchiata e ho ringraziato il Signore. E adesso sento e vedo che tutto non è ancora perduto – che si può ancora sentirsi vivi e cioè volere qualcosa. Papà non dubitare: scriverò, scriverò bene. Certo finora la giovinezza (starei per dire l’infanzia, perché fino a questo settembre io sono stata assolutamente, integralmente nella piena infanzia, bambina dalla testa ai piedi) lavorava per me, spingeva la mia mano sulla carta come il sangue nelle vene. E ora ho tanto sofferto che non so se potrò parlare distintamente agli altri: se rileggo i miei ultimi appunti mi sembrano così soli e chiusi! Però voglio tentare tutto, papà caro; e vedrai che, a Dio piacendo, non ti deluderò. Ho tante cose da dire! Quasi direi da salvare: tutta la tragica bellezza di ciò che è passato in noi e vicino a noi – cose che io sola sento di aver visto e sentito fino alla sofferenza e che assolutamente non devono morire.

Cristina vuole essere una testimone dell’invisibile, di ciò che seppure perduto non deve morire. Ecco che la presenza di Anna torna ancora nella lettera al padre in un breve passaggio in cui scrive: “Forse la mia abitudine al soliloquio, quel modo di scrivere “a chiave” che avevamo Anna ed io, scrivendo quasi sempre l’una per l’altra”.


Uno scrivere l’una per l’altra dunque, un trovare aria e forma ai pensieri. Come ogni futuro rapporto di amicizia anche questo viene intensamente vissuto dalla Campo e trova radice nella condivisione della esperienza del leggere e dello scrivere.
Con il titolo L’esatta divisione dell’aria, tratto da un verso della stessa Cavalletti, Edizioni Cenere ha di recente pubblicato quanto resta dei suoi Diari dal 1942 al 1943. Una testimonianza preziosa sia dal punto di vista biografico, anche per i rapporti con la Campo, sia dal punto di vista letterario.
Il Diario è una raccolta di appunti, descrizioni, slanci poetici. Sotto traccia la serietà che da giovani consente di aprirci al mondo con un senso lirico delle cose, sentimento che al suo acme evoca persino la vicinanza alla morte, come estremo atto di pienezza gioiosa. Mi viene in mente una espressione usata da una persona che ho avuto cara e che al tempo mi pareva perfettamente azzeccata: insieme si tracimava.

Un debordare dunque che nelle parole di Anna Cavalletti è spesso evocato:

3 febbraio

Tutto è splendidamente sereno ed armonioso. Nei momenti in cui sono tanto felice, mi viene voglia di morire. Non per viltà, ma per ringraziare direttamente Dio.

17 febbraio 

Un’esistenza: l’esatta divisione dell’aria: con la morte, l’aria si unisce e si chiude di nuovo. Nessuno si dovrebbe accorgere della differenza… io vorrei occupare poco posto.

Saremo dimenticati presto, nello svolgersi di un Natale; allora, quando sulla terra non sarà rimasto nulla di noi, potremo creare belle mattine e belle sere, come Costanzo.

Vivere sempre pronti, nella pura attesa della morte: perché, se la vita è così bella, come dev’esser bella la morte, Signore!

29 aprile 

Come si capisce tutto di una persona, dopo la sua morte: la linea della sua fronte: l’ombra azzurra degli occhi sul volto abbassato – e il suo modo di stare seduto proprio in mezzo al lettino…

Nessun atteggiamento andrà perduto sulla terra: tutto rivivrà in altri giorni.

L’altro elemento costante nei versi di Anna è la ricerca dell’Altro, un altro di cui non si distingue ancora bene il volto, ma che si sente essenziale nel proprio percorso, nonostante si avverta fortemente come la forma dell’esistenza sia intagliata di solitudine: “Ho già fatto l’elenco dei fiori, degli alberi e delle persone nostre – ora non ho più niente da scrivere. Vorrei essere in una casa isolata, vicino a un canneto, in una mattina di novembre piena di vento. Le gru volano gridando. Un uomo alto, vestito di nero, è in piedi vicino al fuoco e si prepara a partire…”.
Infine più volte Anna parla di amicizia, osserva dalla sua finestra persone che immagina amiche e lei stessa invoca, immagina un treno e una partenza con l’amica adorata, da grandi, quando alcune cose importanti saranno già state fatte e si sarà libere insieme. Ogni amicizia del resto da giovani si nutre di immaginazione e ipotesi sul tempo che verrà e di cui pur sapendo pochissimo si vorrebbe essere seri e allegri interpreti. Un’immaginazione di orizzonti che crescendo, tra gli affanni quotidiani, perde quel mistero che in quel tempo abbiamo riconosciuto all’altro e a noi stessi e che ci ha fatto vivere sfidando e ridendo insieme, con grande, condivisa, serietà:

3 luglio

E quando saremo grandi e avrai scritto il tuo racconto faremo un viaggio a Friburgo, in dicembre, e disegneremo col mignolo sui vetri del treno. Ma ci sarebbero ancora molte cose da dirti: del dolore: ogni soffio di vento e ogni foglia alitano sul cuore così profondamente leggeri che esso prende la loro forma: del pudore di dire la propria sofferenza, mentire ad ogni costo per dire cose vere in uno stato di falsità, per l’amore di esse: raggiungere il fondo, proprio il fondo di un ambiente negativo, per estrarne la possibilità di cose meravigliose…

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