Troppo bardo per essere vero: “Amarsi con Shakespeare” di Maurice Charney. Dialogo con Alfonso Geraci, curatore dell’edizione italiana

a cura di Giovanna Di Marco

Amarsi con Shakespeare è un saggio di Maurice Charney  recentemente pubblicato dalla casa editrice Sellerio e tradotto e curato da Alfonso Geraci. Questo studio nasce, per ammissione del suo stesso autore, dopo la lettura di Esteem Enliverede by Desire: The Couple from Homer to Shakespeare (1992), la monumentale opera di Jean H. Hagstrum, che invero si presentava abbastanza debole relativamente alla parte che affrontava il tema dell’amore nell’opera del Bardo.

L’argomento, assai variegato, viene affrontato da Charney per temi: dal ribaltamento, fino alla satira, del modello petrarchesco, al soggetto affrontato nelle varie commedie; dalle questioni di genere intorno al femminile (si ricordi che, ai tempi di Shakespeare, i personaggi delle donne erano comunque interpretati da uomini)  all’omoerotismo; dalla ‘dottrina’ dell’amore nelle tragedie, ai giochi di parole e doppi sensi, che ribadiscono la natura sensuale di questo sentimento, a dispetto di qualsivoglia percorso verso l’illuminazione spirituale.

Ne abbiamo parlato con Alfonso Geraci, curatore e traduttore della versione italiana del testo. E abbiamo parlato soprattutto delle motivazioni di alcune sue scelte di traduzione, sia sul piano speculativo che su quello attuabile.

Parlaci della vicenda che ti ha visto traduttore e curatore dell’edizione italiana di quest’opera.

La vicenda è un po’ buffa, perché a Sellerio avevo inizialmente proposto un altro libro di questo straordinario personaggio che è Maurice Charney, ex presidente della Shakespeare Association of America, un grande esperto del Bardo che però ha scritto anche di psicanalisi, comicità e romanzi erotici. Quel testo di Charney avrebbe potuto intitolarsi, in traduzione italiana, Invecchiare con Shakespeare, e risultare più consono al mio essere diversamente giovane! Ma durante una visita in casa editrice mi sono lasciato sfuggire dell’esistenza di Shakespeare on Love and Lust, (che non avevo ancora letto), provocando una vera e propria rivolta dei membri del Politburo selleriano presenti: il resto, se non è storia, è certamente Amarsi con Shakespeare. Inutile dire che avevano ragione i miei ex compagni di lavoro: questo libro si è rivelato anche più bello dell’altro e tradurlo è stato appassionante, magari troppo…

Nell’inserire le citazioni dell’opera del Bardo, a volte ti sei avvalso di traduzioni preesistenti, in altri casi hai tradotto direttamente tu. Spiegaci il perché di questa scelta.

Può sgomentare il fatto che nel caso del precedente libro shakespeariano pubblicato da Sellerio, I personaggi del teatro di Shakespeare di William Hazlitt, io e Francesco Romeo – corresponsabili della versione italiana – abbiamo fatto la scelta opposta: un solo traduttore (Gabriele Baldini) per tutte le citazioni. Il punto è che l’ottocentesco Hazlitt, citazionista inveterato eppure originalissimo (come osservò Saintsbury), “cita, allude, deforma, sbaglia perché cita a memoria o modifica di proposito la citazione per adattarla alla frase che sta scrivendo” (così scrivevamo nell’Avvertenza dei traduttori al volume hazlittiano). Di fronte a tali giochi di fuoco, il ragionamento di Francesco – un acutissimo docente di letteratura nonché, in coppia con Dario Ricciardo, editore di Corrimano – e mio è stato quello di assicurare al lettore un minimo di terreno solido: una sola “voce italiana”, dunque. Ma il caso di Charney è molto differente: come succede con la maggior parte dei critici statunitensi dal New Criticism in poi, c’è in prima battuta un fortissimo aderire alla “superficie”, alla “lettera” del testo: e  così – scusa se cito me stesso! – “per dar conto delle sfumature verbali, degli echi intertestuali, dei giochi di parole, etc. caparbiamente inseguiti da Maurice Charney è stato necessario ricorrere a differenti traduzioni anche della stessa commedia o tragedia, e alla bisogna tradurre ex novo” (dalle Istruzioni per l’uso del volume).

Questo saggio di Charney risale a vent’anni fa, ma risulta molto attuale relativamente alle tematiche di genere. Come interpreti questo fatto?

Be’, in America le pratiche e il pensiero del femminismo si sono sviluppate in una certa misura prima che in Italia; e già vent’anni fa era senz’altro impossibile “sopravvivere” ai livelli di discussione frequentati da Charney senza un confronto serrato e informato con le letture di Shakespeare al femminile di una Susan Snyder (che ho scoperto grazie a questo lavoro) o di una Coppélia Kahn, nonché delle britanniche Lisa Jardine e Catherine Belsey, giusto per fare qualche nome. E Charney – senza rinunciare a un suo punto di vista – si è lasciato felicemente “contaminare” da tutte queste voci: basta vedere la sana smitizzazione del personaggio di Cleopatra, in passato “incautamente  idealizzato a mo’ di essere trascendente oppure svillaneggiato come tentatrice” (p.124) dai critici maschietti, che se ne innamoravano e poi magari rimanevano delusi… Ed è notevolissimo quel puntare il dito sulla misoginia del personaggio di Amleto – tutti gli vogliamo bene,  ma non è chissà quale Profeta dell’Umanità ! – di regola sottaciuta in nome di una fiabesca, assoluta “contemporaneità” del  “prence danese”.

Qual è stata la difficoltà maggiore di questo lavoro?

La cosa più difficile in assoluto era rendere l’espressione charneyana – che viene fuori esplicitamente solo un paio di volte ma è sottesa a tutto quanto il libro – di “absentee author”, ovvero di un autore “curiosamente invisibile” (p. 262). Infatti Shakespeare è molto diverso dai coevi Ben Jonson e Christopher Marlowe, che in certa misura  proiettano la propria personalità nelle rispettive opere. Capire “da che parte sta” o “cosa ne pensa” Shakespeare – dell’amore e di quasi ogni altra cosa – è spesso maledettamente difficile. Hazlitt – bardolatra ma anche giacobino – lo ha colto con le mani nella marmellata politica del Coriolano:  una sera, dopo Waterloo, va a teatro e tutto d’un tratto si accorge che il suo idolo sta dalla parte dei patrizi, dei potenti. E lì parte la tirata per cui “Shakespeare sembra avere un debole per il versante dispotico della contesa”, che come sai è una delle mie ossessioni. Ma questo è un caso raro, è il più delle volte il Bardo è effettivamente l’equivalente drammaturgico dell’absentee landlord, cioè il “proprietario terriero assenteista”. Trovavo difficile rendere questa formula in maniera chiara e non pallosa, per cui ho lanciato un appello su FaceBook. Tante le soluzioni  interessanti proposte, ma la migliore l’ha suggerita una persona che non fa parte del mondo dell’editoria: “autore dietro le quinte”, una resa piuttosto libera che coglie perfettamente il punto e per giunta fa rientrare nel concetto  il mondo del palcoscenico.

 

Come intendi tu la traduzione sotto il profilo teorico e sotto quello pratico?

Per il punto di vista pratico devi domandare a Floriana Ferrara, che oltre ad essere una delle massime editor del panorama italiano ha anche la disgrazia di seguire le mie traduzioni, e che ancora una volta ha sfoggiato la sua proverbiale calma olimpica di fronte ai miei dubbi, ritardi e cambiamenti dell’ultimo minuto. A Floriana, che “pone” tutte le questioni possibili con una ammirevole cultura del sospetto, ma “non impone” (quasi) nessuna decisione finale, devo almeno il 25% di quello che – nel bene o nel male – sono riuscito a fare in questo campo specifico. Per quanto riguarda la teoria… la risposta secca è: “tradurre significa cambiare” (cit.), perché passando da una lingua ad un’altra capisci immediatamente che di fatto non esistono “corrispondenze uno ad uno” fra le parole e tantomeno esistono automatismi di resa. Questo è vero già a livello di denotazione, cioè di significato “immediato” del termine: basta pensare che certe popolazioni nordafricane hanno 40 termini diversi per il nostro “cammello” e che i giapponesi dicono “io” in 43 maniere differenti [vorrei precisare che non vengo da studi etnolinguistici: queste le cose le ho sentite rispettivamente da Marzia, una mia allieva, e dal collega Andrea Maniscalco]. Passando poi alla connotazione, e cioè a tutte le associazioni mentali che subito scattano intorno ad una data parola, la cosa si complica e ramifica ulteriormente perché entra in gioco l’insieme delle differenze linguistiche e soprattutto culturali. Il nostro Ottocento era forse più avvertito in merito alla questione, se quando una contessa amica sua gli racconta Delitto e castigo, che ha appena finito di leggere in lingua originale, Federigo Verdinois (uomo di lettere casertano che fu il primo traduttore italiano di Dickens e di parecchi dei grandi russi) sbotta: “Voglio voltarlo in italiano!”. Ora, mentre tradurre  viene dal latino tradùcere, con una forte idea di “trasportare” qualche cosa da un posto all’altro (come la mozzarella di quel noto supermercato palermitano, che si può gustare tale e quale anche a Londra, acquistandola presso la locale sede della catena, dove viene spedita dall’Italia), voltare viene invece da volvitàre, con l’idea del “far mutare”. La madre anteguerra il cui figlio finisce al riformatorio perché portato “a mala strada” dagli amici, esclama: “quel ragazzo me l’hanno voltato!” (Fernando Palazzi,  Novissimo Dizionario della lingua italiana, Ceschina, Milano 1939).  Il problema è che per poter mutare e adattare devi (idealmente) cogliere anche le minime sfumature del testo di partenza! In effetti ha ragione l’arabista Barbara Teresi: il traduttore è un Gattopardo, nel senso che  “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

 

Biografia

Alfonso Geraci, traduttore, editor e  critico letterario, vive  e lavora a Palermo. Tra le numerose versioni dall’inglese: Charles Dickens Il Viaggiatore Senza Scopo [prima traduzione italiana] per IULM e Bompiani; e, per Sellerio, William Hazlitt I personaggi del teatro di Shakespeare  [prima traduzione italiana, con Francesco Romeo], David Kamp e Lawrence Levi Dizionario Snob del Cinema [uno dei Libri dell’Anno del Sole 24 Ore], Bill James Il detective è morto [uno dei Libri dell’Anno della Gazzetta dello Sport]. Da alcuni anni insegna Traduzione Letteraria presso scuole di scrittura e scuole superiori, e nella Summer School dell’Università di Palermo.  In passato ha lavorato a lungo nelle case editrici dirette da Elvira ed Enzo Sellerio. Ha fatto parte della redazione della rivista Niño (diretta da Marcello Benfante) e dal 2015 al 2021 della webzine PalermoGrad, curando la rubrica Il Fronte Culturale.

 

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