Dialogo con Veronica Tomassini

a cura di Giorgio Galli

In Alfabeto pirandelliano, Sciascia cita un passo di Savinio: i personaggi di Pirandello, scrive Savinio, non sono poi tanto lontani da quelli di Dostoevskij, e la letteratura siciliana ha delle affinità con quella russa. Da questa suggestione sono partito per un dialogo con Veronica Tomassini, scrittrice siciliana -anche se tiene a precisare le sue origini abruzzesi e umbre- che si definisce slavofila ed è da sempre appassionata di cultura slava. In questo momento, Veronica sta pubblicando a puntate, sulla rivista “Pangea”, le Storie del Tempio, prima sua opera che “parli” esplicitamente della Sicilia, e con essa sta creando una mitologia -con una forza linguistica degna del menzionato Savinio- su sentimenti tipicamente siciliani, come l’attesa e il senso di immoto.

Cara Veronica, trovo che gli scrittori siciliani, al loro meglio, combinino un estroso senso della forma a un sentimento preciso e incombente della morte. Così è nella tua prosa. E così è, spesso, nella scrittura dei russi -pur con diversa atmosfera e declinazione- ma non solo dei russi: mi viene in mente ad esempio il Danilo Kis dell’Enciclopedia dei morti, un libro dotato di una perfezione formale quasi imbarazzante. Tu cosa pensi dell’affermazione di Savinio? La trovi veritiera? Riscontri anche tu delle affinità fra la scrittura siciliana e quella russa e slava?

Il dolore attraversa il destino di entrambe, la tradizione russa e slava e la tradizione siciliana. Un destino che piomba nella fatalità perenne e malinconica dell’uomo siciliano, un dolore introverso, esasperato dal lutto delle beghine che ha un impianto scenico molto greco; la pia che batte si batte il petto, nel corteo funebre, un canto cimiteriale che non ha slanci mistici, verticali, ma ripiega nell’autocommiserazione; una piega sul labbro smorto. Qualcosa di terrigno e fermo afferisce alla scrittura siciliana, anche laddove si incontri l’astuzia, l’intelligenza e l’ironia, penso a Sciascia, le indagini non prive di tali slanci. C’è una gravosità persino insopportabile che non trova un controcanto nell’effetto liberatorio e disordinato, caotico e insieme perfetto della letteratura russa. Attraversata dal medesimo dolore, la differenza è che il dolore diventa la pozzanghera gogoliana di Mirgorod, o l’eroe capovolto di Cechov, su cui ridere sepolti dallo sgomento: il riso con il suono del singhiozzo.

Una differenza, secondo me, fra la cultura russa e quella occidentale è che la Russia partorisce individualità potenti, sì, ma le immerge in un bagno epico, di corale malinconia, di pioggia nera. Tutti hanno un destino in Russia, a differenza che da noi. Anche il malessere e la miseria vengono esaltati dal senso del destino. Da questo punto di vista, mi sembra che i tuoi romanzi siano molto “russi”: in essi vi è un senso poderoso del destino. Sei d’accordo?

È una prossimità che non so spiegarmi. Fin da ragazza. La lettura dei russi è precoce, mi hanno insegnato a raccontare il dolore. Il dolore non deve essere ribadito, ma scarnificato, irriso in un carosello irriguardoso, penso a certi film balcanici, a Kusturica, geograficamente siamo lì, malgrado c’è chi eccepisca differenze nazionalistiche. Onorare il morto con una sbronza di vodka, invece che pigolare giaculatorie.

È corretto affermare che il cinema e la pittura siciliani -le arti visive siciliane del ‘900- tendono ad una sorta di infuocato neoclassicismo, e che quindi in esse il senso della forma si declini in maniera opposta a quello degli artisti russi novecenteschi, che tendono verso il lato sperimentale della gamma formale?

Posso soltanto azzardare. Nel senso: riconosco un ardore russo, che demolisce, rinnova, purifica, il fuoco attorno cui biblicamente perfeziona l’uomo giusto, tempra le sue virtù, l’uomo annichilito, gettato sulla salvezza. Intercetto un movimento audace, una provocazione finanche commovente, una spinta dicevo verso l’ascesi, un tentativo, un misticismo tragico, irrevocabile. Nelle forme siciliane, artistiche, letterarie, persiste la fissità immemore, un rimestare senza un’apertura luminosa, pur essendo la terra siciliana l’isola della luce. Una luce talmente accecante da restituirsi nera, luttuosa.

Infine una domanda dolorosa, ma inevitabile: da alcuni mesi è in corso il conflitto fra Russia e Ucraina. Nel difendere le ragioni ucraine contro l’invasore russo, il mondo occidentale ha preso spesso posizioni russofobe, di odio verso i russi e di censura della cultura russa. L’episodio più famoso è stato quello della lezione su Dostoevskij di Paolo Nori, sospesa dall’università Bicocca di Milano per ragioni di “opportunità”, ma ce ne sono stati altri -penso in particolare alla revoca dell’invito al fotografo Gronsky da parte del festival di Reggio Emilia, che non teneva conto del fatto che il fotografo stesso ha un lungo curriculum di oppositore di Putin… Mi sembra perfetto, da questo punto di vista, il murale realizzato da Jorik a Napoli con Dostoevskij che piange. Tu hai sempre dei punti di vista molto forti, e spesso discussi, sulla realtà. Cosa pensi di questo sentimento antirusso e del suo ritorcersi sulla grande arte?

Questa è già l’apocalisse. Quando i libri sono abbandonati al rogo, è già la fine. La censura di un pensiero, del più alto e nobilissimo pensiero, che sta alle radici di un continente aristocratico e ineffabile per vestigia, ovvero l’Europa. La fine di ogni cosa, accade quando la bellezza diventa un nemico. Cosa resta dell’uomo, archetipo formattato, manipolato da una propaganda bellica – che non distinguiamo più dall’informazione, tanto meno dal buonsenso o dal quel concetto remoto chiamato: empatia.

Biografia

Veronica Tomassini, siciliana di origini umbre, vive a Siracusa. Il suo romanzo d’esordio, Sangue di cane (Laurana 2010) fu un caso letterario. Successivamente ha pubblicato Il polacco Maciej (Feltrinelli Zoom 2012) e Christiane deve morire (Gaffi 2014). A lungo collaboratrice del quotidiano catanese «La Sicilia», dal 2012 scrive per «il Fatto Quotidiano».

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