Il negozio di dolci


di Ginevra Amadio

 

 

Il giovedì era il più bel giorno della settimana. Mia madre metteva la camicetta d’organza, quella candida con i bottoni a fiori azzurri, tenuti su da un fragile giro di ago. La chioma riccia, appena sotto le spalle, emanava un odore di “Cielo alto”. Negli anni, alla richiesta di lacca, ho sempre indicato quella. Mia madre non rinunciava mai al parrucchiere, percorreva tre isolati per farsi grattare la cute, tra impacchi alla menta e shampoo purificanti. Ne usciva bella, pulita dentro e fuori. Il giovedì andavamo da Giordi, che aveva un emporio di dolci e spezie. Lei mi infilava una maglia con scollo a barca, comprata in stock ai magazzini di piazza Dante. Mentre piegavo la testa fissavo curiosa le sue collelté di coppale: lucide, rigide – facevano male solo a guardarle. Da Giordierano esposte dieci marche di cioccolatini. Io chiedevo un legnetto e due monete in carta stagnola, di quelle che il 6 gennaio riempivano la calza di spugna grezza. Dietro un bancone in legno, segnato dal tempo e inscurito dall’uso, Giordi contava le caramelle. Andava pescandole con un mestolo curvo, vagamente graffiato dai cristalli di zucchero.
Non ho mai capito perché lo amasse. Era un uomo calvo, robusto ma tozzo, con le mani gonfie e piene di tagli. Nel quartiere lo chiamavano Cuppolò, poiché indossava sempre un curioso cappello, schiacciato al centro e con una falda larghissima. Un giorno, mentre attraversavo la piazza, lo vidi intento a ridargli forma: era piegato ai lati, in apparenza stoppaccioso, come se l’acqua l’avesse aggredito.
Quando andavamo da lui, ogni giovedì dopo scuola, pensavo che mamma volesse premiarmi. Avevo fatto i compiti, dietro il quaderno di matematica erano riportate le soluzioni. Dieci su dieci, Mattia ha otto mele gliene rimangono tre se io ne mangio cinque. Era tutto perfetto, suor Giovanna non si sarebbe arrabbiata: meritavo l’intervallo, e una radice di liquirizia.
Da Giordi era il paradiso, c’erano paste coperte di mandorla e biscotti color del mare. Se li assaggiavo la lingua restava blu, come i pastelli sciolti nell’acqua e pronti a trasformarsi in tempera. Non sospettavo che quell’uscita, quel pomeriggio libero e ineffabile, avesse altri scopi che il mio palato. E invece andavamo da un uomo, un uomo che non aveva mai udito il mio pianto, che non si era bruciato scaldandomi il latte, che non mi aveva tenuta in braccio.
Era giovane, ma a me sembrava infinitamente vecchio. Stava seduto su uno sgabello, contando in penombra i suoi umili averi. Non l’ho mai odiato. Da come mia madre lo guardava e gli parlava a voce bassa ho capito – anni dopo – che lo amava molto. Se avessi saputo non avrei mai disturbato quel discorrere fitto, non avrei fatto i capricci, rotto un barattolo di mentine, spezzato la compenetrazione mediante gesti e parole.
È partita con lui in un giorno d’estate. Venne la zia trafelata, col caftano rosa e le infradito di cuoio. Si agitava, parlava con papà, avanti e indietro per tutta stanza, in cerchio, sottobraccio, facevano venire il mal di testa. Io giocavo a terra con i puffi, uno lo avevo raccolto da Giordi, nascosto fra il bancone e lo spigolo di un espositore. – Col Cuppolò, è scappata col Cuppolò! –
Nella zona si fecero tante chiacchiere. Per strada mi carezzavano, il farmacista mi diede un buffetto sul naso. Suor Giovanna diceva di essere forte, che bisognava pregare per mio padre, Gesù dagli tanta forza per crescere questa creatura. Poi tutto finì, come è svanito il profumo dei dolci. I mesi passavano e i gusti cambiavano e quell’odore di amore, di mandorle tostate e fichi essiccati, spariva per sempre.

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