Francesca Serragnoli, La quasi notte

Francesca Serragnoli, La quasi notte

di Giorgio Galli

 

Immagini di Leonor Fini

 

 

 

Nella poesia di Francesca Serragnoli il paesaggio è, se non interiore, fortemente interiorizzato. Gli elementi esterni sono investiti di una forte carica simbolica e ad essi la poetessa si rivolge con un’attenzione creaturale.

Ne La quasi notte (MC edizioni, 2020) la poesia nasce da una visione, se non religiosa, sacrale, da un senso miracolistico delle cose.

Scrive Pasquale Di Palmo nel risvolto di copertina: “Una sorta di preghiera laica, un salmodiare attento e misurato che respinge la dinamica del grido, per accogliere in sé una parola sussurrata a fior di labbra, che ha la compostezza di una rosa coltivata interiormente, con acredine, pazienza, dedizione assoluta”. Colpisce in questa poesia il contrasto fra l’erompere della forza vitale e la presenza, altrettanto vigorosa, del dolore. I due termini però non creano mai un contrasto drammatico: piuttosto risultano parte di una visione tragica, dove gioire e soffrire sono legati l’uno all’altro come la luce e l’ombra. “Vivrò ai margini di quel sorriso di neonato / come i signori che dormono in terra / con la vita tutta lì / poco più alta di un fiore” scrive la poetessa; ma poco oltre, citando Christophe Manon, richiama invece “il soffio nero del vento nel fogliame / doloroso nelle mie viscere”. Il sorriso e le viscere dolorose, il sorriso e la morte si presentano come oggetti complementari. Il soffio nero del vento del fogliame è elemento della natura, ma fortemente simbolizzato.

 

La poesia di Serragnoli è estremamente concreta nel nominare le cose, eppure nulla in essa è contingente. Questi versi pieni di concreto proiettano frammenti di quotidianità nell’eterno -un eterno di cui fa parte il problema del male. “Un giglio d’acqua fra le ciglia / le radici spaccano il viso alla pioggia / chiamano il cielo / come un gatto struscia il blu al suo Dio / la zampa gioca agli occhi / o è una buffonata il pianto / e un catetere desolante lo raccoglie?” Il gatto e il catetere sono figure tratte dalla quotidianità, che perdono però qualsiasi carattere provvisorio. Pasquale Di Palmo scrive di “un continuo anelito alla leggerezza, di un desiderio atto a rivendicare la propria verticalità in un mondo che ci respinge e mortifica, che annienta le  nostre aspirazioni più vive e più vere”.

L’unica forma di salvezza arriva dall’amore, un amore che è forma più alta di conoscenza, che è amore per il cosmo attraverso l’amore per l’altro -un amore quasi dantesco: “vi date il cambio tu e il tramonto / mi confondo e non so dove guardare // quando dai il cambio al cielo / nel momento in cui si oscura / e il blu mi lascia sola // il vetro dell’eurostar trattiene un’ombra / ferita da un riflesso / una divinità passeggera / che ha nei miei occhi / le sue candele”. Immagini stranianti, scrive ancora Di Palmo, “che riescono a coniugare il mondo dell’infanzia con il retaggio, allucinato e solenne, sghembo e ieratico al tempo stesso […] dei libri apocrifi”. Curioso cenno, questo ai libri apocrifi, perché la parte finale di questo libro è costituita da una lunga -e visionaria- riflessione di Serragnoli sul fare poesia, che risulta quasi identica -per linguaggio, temi, atmosfere- alle parole apocrife che un altro scrittore potente e misconosciuto, Marco Ercolani, mette in bocca ora a questo, ora a quel grande del passato.

*

Da La quasi notte

 

Quando ero bambina

aprivo la finestra

sporgevo

volevo essere la rosa di qualcuno.

 

Nell’incavo dell’occhio l’acqua

intingi il dito, dicevano

portalo alla fronte

il triciclo della croce.

 

Un giorno da questa finestra

cadrà la mia vita

un tonfo lieve di palpebre

la bocca aperta

come alla prima comunione

 

*

 

M’ammazza e mi sfiora

il bucato è fiamma

lino che separa i pianeti

sventola in gingillo di una catastrofe

 

fra me e te muove un violino

la bufera è quasi un tango

la mano ferma sulla schiena

la vita ribaltata il volto in giù

 

ma non ho ancora scavalcato

quel poco di pudore

e spazzo il pianeta

la mia stessa polvere

 

*

 

Dicono che la quasi notte

abbia tempo di fissarti

prima che gli storni avvolgano l’aria

scoprano un décolleté nudo

l’ora senza foulard

il primo amore

il viso di lei un fiore

che la vita stessa

non riesce a strappare.

 

 

No Comments

Post A Comment