Il cattivo selvaggio. Dialogo su Rogozov di Mauro Maraschi

Il cattivo selvaggio

Dialogo su Rogozov di Mauro Maraschi

a cura di Noemi De Lisi

 

Cosa accade nella vita di un uomo quando al di là dei confini della Capitale immagina e spera un paesaggio fatto di sottrazioni? Il protagonista di Rogozov vive a Roma, ma farà di tutto per riuscire a trasferirsi in una tranquilla villetta nelle campagne siciliane. Natura e isolamento. Sottraiamo il traffico, il viavai, i monumenti, i palazzi, i rumori, il caos. Rimane il silenzio, l’origine di tutto. Rimane il desiderio ossessivo di andare al di là, di sottrarre il paesaggio conosciuto e di curare, così, ogni malattia.

Leonid Ivanovič Rogozov è stato un medico russo, che durante gli anni ’60 partecipò a una spedizione in Antartide. Unico medico dell’equipaggio, si ammalò di appendicite e fu costretto a operarsi da solo utilizzando uno specchio. L’impresa lo rese famoso in tutto il mondo.

Rogozov è anche il titolo dell’esordio di Mauro Maraschi. Il romanzo è edito da TerraRossa edizioni, nella collana Sperimentali. Si tratta dell’ennesimo gioiello pubblicato da una casa editrice indipendente (ma di questo ne parleremo meglio appena più avanti). “Operarsi da solo”, questo è il concetto insito nel nome del medico sovietico. Oltre all’impresa straordinaria, però, cosa potrebbe significare, oggi, operarsi da soli? Gli intenti sovraesposti del libro (più avanti parleremo di quelli nascosti) sono annunciati già dalla prima pagina, che coincide con “00, Premessa”. Quali persone, oggi, si operano da sole? (il paragone con i recenti cosiddetti No Vax sarebbe fin troppo automatico) e soprattutto, chi sono queste persone? Si tratta di uomini e donne che abitano quella nicchia (più o meno nutrita, dipende da tanti fattori, per lo più economico-geografici) idealmente fuori dal Sistema, contro il Sistema; quelle persone che credendo di potersi curare da sole da ogni male, “gente che cura il cancro con il bicarbonato o rifiuta la chemioterapia su consiglio dell’astrologo” (p. 5); gente che crede di essere controllata dal Governo tramite dei futuristici uccelli-cyborg (cfr. la finta protesta-parodia “Bird aren’t real”); che crede nell’esistenza dei rettiliani, nella Terra piatta. Questi gruppi di nicchia, molto spesso, sfoderano un armamentario di fonti autorevoli: foto, video, filmati d’epoca, testimonianze e argomentazioni, che impressionano per la loro verosimiglianza. Ma verosimiglianza rispetto a cosa? Esistono verità e correlati mondi accettati socialmente e altri no. Perché si dovrebbe credere in Dio e non ai rettiliani? Perché anziché assumere antibiotici prescritti dai medici non si assume l’aglio (potente antibiotico naturale nonché antivirale, antiparassitario, antidepressivo)?

La Premessa di Rogozov si conclude così:

“Di questo fenomeno i giornali riferiscono soltanto i casi più grotteschi (…) affinché il pubblico possa condannare i seguaci (ndr. di queste fantasiose credenze di nicchia) senza nemmeno chiedersi cosa li abbia condotti in un vero e proprio vicolo cieco” (p. 5).

L’intento sovraesposto del romanzo, dunque, potrebbe essere questo: quali sono gli episodi della vita che hanno condotto una persona a diventare una sorta di complottista? All’inizio di questa reazione a catena ci deve essere pur stato un moto scatenante, la spinta primordiale e originaria di tutto, la spinta-madre da cui si è generata la discesa.

Chiediamolo direttamente all’autore, Mauro Maraschi.

 

Partiamo proprio dalla tua spinta, quando e come è avvenuto il moto originario che ti ha portato alla pubblicazione di Rogozov? Vorrei parlare della genesi dell’opera e del conseguente percorso editoriale che ti ha condotto a TerraRossa Edizioni, una fra le più belle e interessanti realtà nel panorama dell’editoria indipendente.

Ho cominciato a scrivere narrativa quando avevo vent’anni, e quindi vent’anni fa, e a partire dal 2010 sono entrato nel mondo dell’editoria in qualità di professionista, il che in teoria avrebbe potuto facilitarmi a propormi come autore. Eppure, in vent’anni, Rogozov è stato il primo romanzo che ho proposto agli editori; i nove precedenti non li ho mai considerati sufficientemente buoni, e a conti fatti non lo sono, ma sono anche stati una palestra preziosa, senza la quale Rogozov non sarebbe com’è. L’idea risale al 2015, e la prima stesura all’anno successivo; la spinta è stata l’ennesima conoscenza con una «persona non allineata». Io evito sempre di parlare di complottisti (a mio vedere nemmeno Gargano lo è: non parla di scie chimiche né di rettiliani, non è ossessionato dai poteri occulti e così via) e non sosterrei mai che la «persona non allineata» in questione fosse complottista, così come non lo sono state tutte quelle conosciute in precedenza: prima dell’affermarsi del complottismo – della parola complottismo – e prima che i social amplificassero le singole voci dando l’impressione che facciano parte di un coro quando in realtà non si tratta di un coro bensì dell’impasto sonoro prodotto da una massa multiforme e variegata – prima che, insomma, si imponesse la legge “di tutta l’erba un fascio”, incontrare una persona non allineata era per me una gioia: avevo sempre l’impressione di aver scovato uno dei pochi viventi di Montale. Queste persone non mi sono mai sembrate fuori di senno, ma al contrario più vive della media per il solo fatto che stessero azzardando un percorso individuale, spesso imbastito su pratiche «alternative», spesso legato alla filosofia orientale, ma a volta anche soltanto al culto di prodotti culturali di nicchia. Poi si è avverata la Teoria della Coda Lunga, tutte le nicchie sono state raggruppate in cluster e questi gruppi convertiti in altrettanti target pubblicitari, e a poco a poco le persone non allineate hanno cominciato a essere troppe, troppo frequenti, ma soprattutto meno originali, sempre più indottrinate. Fino a trent’anni fa la gente abbandonava tutto e andava a vivere in campagna perché aveva letto Thoreau; da un certo momento in poi, invece, con la progressiva permeazione capillare di Internet e del digitale, è diventato impossibile non seguire una moda, qualsiasi cosa tu faccia stai comunque seguendo una moda, nessuno imbocca un percorso dal nulla, è tutto sempre e comunque preconfezionato, brandizzato e pertanto svuotato. Per farla breve, io ho nostalgia dello stupore che provavo a incontrare individui non allineati ma nemmeno inquadrabili come pazzi, stupidi o complottisti, anche perché nella maggior parte dei casi non lo erano. Erano persone reali, con delle idee magari sbagliate, ma quantomeno personali. Una cosa che l’espressivismo tayloriano del web ha reso oggi impossibile. Gargano dovrebbe essere una di quelle persone atemporali, non uno dei complottisti che oggi si accalcano sui social per linciare in massa un personaggio famoso, bensì un’anima in pena e rigettata dal mondo quali possono esserlo il Lenz di Büchner o lo Squalificato di Dazai. Inoltre, sia chiaro, Gargano recita: in parte è davvero vittima di un autoinganno, ma in parte finge di esserlo. L’importante, per me, è che non venga liquidato come un pazzo sproloquiante.

Riguardo al percorso editoriale del romanzo, posso dire che è stato complesso e oserei dire avventuroso. Non sarò mai grato abbastanza alla mia agente Francesca De Lena (dell’agenzia United Stories, insieme a Luca Briasco e Colomba Rossi) per avermi accompagnato con pazienza e saggezza attraverso questo piccolo girone infernale. Rogozov ha ricevuto tanti complimenti ma ha anche sempre fatto paura, non perché sia troppo sperimentale, o troppo ostico, o troppo colto (non è nessuna di queste cose, anzi, è un romanzo che cerca di essere il più “facile” e lineare possibile), ma proprio perché non ha nessuna delle “mostrine” della letteratura alta, come ha brillantemente notato un critico. Nel corso degli anni non ho fatto che eliminare queste “mostrine”, tutte le citazioni gratuite sfoggiate per autocompiacimento, tutti i “come se” (che per altri sono l’unico strumento del lirismo), quasi tutti gli avverbi in -mente, le circonvoluzioni, la poesia, la presunta bella scrittura, i tentativi di suggerire al lettore che l’autore desunto (nel senso di Foucault) fosse ispirato dalla Musa; il risultato è almeno concettualmente vicino all’obiettivo della mia scrittura, e se la resa è di certo perfettibile al contempo non nutro dubbi sulla strada da percorrere. Detto questo, devo ringraziare a Giovanni Turi, l’editore di TerraRossa, per aver accolto fin da subito, e con entusiasmo, un libro che gioca a scontentare chi dalla letteratura alta si aspetta determinate cose e a imporne delle altre per motivi non lampanti.

Mantenendoci sul piano della narrazione editoriale, vorrei fare riferimento a uno dei capitoli più grotteschi, parodistici e divertenti di Rogozov, il capitolo “13, Taddeo 02: Zapoj” (p. 106). Qua Gargano (il protagonista) viene convinto da Tebaldi (un artista per cui lavora) ad accompagnarlo a una festa di vip, una festa “faraonica, la tipica festa da ricchi” (p. 108), a cui partecipano cantanti, attori e scrittori, che se ci sono, questi ultimi, “li riconosci subito perché se ne stanno sempre seduti in disparte, anche perché se sapessero divertirsi non farebbero gli scrittori (p. 109). Qua Gargano viene spacciato da Tebaldi per un poeta polacco bisessuale al fine di essere ben accolto alla festa. Possiamo affermare che in questo capitolo abbiamo la rappresentazione grottesca di un fotogramma della famosa Repubblica delle Lettere italiane? Pose plastiche, ipocrisie, invidie, favoritismi. Nel capitolo, la visione di Gargano (persona esterna all’ambiente) viene mischiata ai commenti sprezzanti di Tebaldi (persona addentrata nell’ambiente letterario). In più, nell’interessante Appendice del romanzo, c’è un terzo punto di vista, il più aggressivo e rancoroso, quello dello “Scrittore non identificato” (p. 219), il quale si lancia in un’invettiva contro gli editori, iniziando con “I critici non capiscono un cazzo” (p. 219) e terminando con “Non pubblicano libri, pubblicano brochure” (p. 220). Dove si pone la tua visione della Repubblica delle Lettere in base a questi poli? A cosa ti sei ispirato per la stesura di questo capitolo?

Quel capitolo è un gioco, non bisogna prenderlo sul serio. Nelle stesure precedenti appariva più pungente e rivolto con maggiore esattezza al mondo dell’editoria italiana. Ma non mi sento pronto per un certo tipo di satira, e così nel tempo l’ho trasformato in una farsa, un momento di divertimento per me e spero per il lettore. Il tipo di irrisione nei confronti del mondo della cultura è vago, generico, caricaturale, più ispirato a certi racconti di Buzzati, o ad alcune scene esilaranti dei Demoni di Dostoevskij, che a quella satira recente che fa nomi o allusioni dirette ai personaggi di bolle insignificanti. Il discorso è diverso per l’appendice cui fai riferimento e che invece guadagna diversi punti sul piano della specificità: non a caso quell’appendice è uno dei numerosi pastiche contenuti in Rogozov, e per metà è la rielaborazione di un post polemico scritto su un social da un altro autore. Per rispondere alla tua domanda, la mia visione si colloca comunque distante da queste due: conosco il mondo dell’editoria, le sue gerarchie e i suoi vizi, e non trovo nulla di strano in niente, penso che potrebbe essere migliore come peggiore; al massimo si pubblica troppo, questo sì, ma la ripartizione percentuale tra immondizia, standard e capolavori mi pare ragionevole.

Ruggero Gargano, il protagonista, è un salutista fanatico. Segue una dieta molto rigida, che tende a preferire frutta, verdura, semi e cereali integrali biologici. Su questa convinzione, sul fatto che, ad esempio, il sale andrebbe ridotto al minimo perché è la prima causa di aneurismi, infarti e tumori al colon, oppure che il latte dovrebbe essere proibito “perché un uomo adulto non ha il fabbisogno di calcio di un neonato, e perché nessun animale adulto si nutre di latte di altre specie” (p. 215) fonda tutta la sua vita. Le argomentazioni di Gargano, alle volte, sembrano davvero convincenti, poiché si muovono sul confine labile della verosimiglianza come abbiamo accennato all’inizio. Quanto tempo hai impiegato e come ti sei preparato per dare voce a questo personaggio così vivo e originale? La voce di Gargano è così convincente, che il lettore è catturato dal suo lungo racconto senza rendersene conto. Sembra quasi poter sentire il tono della sua voce abbassarsi e alzarsi nei punti salienti; sembra quasi di vederlo infervorarsi, di vedere la sua faccia cambiare forma e le goccioline di saliva arrivarci addosso tutte le volte che si anima di più, trascinato dal delirio della sua stessa convinzione.

Le “regole” cui fai riferimento appaiono in una delle Appendici poste in coda al romanzo. Se avessi fatto dire a Gargano determinate cose “all’interno” del romanzo temo che i lettori non avrebbero avuto più dubbi sul fatto che fosse pazzo e nient’altro. Il mio editore ha insistito affinché inserissi un’avvertenza prima delle Appendici, per legittimare la presenza di questi testi eterogenei posti in coda alla narrazione vera e propria, ma alla fine ho preferito evitare. Quell’Appendice, «Per un’alimentazione sana», va immaginata come un appunto personale di Gargano (magari per scrivere un libro suo, un giorno), ma non contiene necessariamente cose che Gargano direbbe a voce a qualcuno, perché persino Gargano conosce il limite tra sostenere con forza un’idea e voler passare per pazzi. Aggiungo che nell’Appendice osservazioni scientifiche corrette sono mescolate ad altre approssimative o persino grottesche, e questo in realtà succede un po’ in tutto il libro, anche riguardo ad altri ambiti del sapere. Riguardo la voce di Gargano: sono contento che ti piaccia, e spero arrivi a più persone possibili, per quanto la reputi perfezionabile: in termini di contenuti, è il risultato di centinaia di conversazioni filtrate e convogliate in un’unica personalità molteplice; io stesso sono stato Gargano per molto tempo, l’ho interpretato in diversi contesti, ho frequentato i luoghi specifici di questi temi e mi sono mimetizzato per assorbire il più possibile; e ancora, per due volte ho riscritto il romanzo da capo dettandolo a un trascrittore nel tentativo di avvicinarmi il più possibile a un parlato coerente a sé stesso. Aggiungo che Gargano non crede davvero nella propria filosofia di vita (lo ammette in modo esplicito, da qualche parte), ma la abbraccia – e recita una fede cieca – soltanto per sentirsi inattaccabile, per provare a farne uno scudo, quando all’interno le certezze sono molte meno, e per lo più negative.

Gargano potrebbe essere definito il cattivo selvaggio. Infatti, se da un lato è fautore della vita più naturale possibile, contro il Sistema occidentale, contro le industrie farmaceutiche, contro il Capitalismo, (non a caso, il suo sogno è comprare un terreno ad Altavilla, in Sicilia, e condurre lì una vita appartata); dall’altro lato è una persona turbolenta, un ex alcolizzato, un violento. Gargano ha una figlia, Ania, ormai adolescente, che da quando è bambina soffre di una forma molto debilitante di meteorismo e di altri disturbi. Lui non l’ha mai portata da un medico, l’ha curata negli anni a forza di zuppe di ceci e semi. Quando la figlia arriva al limite della sopportazione, lui è convinto che basterà trasferirsi nella campagna di Altavilla per guarirla una volta per tutte, e sarà questo l’obiettivo narrativo primario, il desiderio esplicito di Gargano, che trascinerà il lettore fino all’ultima pagina: trovare i soldi necessari per cambiare vita. Ma qual è, in realtà, il desiderio implicito di Gargano? (E qua andiamo a toccare la parte nascosta del romanzo). Non sembrerebbe quello di salvare una figlia che, in realtà, non ha mai voluto. I figli, infatti, e la genitorialità, vengono visti come imposizioni sociali assolutamente innaturali. “(…) cerchiamo un lavoro per colpa delle pressioni sociali, e alla fine facciamo dei figli perché siamo gli unici a non averli fatti. Tutto quello che facciamo, lo facciamo per mimetismo” (p. 187).

Ripeto: Gargano non crede davvero nell’autoguarigione. Affinché l’autoguarigione funzioni bisogna crederci ciecamente, o almeno questo è il messaggio trasmesso da/a chi la pratica: «se guarisci è perché hai creduto, se non guarisci non è colpa dell’autoguarigione, bensì della tua mancanza di forza di volontà». Gargano non è così stupido da credere a un dogma. Lui vuole soltanto andare a vivere in campagna, dove di certo la figlia starà davvero meglio, per forza di cose, ma non crede che la Natura la sanerà al 100%, né lo reputa necessario. La tutela della figlia, di cui si lamenta tanto, è comunque il modo migliore per stare lontano dall’alcol. E questo è quanto. Intorno a questa strumentalizzazione della genitorialità Gargano ha eretto il suo impero di finzioni, un autoinganno consapevole che gli serve per sopravvivere agli attacchi delle istituzioni e della massa.

Marlena è l’ex compagna di Gargano nonché madre di Ania. È polacca. Di riflesso, Gargano impara diverse espressioni in polacco e diventa una sorta di polonofilo. Perché hai scelto proprio la Polonia?

Sarei tentato di risponderti che alcune culture sono più interessanti di altre, ma più probabilmente dipende da quanto si conosce a fondo ogni singola cultura, dal livello di esperienza e interazione, dalla conoscenza o padronanza di nuove lingue. Ma quanti Paesi possiamo visitare in una vita sola? Di quante culture possiamo apprendere ogni aspetto, quando ce ne mancano infiniti di quella in cui siamo nati e cresciuti? Al momento nutro grande simpatia per la cultura polacca, per quella austriaca e per quella giapponese, ma magari in futuro potrei interessarmi a quella belga o a quella finlandese. Mi piace l’idea di dedicare i romanzi futuri ognuno a una cultura diversa, ma senza uno scopo specifico, bensì per gioco, per decorazione. Nel caso di Rogozov la cultura polacca si prestava bene per tanti motivi, uno dei quali era la presunta presenza di alcuni punti in comune con la sicilianità; è anche vero, però, che il succo del romanzo non sarebbe cambiato, credo, se Marlena fosse stata Margherita e non ci fossero stati riferimenti alla Polonia. Sarebbe però anche dovuta essere una scelta a monte: fin dalla sua prima stesura Rogozov è stato permeato dalla “polonità”, per quanto scelta in modo del tutto arbitrario tra le tante possibili coloriture culturali: nell’arco di cinque anni ho studiato polacco, letto tutta la narrativa polacca mai tradotta in italiano, consultato molti saggi sulla Polonia, visitato le principali località e trascorso intere giornate a confrontarmi con alcuni madrelingua. Perché? Non c’è un perché.

Cosa ti aspetti da Rogozov ora che è stato pubblicato?

Sono una persona paziente. Tutto arriva a chi lo sa attendere.

 

Mauro Maraschi (Palermo, 1978) è traduttore e redattore editoriale. È stato editor della narrativa di Hacca, per la quale ha curato l’antologia ESC (2013). Ha tradotto, tra gli altri, Complex TV di Jason Mittell (minimum fax, 2017), Masscult e Midcult di Dwight Macdonald (Piano B, 2018) e Il codice delle creature estinte di E.B. Hudspeth (Moscabianca, 2019). Ha curato la selezione dei diari di Henry David Thoreau intitolata Io cammino da soloJournal 1837-1861 (Piano B, 2020) e, insieme a Micaela Latini, Una conversazione notturna (Portatori d’acqua, 2020), trascrizione di un’intervista del 1977 al suo amato Thomas Bernhard. Collabora con riviste e blog di ambito letterario, tra cui «L’indice dei Libri del Mese».  Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, Rogozov, con TerraRossa Edizioni.

No Comments

Post A Comment