All’ombra di Antigone

All’ombra di Antigone

 

racconto inedito di Arianna Cislacchi

immagini fotografiche di Sally Mann

 

Quella notte tra le fasce, si contarono quattro bambini: due maschi e due femmine; la più piccola, da poco giunta al mondo, era sveglia, avvolta dalle ombre della stanza; gli altri le dormivano accanto, abbracciandola come i rami di un salice. Irradiava luce, con quegli occhi grandi e profondi, la pelle diafana e un ricciolo ancora umido sulla fronte. Osservava il soffitto e gli déi soltanto potevano immaginare cosa stesse pensando quella minuscola testolina. Si addormentò molto tardi, quando l’alba filtrava ormai i suoi raggi nella stanza.
Il tempo trascorse e gli infanti crescevano a vista d’occhio: Edipo e Giocasta si tenevano la mano, li guardavano correre in giardino senza tregua. La donna per un momento gli solleticò il palmo, ma l’uomo, pensieroso, non ricambiò. Era come incantato. La madre subito lo cercò con lo sguardo torvo.

“Che accade, figlio mio?”

Le dita s’intrecciarono più forte e finalmente tutta l’attenzione ricadde sull’amante materna. Mentre la fissava, le immagini incestuose del loro rapporto riaffiorarono come piante al sole; piante che via via venivano distrutte, schiacciate da un imminente temporale. Scosse la testa e sorrise.

“Nulla, non accade nulla”

La bocca raccontò ben altro che il turbamento nel petto. Turbamento nato nell’istante in cui Antigone uscì dalle gambe della nonna. S’alzò dandole un bacio sul dorso, e prima di allontanarsi cercò proprio lei, la figlia piccola e prediletta, la giovane condanna che ogni notte bussava alla porta dei suoi sogni più reconditi. Diede le spalle e s’incamminò svelto verso il palazzo; la bimba in quell’istante si girò, come se ne avesse sentito l’odore svanire nel nulla, e rimase a scrutarlo, con un rametto tra le mani. Ismene improvvisamente le alzò la veste per dispetto.

“Sei innamorata di papà, sciocca sorellina? Smettila di fissarlo.”

Antigone le lanciò uno sguardo rigido, ma pieno di compassione. Abbassò con decisione il vestito e fece cadere il ramo a terra.

“Non devi essere gelosa di me, Ismene. Papà vuole bene a tutti e quattro.”

“Allora, sorelle, avete finito di chiacchierare? Andiamo a cercare il topo, ne ho visto uno correre proprio nelle cucine. Chi arriva ultimo è un pollo!”

Eteocle e Polinice gridarono in coro, poi scattarono veloci verso casa. Antigone li seguì sorridente, e solo Ismene rimase indietro. La giovane calpestò con forza il rametto abbandonato a terra, diventando rossa. Li raggiunse mal volentieri, asciugandosi le lacrime.
Negli anni, tutto sembrò aggiustarsi. I legami finemente cuciti, vedevano le due amate sorelle abbracciarsi e giocare vicino al fiume, rincorrere le lepri, lottare nell’erba, farsi i capelli intrecciando fiocchi di seta e scambiarsi i vestiti più belli. Dall’altro lato, i due fratelli sembravano invece gareggiare al più forte e possente, al corpo più sensuale, a far faticare i cavalli nelle corse, a scovare titoli illustri e premi per il loro coraggio; a scatenare insomma, per ogni sciocchezza, una minaccia di combattimento. E finché si adoperavano spade di legno, tutto era molto divertente. Ma giunse il giorno in cui i giocattoli divennero armi; e il legno scheggiato una lama. E i sorrisi sparirono per sempre dalle loro facce. Era questione di giorni: qualcosa avrebbe presto cambiato le carte del loro destino.
A Tebe, la Peste arrivò alla luce del sole, accompagnata dal riverbero delle campane che annunciavano in città il sorgere di un nuovo giorno. Si insinuò rapidamente, come un veleno fatto scivolare con astuzia nel calice del nemico: solo che di nemici la Peste non ne aveva mai avuti. Era nuova di quelle parti. Si riversò nelle strade, ammutolendo le bocche affamate, e sfamandole in eterno, una volta per tutte. Non fece eccezione alcuna, non era tipa da fare distinzioni. Nella strage, Edipo pianse guardando dalla finestra della sua stanza. Ripensò agli orrori che convivevano nella sua coscienza, al padre Laio ucciso senza ripensamenti e all’incesto con Giocasta, la madre che ora a ripensare, gli veniva il voltastomaco.

“Déi, non punitemi così, vi scongiuro!”

Dal nulla apparve la compagna che gli scivolò accanto. Lo fissò a lungo, non sapendo bene cosa dire; diede un colpo sul petto, ma nel tossire una macchia rossastra sporcò il tappeto. Edipo non riuscì a guardarla, nella sua testa si erano insediati strani mostri che contorcevano la visione dell’amata, mutandola in una bestia deforme. La superò lasciando aperta la porta. Nel corridoio c’era un continuo via vai. Eteocle e Polinice chiamavano a gran voce i genitori, Ismene cercò in tutte le stanze mentre Antigone all’improvviso, si scontrò col padre all’uscita del palazzo. Gli incontri furono differenti per le due sorelle: entrambi portarono con sé un destino nefasto. Una trovò la madre circondata al collo da una corda scura che a vederla così pareva un intreccio di viscide serpi. L’altra notò che gli occhi del padre erano diversi: Edipo terrorizzato e incapace di sopportare le pressioni s’era accecato e vagava sanguinante, toccando le pareti e lasciando strascichi del suo dolore, come impronte nere.

“Padre…!”

La figlia lo condusse via da lì e scapparono dalla città, lasciando tutto alle spalle. Ismene s’affacciò in tempo per vederli correre lontani, tra gli orrori della pestilenza e il pianto dei sopravvissuti che si trascinavano nelle strade, con i corpi sporchi e sudici di fango, e i topi a rosicchiarne la pelle. Strinse i pugni e fece compagnia a quel coro disumano e lamentoso; schiacciò un piede a terra immaginando di spezzare il ramo in fiore che tanto amava Antigone da piccola. L’amore che provava per la sorella, si sgretolò in un istante in quella visione, quando tutto le fu più chiaro: che era sempre vissuta all’ombra di Antigone. Tremante di rabbia, si girò scomparendo nelle tenebre della stanza, dove il corpo della madre ondeggiava ancora sospeso nell’aria.
Da quel giorno si manifestarono una sciagura dietro l’altra: la fuga del re Edipo e di sua figlia, lasciò spazio al fratello Creonte che salì al potere; indugiò sotto l’immensa e sanguinosa visione dei nipoti, Eteocle e Polinice, che dall’alto dei loro equini si giuravano morte a vicenda. Entrambi desiderosi di conquista, non badarono più alla tenera intensità dei loro sguardi, dei respiri che si bramavano a vicenda: quel che un tempo era il loro gioco preferito, far la guerra e fingersi i migliori guerrieri, adesso era mutato in un destino ambiguo, che nemmeno gli déi avrebbero saputo spiegare, perché l’uomo, a volte, sapeva esser ben più crudele e violento di un dio. I fratelli, amanti e gioiosi, morirono insieme per desiderio delle loro armi. Caronte li risucchiò, così com’erano stati partoriti, lasciati insoddisfatti e perdenti sotto ogni fronte, sulle terre che tanto avrebbero potuto comandare al fianco dell’altro, se solo l’avidità non avesse messo radici nei cuori così presto.
Edipo e Antigone erano lontani dalle vicende, ma le voci, quelle giunsero in ugual modo perché il passaparola era già in voga a quei tempi. La giovane si sentì pervasa dal dolore, immaginando il fratricidio sotto i suoi stessi occhi. Guardò il padre moribondo, con una benda attorno agli occhi, a frugare il terreno con le unghie rotte, avvolto da stracci consumati e ortiche vicino ai piedi.

“Perdonatemi, padre mio. Ma il sogno s’è rivelato veritiero. Devo compiere il mio destino, e ch’esso possa riflettersi negli altri.”

Edipo non disse nulla; rimase inerme, come il fusto rinsecchito d’un albero. Sentì un bacio umido sulla fronte. Solo mentre udiva la figlia adorata allontanarsi sussurrò qualcosa a labbra strette:

“Anche il mio Antigone. Ma su di lui, sono calate le tenebre.”

Quando Antigone giunse a palazzo, Creonte rimase sorpreso. La guardò invitandola con un gesto docile ad abbracciarlo, ma essa lo scrutò gelida dal fondo delle scale.

“Zio, ho saputo dei miei poveri fratelli. E della differenza ignobile con il quale avreste scelto il destino delle loro anime. Come avete potuto impedire la sepoltura di Polinice? Non è anch’egli sangue del vostro sangue?”

La giovane donna avanzò di un passo e un altro ancora. Con le mani vicino ai fianchi, e la gloria nel cuore. In quell’istante Ismene si fece largo tra due grosse tende porpora e si immobilizzò nel veder la sorella dopo tanto tempo. Cominciò a tremare, ascoltando la discussione tra lei e lo zio. Ancorata alla voce eroica di Antigone, sentì una morsa nello stomaco. Reclamava il diritto di sepoltura del povero Polinice, la vide battere i piedi, alzare le mani al cielo, con gli déi dalla sua parte; poi, avanzò pericolosamente a due palmi dal re, senza paura nello sguardo, ma solo un profondo amore fraterno che tutto poteva vincere. Ismene pianse e rimase nascosta senza far rumore. Cominciò a pensare che le attenzioni e l’affetto in fondo, non se l’era mai meritate per davvero. Che la famiglia aveva fatto bene a lasciarla in un angolo, sola a rimuginare su quanto non fosse abbastanza rispetto agli altri. Quando trovò il coraggio di farsi avanti, si scontrò con la sorella.

“Antigone, sorella mia.”

“Ismene.”

Ma Antigone non aveva tempo per lei. Doveva andare da Polinice o quel che ne restava. La donna la seguì con lo sguardo. La sorella corse nel luogo dove il corpo del fratello era stato abbandonato come cibo marcito, a far da avanzo ai cani rabbiosi e ai maestosi corvi, figli dell’Ade e uniche creature in grado di sorvolare gli stessi cieli dell’Aldilà e l’Aldiqua. Non appena Antigone fu in ginocchio strinse le spalle e singhiozzò, gettando un pugno di sabbia sul cadavere. Non s’era accorta che Ismene l’aveva seguita. La ragazza rimase nascosta dietro una roccia, studiando le movenze della sorella. In quell’istante alle sue spalle, s’udì un suono acuto: l’esercito di Creonte irruppe e spezzò il sacro silenzio della boscaglia.

“Prendetela!”

Fu un unico grido di comando, e Antigone fino all’ultima spinta cercò di liberarsi delle corde e delle mani che la bloccavano a terra. Mentre la portavano via, Ismene soffocò il dispiacere con il viso tra le mani. Non appena le grida della sorella cessarono, alzò lo sguardo e prese una decisione. Si allontanò svelta, prendendo una scorciatoia.
Chiusa in cella, Antigone fissava oltre le sbarre; nelle nuvole rivide i profili dei fratelli e sospirò. L’aria era satura di pioggia. Ripensò alla loro infanzia e a quanto fosse stata bella, con i suoi alti e bassi. A quante ingiustizie ancora il mondo doveva subire. A quanto ancora, gli esseri umani erano costretti a perire. Per un momento si guardò intorno: vicino alla porta avevano lasciato un tozzo di pane e dell’acqua putrida. Fu in quel momento che realizzò la cosa migliore da fare. Trovò la soluzione per metter fine a ogni dolore; prese il necessario e non appena finì di sistemare il cappio al soffitto, chiuse gli occhi e ringraziò qualcuno.

Pensò al padre, mentre saliva su una piccola panca di legno.

Alla madre, mentre cercava con fatica di infilare la testa.

Ai fratelli, mentre stringeva intorno al collo.

Al suo amato, mentre assicurava il nodo tirando appena.

E a Ismene, mentre si sbilanciava avanti e toccava il nulla, pregando che si sarebbero un giorno chiarite nell’Oltretomba.
Il corpo ebbe degli scatti. Tremava, sussultava, come percosso da mille bastoni. La gola arrossata di Antigone che chiedeva pietà. Il respiro spezzato. Il battito in aumento fino a scoppiare. E le lacrime che scesero senza permesso sul suo viso, fino a bagnare la corda.
Passò un tempo interminabile. In città si era già venuti a conoscenza della disperazione e il pentimento di Creonte. Urlava per il palazzo, si fustigava per la scelta affrettata. L’adorata nipote, così bella e intelligente, non poteva esser condannata per la sua sciocca smania di potere. Tuttavia, quando inviò le guardie per liberarla, esse trovarono la serratura distrutta. Si mossero cauti, già pronti a sguainar le spade, ma non appena spalancarono la porta rimasero fermi.

La visione li stordì, non ebbero il coraggio di entrare: c’era un corpo disteso a terra. Ancora segnato da sottili linee rosse. Antigone, inerme ma col petto che sobbalzava, in vita. E Ismene, coraggiosa ragazza, splendida sorella, che accanto le accarezzava il viso. E i capelli. E le labbra.

“L’Ade può attendere, sorella.”

Antigone debole e affaticata, riuscì a percepire il suo sussurro. Si sforzò di aprire gli occhi e quando la vide, sorrise. Le loro mani si strinsero con forza, e Ismene poggiò il capo della sorella sulle gambe. La cullò, come quando era piccola, nell’abbraccio di un salice.

 

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