Quel mito di Penelope

Quel mito di Penelope

 

di Roberta Schembri 

 

Le donne fanno, fanno tantissimo. E disfano altrettanto.
Perché siamo tutte un po’ Penelope.
Quando a scuola studiavo l’Odissea, mi domandavo spesso: “Ma chi glielo fa fare, a sta povera ragazza, di sciupare in quella galera mentale, lì, su quello scoglio di Itaca, i suoi anni migliori, fino ad ingrigire, fino a curvarsi sulla sua sorte di vedova bianca, senza mai una gioia, nè uno sfizio, sempre sola con tutto quel tessere che forse già all’epoca faceva vintage?”.
A sedici anni, non potevo comprenderla, solo immaginarmela: lì, femmina d’acciaio inox, ferma ad aspettare il suo uomo, a respingere i bruti Proci tentatori. Che magari, guardandoli bene, uno carino dev’essere pur passato a farle due moine. Invece niente: altera e algida come una regina dei ghiacci.“Dev’essere parecchio ganzo, sto Ulisse. E lei innamorata persa”, pensavamo io e le mie compagne, tutte con le teste appoggiate sulle mani e i gomiti a puntello sui banchi.
Mi ci sono voluti anni, mezza vita, tre figlie e un fritto misto di esperienze, per rendermi conto che Penelope non lo ha fatto per amore, non ha atteso ostinatamente tutto quel tempo solo per riavere Ulisse e la sua famigliola riunita.
Cioè, anche. Ma non solo.
Lei lo ha fatto per se stessa, per la sua forza, per “imparare a stare”. Perchè quello era il suo posto, e nessun altro. Ci ha impiegato vent’anni per arrivarci, per essere donna e, solo allora, poter celebrare lo sposalizio con Ulisse, il suo contraltare maschile.
Perchè così facciamo tutte. Tutte noi donne, prima o poi, congeliamo una fetta di vita per rincorrere solo con l’immaginazione le avventure degli uomini, con l’invidia per la loro libertà, consolandoci magramente con la supponenza tacita che, in media, forse camperemo un po’ più di loro. Che ci rifaremo, prima o poi.
Oltre al fatto di essere bravissime ad autodemolirci, autocriticarci e non credere mai fino in fondo in quello che facciamo.


Non solo: dalla notte dei tempi, esiste un’inappellabile legge universale che è l’Entropia, che recita che l’universo intero tende costantemente verso il disordine più assoluto.
Ecco, i fisici non lo dicono, ma questa legge grava per la maggior parte sulla schiena e sull’anima di noi donne, cariatidi del principio opposto, ovvero del mettere ordine fra le nostre cose.
Ordine nel focolare domestico, negli uffici, nelle scrivanie, nelle camere dei bambini, nei punti spesa, nei documenti, nelle ricevute dei pagamenti, nel libretto delle vaccinazioni del cane e, soprattutto, nelle nostre emozioni.
È in questo scontro titanico -tra quello che vorremmo e ciò che ci tocca fare- che dissipiamo ogni nostra energia e, in assoluta sincerità, non ho mai conosciuto donna così organizzata da non volerlo essere un po’ di più.
Incontentabili, sempre di corsa verso l’intreccio di una tela senza sbagli nè groppi, folle utopia che ci conduce al progressivo disfacimento del nostro sistema nervoso.
Nel frattempo, incarniamo Penelope, compulsivamente prese a fare e disfare noi stesse, per opporci al Caos che dilaga, dentro e fuori di noi.
Siamo tutte un po’ Penelope quando ci piastriamo per un’ora i capelli e fuori c’è la nebbia. O quando andiamo dalla parrucchiera per tagliare le punte delle punte.
Siamo tutte un po’ Penelope quando passiamo le domeniche a riorganizzare gli armadi e lunedì pomeriggio c’è di nuovo il mucchio sulla sedia.
Siamo Penelope quando al supermercato leggiamo tutte le etichette dei biscotti per scegliere i più sani, e la settimana dopo non sappiamo da capo quali comprare.
Siamo tutte un po’ Penelope quando investiamo fantasie di fiori d’arancio con uomini ibernati emozionalmente. O già impegnati. O confusi. O eterni Peter Pan. O semplicemente un po’ stronzi. Siamo Penelope quando aspettiamo per anni la promozione, e il mese prima della solenne riunione aziendale scopriamo di essere incinte.
Siamo Penelope quando culliamo ore ed ore un neonato che si sveglierà appena oseremo metterlo giù.
Siamo tutte Penelope perchè, per conoscere le nostre mille sfaccettature e potenzialità, dobbiamo accettare di lasciar passare del tempo, il tempo necessario per filare il nostro capolavoro su quel sacro telaio che abbiamo dentro.
Perché portiamo il vessillo, o la croce, o la delizia, di un femminile che sta riemergendo dopo secoli di “dietro le quinte”.
E perchè, infine, come Penelope possediamo la dignità, il coraggio di star da sole, la fierezza del nostro nome. E un’inesauribile magia creativa in punta di dita.

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