Hannah Arendt: un pensare senza balaustre

Hannah Arendt: un pensare senza balaustre

di Ivana Margarese

 

I pensieri veloci come il soffio del vento.

Sofocle, Antigone

 

Hannah Arendt è conosciuta soprattutto come teorica politica. È lei stessa a affermare nella sua ultima opera, La vita della mente, di non voler essere annoverata fra coloro che Kant definisce, non senza ironia, pensatori di professione (Denken von Gewerbe) perché questi appaiono incapaci di rendere conto di se stessi.
Il suo è “un pensare senza balaustre” (Denken ohne Geländer): non si acquieta su idee già date, per quanto presentate come sagge e definitive, ma genera piuttosto attraverso dubbi e domande. Alla maniera della tela di Penelope: ogni mattina viene disfatto ciò che era stato finito la notte precedente. A tal proposito Arendt fa riferimento a Socrate, il quale, diversamente dai sofisti, non intendeva trovare soluzioni a enigmi per poi dimostrarle ad altri ma era solito confrontarsi con i suoi simili per comprendere se condividevano le sue perplessità. Da questa prospettiva l’attività del pensare può anche essere autodistruttiva. Clichés, frasi fatte, adesione a codici di espressione e di condotta convenzionali, svolgono la funzione di proteggerci dalla realtà, ovvero dalla pretesa di attenzione che ogni evento o fenomeno richiederebbe al nostro pensiero. In L’umanità nei tempi oscuri. Riflessioni su Lessing Arendt scrive:

Ho sempre pensato che si debba cominciare a pensare come se nessun altro avesse mai pensato prima, e poi imparare dagli altri – ma con la testa nostra.

È noto che La banalità del male (1963) con le sue riflessioni sul processo al funzionario nazista Adolf Eichmann, condannato a morte per impiccagione, la portarono alla ribalta del grande pubblico e al contempo la resero bersaglio di accuse disparate: non essere una studiosa seria, essere arrogante, essere nemica del suo popolo e delle proprie origini ebraiche. Pochi compresero davvero quanto avesse voluto indicare Hannah Arendt, la sua indagine attenta e vigile che intendeva analizzare a fondo quanto era accaduto, senza respingerlo in categorie che semplicemente spostavano l’attenzione altrove. Arendt, come scrive Julia Kristeva, non condivideva la ben nota frase di Adorno secondo cui sarebbe stato barbaro scrivere una poesia dopo Auschwitz; al contrario a suo parere la narrazione condivisa è pungolo, levatrice, tafano del pensiero, espressione di quel logos che a differenza del nous non è divino. Karen Blixen, scrittrice da lei molto amata, scrive che ogni cosa può essere meglio sopportata se la si narra, o se ne fa una storia. Frase che Arendt sceglie come epigrafe all’interno di Vita activa (1958), opera in cui denuncia la riduzione della sfera pratica a fabbricazione, a mero agire produttivo: vita activa invece è spazio dello stare insieme generando per nostra iniziativa qualcosa di nuovo e inatteso. Una vita senza discorso e senza azione smette di essere una vita umana perché non è più vissuta tra gli uomini. Attraverso la parola e l’agire ci si inserisce nel mondo umano e questo inserimento avviene come una seconda nascita:

 Il nuovo  si verifica sempre contro la tendenza prevalente delle leggi statistiche e della loro probabilità, che a tutti gli effetti pratici, quotidiani, corrisponde alla certezza; il nuovo quindi appare sempre alla stregua di un miracolo.

Etimologicamente c’è un legame tra felicità e nascita. La radice del verbo greco phyo, che significa “generare” “far nascere” e il sostantivo physis, che significa natura, sono entrambi riconducibili alla parola latina felix e all’italiana felicità – così come allo spagnolo felicitad, al portoghese felicitade, all’inglese felicity e al francese félicité. E quella della “natalità” è certamente categoria centrale per la pensatrice tedesca, in contrapposizione all’impianto logico della filosofia occidentale che ha nominato la morte come suo criterio. Nel nascere è la singolarità di ognuno e di ognuna ad apparire come ciò che è nuovo, imprevedibile e irripetibile all’interno di una pluralità che è propria della condizione umana. La pluralità è altra categoria chiave nel pensare della Arendt ed è, come lei stessa afferma, caratteristica specifica della condizione umana e condizione fondamentale della politica:

Nulla di ciò che è, nella misura in cui appare esiste al singolare: tutto ciò che è è fatto per essere percepito da qualcuno. Non l’Uomo, ma uomini abitano questo pianeta. La pluralità è la legge della terra. ( H. Arendt, La vita della mente)

Nessun altro ha riflettuto come lei sulla nascita in quanto nuovo inizio di una storia individuale, “esperienza suprema del senso rinnovabile” in uno spazio condiviso. Arendt in pagine assai intense di Vita activa parla di “rivelazione”. Agendo e parlando gli uomini rivelano attivamente l’unicità della loro identità personale, e fanno così la loro apparizione nel mondo umano. La capacità di rivelarsi emerge quando si è con gli altri; non per, né contro altri, ma nel semplice essere insieme agli altri.


Adriana Cavarero nel suo recente Democrazia sorgiva (Raffaello Cortina, 2019) riflette sul concetto di felicità pubblica, elaborato da Arendt nel saggio Sulla rivoluzione e in alcuni testi coevi dei primi anni Sessanta. Public happiness esprime una condizione di felicità che non proviene da una sfera interiore in cui si trova rifugio dalle afflizioni del mondo ma che è espressione di libertà politica condivisa, “diritto ben diverso da quello dei sudditi di essere protetti dal governo nella ricerca di una felicità privata”. La tirannide è la forma di governo in cui il governo mantiene per sé il diritto di azione, lasciando ai cittadini il benessere privato, confinato nella privacy delle loro case, e allontanandoli dall’emozione di agire in concerto all’interno di uno spazio di azione condivisa. C’ è una gioia nel riscoprire un plurale politico. Scrive Adriana Cavarero:

C’è qualcosa di sorgivo, appunto di nascente e iniziante, nella manifestazione della felicità pubblica, la quale dà il nome a un’emozione collettiva e insieme individuale che sgorga dall’esperienza del partecipare e dell’essere in relazione.

Cavarero mostra come la pluralità dello spazio condiviso sia stata man mano spogliata del suo carattere di relazione interattiva per divenire sempre più simile a un insieme di io in vetrina. A tal proposito fa riferimento a una fotografia emblematica, scattata durante la campagna editoriale di Hilary Clinton nel settembre 2016.

L’immagine mostra la Clinton nel gesto di sollevare il braccio per salutare i suoi sostenitori e di fronte a lei, separata da una ringhiera, una folla per lo più composta da giovani donne che le voltano le spalle e alzano gli smartphone per scattare un selfie del momento e essere ritratte insieme a lei:

L’autocelebrazione  in rete, la vetrinizzazione del sé rispetto a innumerevoli altri, come forse noterebbe Arendt, ha evidentemente soppiantato la passione di eccellere fra gli altri. E il nuovo dispositivo ha finalmente dato modo al popolo delle facce di pubblicare la sua felicità privata.

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