Piccolo e segreto. Note su Anna Maria Ortese e Maria Zambrano

Piccolo e segreto. Note su Anna Maria Ortese e Maria Zambrano

 

di Ivana Margarese 

 

Dipinti di Elisa Anfuso

 

 

La  vita, il vivere come fluvialità-  al quale

bisognasse opporre la  scoperta e la cura di isole, e perfino 

di scogli verdi, interni e invisibili alla grandezza

e fuga delle acque?

Anna  Maria Ortese , Piccolo e segreto 

 

 

“Perché l’Italia, luogo di meraviglie terrestri e poetiche – fino a ieri – resta, in realtà, sempre a causa di quella intensa illuminazione solare, esclusa, tagliata fuori da tutte le cose interiori e insignificanti apparentemente, che pure sono l’uomo”.

Scrive così Anna Maria Ortese in Piccolo e segreto, uno dei trentasei brevi saggi contenuto nella raccolta Le Piccole Persone, attribuendo alla forte luce del Sole l’incapacità dello sguardo di soffermarsi sul piccolo e sull’interiore.
Piccolo è aggettivo che a partire dal titolo torna più volte in questi scritti, in cui Ortese ribadisce la sua volontà di  dargli attenzione in opposizione al grande, all’importante, al pregiato. Piccolo è anche ciò che appartiene alla dimensione del privato, dell’intimo, del segreto, parola che si lega etimologicamente a quel sacro che Ortese sembra scorgere negli intrecci della realtà, in ciò che è nascosto o che si manifesta in maniera delicata, senza frastuono: “il segreto è tutto ciò che essendo piccolo, non è consapevole di essere ma ne sente la pena e la gioia”.
Come l’iguana protagonista dell’omonimo romanzo pubblicato nel 1965  o il cucciolo di puma di cui si racconta in Alonso e i visionari.
L’iguana di nome Estrella viene descritta come piccola e indifesa, metà animale e metà donna:

Una bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembialetto fatto di vari colori.

E ancora: 

Vi era in quegli occhietti una severità e una lacera interrogazione.

Agnese Grieco nel suo Atlante delle Sirene considera l’iguana ortesiana una delle possibili metamorfosi della sirena, una delle più commoventi, ormai creatura quasi priva di voce, di un suo canto.
L’iguana nella descrizione della Ortese ha occhi che interrogano ed è certamente annoverabile tra le Piccole Persone. Ma chi sono le “Piccole Persone”? Anna Maria Ortese  lo spiega con queste parole:

Ritengo gli Animali Piccole Persone con una f a c c i a, occhi belli e buoni che esprimono un pensiero (…) al di fuori del raziocinio o ragione per cui noi andiamo noti, e ci incensiamo tra noi. (…) Le piccole persone sono pure e buone. Non sono avide. Non conoscono né l’accumulo né lo sperpero.

Il comportamento umano, osserva Ortese, è orientato al fare e al possedere tanto che le cose senza prezzo pare non appartengano più a nessuno.
L’uomo è, secondo la scrittrice, inumano nel suo sentirsi potente e capace di controllare e accaparrare ogni cosa. Questa arroganza lo conduce a dimenticare la sua coscienza profonda e a non riconoscere “la realtà del Dio che abita nelle ciliegie, nel vento, nel mare, negli occhi del cane e nella ragione dell’uomo”.
Ortese parla del paese dove vive, l’Italia, in termini di miseria e debolezza, di una nazione “tagliata fuori, a motivo del forte sole, da tutta la luce e la ricchezza di quanto è invisibile”. L’Italia si configura come un luogo di forme esterne, inutili e volgari.

Nello scritto Vertigine e venerazione Ortese racconta un episodio banale ma assai significativo. Un giorno d’estate a Roma mentre passeggiava lungo un viale alberato si ritrova a fare il gesto per lei inusuale e “sbagliato”: spingere un fiore con la scarpa verso il lato protetto del marciapiede:

Mi curvai subito, cercai il fiore grosso e luminoso di un istante prima, e vidi che non c’era più. Perché non poteva essere lui – dico quel bel fiore rosa – il nodo raggrinzito che adesso guardavo! (…) E, infatti, proprio quel nodo era il fiore, dopo il semplice contatto – non urto si badi – con la punta di una leggera scarpa. Rimasi senza fiato (…) TUTTO il fiore era, di colpo, ammalato, invecchiato, ingrigito, finito. Provavo un senso di sgomento altissimo. Non tanto per essere stata complice inconsapevole (…) quanto per lo sbalordimento (…) di vedere quanto tale fosse LA VITA, quanto quella vita fosse viva e pari in tutto a un’anima o una intelligenza che vengono improvvisamente in contatto con una forza banale, che le ignora.

L’essere ignorato è il più grave torto che un essere vivente può ricevere. Bisognerebbe avvicinarsi alla vita con attenzione, cura e ammirazione. Ortese vuole dare ascolto a chi non impone la sua voce e vuole dare spazio e sguardo a ciò che ci circonda: la solidarietà col piccolo nasce proprio dalla visione del mistero inesplicabile in cui siamo gli uni insieme agli altri. In Alonso e i visionari si legge “suppongo sia sbagliato parlare di animali, la vita è una”.
Anche Maria Zambrano nella sua opera evidenzia, avvicinandosi al pensiero greco e al Platone del Simposio, l’importanza di una conoscenza fondata sull’amore e non sulla distanza. Riconoscere qualcosa significa dargli credito, innamorarsene. Ne I beati la filosofa spagnola scrive a lungo sulla conoscenza poetica, nella quale immaginazione e senso intimo trovano alimento e collaborazione, e sull’ambizione al comando come peccato capitale dell’uomo:

Tutto si tinge di dominio, di commerciale imposizione. E là dove arriviamo la danza cessa, il canto ammutolisce, la brigata si disperde.

Esiste uno scritto di Zambrano intitolato Il mistero del fiore, in cui la filosofa fa del fiore un testimone del soffio della vita, una creatura dell’aria che manifesta un’identità indivisa: Gli ordini, le classi, le specie, le varietà non dividono i fiori. Tra loro non ci sono caste.
Ortese condivide con Zambrano l’appello a una ragione poetica e a una visione capace di spingere gli uomini oltre i confini dell’ordinario per raccogliere ciò che ci ha lasciati, i silenzi, i sogni, ciò che non abbiamo considerato per scoprire nuove possibilità di stare al mondo.
Ed è l’Aurora, in opposizione all’imperativo del Sole che là dove cade prende possesso, nel pensiero di Zambrano a essere con la sua luce appena nascente guida per gli uomini:

L’Aurora dunque è guida anche perché è radice, fiore, albero, anima del sentire originario. Presenza che nasce da un’attenzione ineludibile. Una conoscenza sostenuta unicamente dall’attenzione.

L’Aurora inoltre, come alcune delle figure immaginate dalla Ortese, balbetta, ha una voce ancora sospesa, non pienamente articolata. È piccola e segreta, come la speranza, cioè, con le parole della Ortese, “vera”.
Nel saggio Dell’Aurora (1986) di Maria Zambrano leggiamo:

Musica e poesia riscattano la continuità del sibilo e di tutti i linguaggi non umani, sacrificati alla parola discontinua. E questo cantico delle creature che si innalza senza sosta costituisce il terreno della parola, la quale sarebbe costretta, se solo minimamente lo avvertisse, a convertirsi in cielo che accoglie questo inno interminabile, obbedendo pienamente a ciò che la sostiene: alla musica, a questa musica dell’universo.

No Comments

Post A Comment