La sirena Partenope

La sirena Partenope

 

di Ivana Margarese

 

Partenope ( gr. Παρϑενόπη) che presto diventerà Napoli, dal termine greco Νεάπολις che significa «città nuova», prende il nome da una sirena e questo mito della sirena fondatrice della città costituisce per la cultura partenopea e per il suo immaginario collettivo una Pathosformel, come direbbe Aby Warburg.
Città multiforme in senso concreto, fondata su diversi strati di tufo in una zona a consistente rischio sismico e minacciata dal Vesuvio, Napoli accoglie e integra il negativo nell’immagine stessa della città. A Napoli la vita si costruisce accanto alla morte, che è ritualmente circoscritta e quindi trasgredita e il culto dei morti punta a garantire la sopravvivenza fisica, sociale e affettiva. C’è  anche un famoso detto che fa pensare al maleficio seduttivo del canto sirenico : “Vedi Napoli e poi muori”.

Le sirene sono state considerate nelle tradizioni greche al di fuori dell’Odissea come interpreti di canti funebri, simboli della soglia tra lecito e illecito, tra vita e morte.
Un viaggiatore distratto potrebbe supporre che la sirena sia ormai scomparsa da Napoli, invece questa  é raffigurata in molti luoghi. Vi è una Partenope trionfante, divenuta ormai monumento, che troneggia sul timpano del teatro di San Carlo. La si ritrova anche con i capelli al vento e la coda di pesce nella fontana ottocentesca di Piazza Sannazaro a due passi dalle tombe di Virgilio e di Leopardi, e nella fontana medievale accostata al muro perimetrale della chiesa di Santa Caterina della Spina Corona, in sembianze di fanciulla con ali da uccello e le zampe poggiate su un Vesuvio in eruzione. Gli antichi Greci, come è noto, raffiguravano le sirene come metà donne e metà uccelli, solo più tardi la sirena perderà le ali per assumere la sinuosa coda di pesce.

La Platea delle acque, inventario idrico della città di Napoli dato alle stampe nel 1498, menziona infatti la figura di una sirena alata dalle gambe simili agli artigli di uccello quale elemento di una fontana, poi ristrutturata in epoca barocca, collocata nel centro storico di Napoli. Scrive Agnese Grieco nel suo Atlante delle sirene a proposito della sirena raffigurata in questa fontana:

La nostra sirena si offre allo sguardo dei passanti. Dispensatrice materna, di aspetto adolescente, dai suoi seni scorre acqua, con cui la protettrice di Napoli sembra intendesse placare, così dice un’iscrizione, le eruzioni del Vesuvio, oppure i bollenti spiriti ribelliosi dei napoletani. Il viso è compassato, le ali angeliche. Il gesto delle mani che sostengono e stringono i seni offrendo lo zampillo agli assetati richiama emblemi di antichi libri alchemici. 

Nella sua Fondazione di Partenope, Antonio Silla, storico erudito napoletano, dopo aver dimostrato come non si debba affatto dar credito all’ipotesi che a fondare la città di Napoli siano stati i fenici, racconta dell’origine della città:

La nostra città venne edificata vicino ad una Tomba, dov’era sepolta una Donna; ma non sono di accordo a determinare qual Donna era mai questa, che vi era sepolta […]. Gli Autori più antichi [Strabone, Licofrone, Plinio], affermano che Partenope sia stata appunto una di quelle Sirene, che un tempo abitavano vicino al Peloro di Sicilia, e poi vennero ad abitare nel Promontorio di Sorrento, vicino a Capri. Erano queste al riferir di Servio tre Figliuole del fiume Acheloo e di Calliope, col volto di vaga e ben disposta fanciulla, con le ale, e piedi di uccello, e celebri Cantatrici. Si narra di più, che costoro per il loro canto avevano una tale attrattiva, che tiravano come pesci all’amo i Naviganti malaccorti, e tosto che gli avevano tra le mani, ne facevano una barbara carneficina. Ma finalmente essendovi ricapitato Ulisse, perché non volle fermarsi a sentire il loro canto insidioso, esse prese dalla rabbia si gittarono in mare, e voltando verso Occidente vennero a stabilirsi vicino a Capri, donde poi si divise la nostra Sirena, per venire a dare il nome all’antica Città di Partenope.

 

Alla sirena Partenope, sorella di Leucosia e Ligeia, dopo essere stata umiliata da Ulisse, si deve dunque l’origine della fondazione di Napoli. Alla fine del Cinquecento, come ricostruisce attentamente Elisabetta Moro nel suo Sirene. Le seduzioni dall’antichità ad oggi, la Chiesa cerca tuttavia di sostituire la sirena pagana con una vergine cristiana, Santa Patrizia, che viene plasmata sul modello di Partenope da un agiografo del tempo, Paolo Regio. La santa si è sovrapposta alla sirena sia sul piano simbolico sia su quello topografico, tanto che fino all’Ottocento si credeva che la tomba della santa si trovasse nel medesimo luogo dove era quella della sirena. Nicole Loraux in Nati dalla terra scrive che non esiste mito se non a partire dall’incominciamento. I miti ci indicano da dove veniamo. Ecco che da questa prospettiva il mito della città ispirata da una delle sirene che volevano incantare Ulisse, come ogni mito di fondazione, non nasce solo dalla città, ma anche per la città, oltrepassando la logica binaria del prima e del dopo, del bene e del male, e tenendo tutto insieme nello stesso tempo.
In Leggende napoletane Matilde Serao descrive Partenope come una creatura splendente e vitale, enfatizzandone quella passione per la vita in tutte le sue forme propria della città che rappresenta:

Se interrogate uno storico, o buoni ed amabili lettori, vi risponderà che la tomba della bella Parthenope è sull’altura di S. Giovanni Maggiore, dove, allora, il mare lambiva il piede della montagnola. Un altro vi dirà che la tomba di Parthenope è sull’altura di Sant’Aniello, verso la campagna, sotto Capodimonte. Ebbene io vi dico che non è vero. Partenophe non è morta, Partenophe non ha tomba. Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, é lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; é lei, che rende irresistibile il profumo d’arancio; è lei, che fa fosforeggiare il mare.

 

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