Pia Pera: il Giardino dell’Anima

Pia Pera: il Giardino dell’Anima

di Roberta Schembri

 

 

“Le piante fanno così, cedono senza combattere, si piegano senza dolore, pronte ad accogliere qualsiasi altra vita sia in serbo per loro”.

Basterebbe una frase così per fare, di una donna, una filosofa del mondo vegetale, una poetessa del verde.
Pia Pera però ha fatto tanto di più.
Il suo modo di raccontare le piante, i giardini, la natura, per tanti di noi lettori è stato come un sogno. Una parentesi nel mondo della letteratura al profumo di amarene appena raccolte e riversate sul tavolo della cucina. Pia Pera è stata una di quelle icone di cui non ci si dimentica, ma pur sempre un’icona vestita comoda: col prendisole di lino e zoccoli di legno per tutta l’estate.
Così me la immagino: lei che arriva nella redazione del Sole24ore, dopo dieci anni passati a scrivere per Gardenia (nel 2019 è uscita la raccolta di tutti i suoi articoli), sorridente e con i capelli sciolti a proporre una rubrica intitolata: “Verdeggiando. Male erbe e altre delizie”.
Sembrava che Pia non si prendesse mai sul serio, che forse non prendesse sul serio neppure la sua malattia; eppure, ha fatto tutto, forse molto più di quel che c’era da fare, perfino difendere a spada tratta l’Arctium lappa, quella pianta dei campi più comunemente nota come Bardana.
“Non chiamatele erbacce”: così intitolò quel suo intervento d’esordio, raccontando come un ingegnere svizzero prese ispirazione da tutte quelle foglie attaccaticce e da quei frutti spinosi, impossibili da staccare dai maglioni, per la sua invenzione del velcro.
Lara Ricci, la curatrice di Pia nel quotidiano rosa, racconta di lei attraverso l’aria nuova che da subito iniziò a circolare in redazione, nonché della sua “rivoluzione solare e gentile, fatta di intelligenza, entusiasmo ed affettuosa ironia” che provocò, in chi curava l’editing della rubrica, “risate squillanti ed esclamazioni di gioia”.
Di nuovo: basterebbe questo.
Ma c’è di più ancora. Pia non descriveva solo gli stati d’animo connessi alla soddisfazione del tripudio del proprio giardino, ma dell’intimo legame tra l’essere umano e la terra.
Si interessò, ispirata soprattutto dalla lettura di Masanobu Fukuoka, il teorico dell’agricoltura naturale e della non-azione, agli orti semi-spontanei e al nutrirsi di ciò che si coltiva. Una forma di indipendenza, di rivoluzione ecologica dell’anima, ma anche di tantissime formule scaccia-senso-di-solitudine, come evoca il titolo dolceamaro del suo ultimo romanzo: Al giardino ancora non l’ho detto.

A volte lo tiro fuori dalla mia libreria, solo per il piacere di sospirare e di sentirmi confortata, ma anche un po’ mortificata, tutte quelle volte che, per inerzia o gusto dello psicodramma, mi cruccio per i banali intoppi del mio quotidiano.
Ormai mi basta il delicato colore della copertina: uno di quei verdi di fiume, quel verde figlio di poco giallo e di molto cobalto, uno di quei colori che rassicura l’anima, senza però spegnerla.
Apro a caso:

“La cosa bella di questa malattia, mi viene in mente leggendo un libro sui muschi nei giardini giapponesi, è che mi costringe a fare quello che non osavo ma desideravo: starmene dove sono”.

Sono così grata verso quegli autori che, in pochissime parole, “acchiappano” uno dei miei stati d’animo più frequenti, forse anche più banali, e mi danno una mano per sistemarmelo meglio dentro, come fossero quella zia affettuosa che ti corregge l’asola mancata di un bottone disallineato prima di uscire.
Per un’ultima volta: basterebbe questo, la semplicità.
Come quando Pia ci racconta: “Oggi era bellissimo, coi finocchi verdi e bronzei che spuntavano oltre i bossi, intrecciati di raggi di luce, leggerissimi e freschi, e poi tutti i colori dei cisti, delle rose, degli agli e i verdi che ancora non si somigliano”.
Mi pare fosse Sciascia a indignarsi per il fatto che la letteratura italiana, seppur figlia di Leonardo da Vinci e di Virgilio, fosse così “povera di alberi”. Gli autori italiani descrivono sempre gli alberi come alberi, senza mai specificare troppo né scendere in nomenclature botaniche.
Quando un giardino invece ci viene svelato attraverso vere e proprie macchie di colore e attraverso questi arabeschi di vita che appartenevano alla penna di Pia Pera, un po’ è come essere stati lì con lei, o essere tornati nei giardini di chissà quali nostri ricordi, quelli ormai archiviati col filtro seppia.
In più, oltre a tutto questo suo mondo che spesso mi sospinge sulle rive della filosofia aristotelica – Aristotele fu il primo a parlare dell’anima delle piante -, Pia Pera era una studiosa della letteratura russa: a lei si devono traduzioni come l’Evgenij Onegin di Puskin; era anche un’affermata autrice di racconti che giravano attorno all’eros e al desiderio (La bellezza dell’asino e Diario di Lo).
Così stasera, mentre la celebro con queste righe e col profumo inebriante di tre giacinti sbocciati ieri mattina sul mio tavolo da lavoro, ragiono sul fatto che forse tutti noi, in fondo, funzioniamo così, in modo semplice e artistico: il bello attrae altro bello.
Scelte curate quotidiane, come le parole da utilizzare in un dialogo, o le piccole presenze botaniche in casa (anche abitassimo in un micro-appartamento), in continua ed evocativa trasformazione. Oppure un nastrino a pois attorno al barattolo di marmellata della settimana, o due bacche di alchechengi, spolverate di zucchero a velo, vicino al gelato fiordilatte: il meraviglioso dentro le piccole cose.
Ma il bello non conosce unità di misura né di dimensioni.
Come diceva Tiziano Terzani, durante il suo ultimo periodo in ritiro sull’Himalaya, così simile a quello di Pia Pera nel suo giardino:

“Questa bellezza in qualche modo ti entra dentro e ti dà una dimensione di un qualcosa che non ti appartiene, ma che è anche tuo e di cui sei parte”.

1 Comment
  • Maurizio Bacia
    Posted at 11:17h, 12 Gennaio Rispondi

    Bellissimo omaggio 🙏

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