Economia dell’imperduto

Economia dell’imperduto

di Ivana Margarese

 

 

Parla –
ma non dividere il no dal sì.
Da’ senso alla tua parola:
dalle l’ombra.
Paul Celan, Parla anche tu

 

 

Economia dell’imperduto  è un testo che richiede attenzione. La stessa autrice la reclama all’inizio del saggio, affermando che mantenere vigile l’attenzione è una missione che lei e il lettore condividono. Nel corso della lettura, il lettore viene condotto a non stabilizzare lo sguardo, a non dividere il sì dal no, il visibile dall’invisibile, l’assente dal presente. Economia dell’imperduto è una complessa riflessione di Anne Carson, edita in Italia (2020) da Utopia edizioni, sulla poesia attraverso le parole e l’incontro di due poeti, tra loro lontani nel tempo, Simonide di Ceo e Paul Celan:

(Entrambi) impediscono l’uno all’altro di stabilizzarsi. Spostandosi e non stabilizzandosi, stanno fianco a fianco in una conversazione e ciononostante nessuna conversazione ha veramente luogo. Faccia a faccia, eppure non si conoscono, non vivono nella stessa epoca, non hanno mai parlato la stessa lingua. Insieme e contro, allineati e discordi, ciascuno si pone come una lente attraverso la quale l’altro può esser messo a fuoco. A volte si può osservare meglio un corpo celeste se lo si guarda insieme a un altro.

L’ imperduto, ciò che resta, è proprio la parola, un ponte tra ciò che è e ciò che non è più, che pur essendo perduto non è ancora perduto e il poeta incarna qualcosa che riguarda tutte la nostre speranze, dal momento che la memoria dipende dalla perdita e dal vuoto. Per i greci,  μνήμη è affine al verbo μιμνήσκομαι («ricordo», «faccio menzione», «nomino») e la dea Mnemosine è «madre delle Muse» da Omero ed Esiodo. All’interno di una società come quella greca, il ricordare che eterna è la missione della poesia e il poeta, attraverso la memoria, trasforma il nostro rapporto umano con il tempo. Egli è anche una sorta di cardine, perché determina una continuità tra la vita mortale e quella immortale. Il ricordo scorre attraverso di lui “come luce che si irradia sulle cose più oscure”.

La riflessione su ciò che non va perduto si intreccia, nel saggio di Carson, al termine economia e trae spunto anche dal fatto che Simonide sia stato il primo a fare della poesia un mestiere elargito dietro retribuzione. La mercificazione segna un profondo cambiamento, rispetto all’economia dello scambio e del dono, nelle relazioni e nella loro durata. Lo xenia dell’antica Grecia è associato al rapporto di amicizia o al legame tra ospitato e ospitante e stabilisce una alleanza fondata sulla reciprocità e sulla durevolezza. Coloro che entrano in un rapporto di xenia tagliano un pezzo d’osso in due, tengono metà per sé e lasciano l’altra metà ai loro sodali, in modo che se questi ultimi hanno occasione di fare loro visita, o viceversa, possono portare con sé la metà dell’osso per rinnovare la xenia. La merce e il denaro introducono un ordine differente. Simonide vive in un periodo di intersezione tra questi due sistemi, in cui anche la considerazione della poesia cambia tanto da essere separata dall’espressione di verità e venire associata tanto dai sofisti che da Platone o a una tecnica utile alla persuasione o a un inganno. Gorgia nega al λόγος il potere di oltrepassare le apparenze: «La bellezza dell’invisibile non può essere espressa a parole», sostenne. Platone nel Teeteto fa dire a un giovane personaggio appartenente alla scuola di Protagora: «Alcune rappresentazioni sono migliori di altre, ma nessuna è vera».

Tuttavia Simonide intendeva con la poesia trascendere ciò che è visibile a tutti. La precisione dei suoi versi evoca un registro differente di ascolto e comprensione in cui le categorie standard, vengono oltrepassate e presenza e assenza si intrecciano costantemente. Si racconta che un giorno il tiranno Gerone chiese a Simonide di definire la natura e gli attributi della divinità e il poeta gli rispose «Dammi un giorno per pensarci». Gerone dopo una giornata ripeté la domanda: «Dammi due giorni per pensarci», rispose Simonide. Due giorni dopo, Gerone domandò di nuovo, il poeta disse «Dammi quattro giorni per pensarci» e così continuò con una crescita esponenziale dei giorni, finché il tiranno non pretese una spiegazione, a cui Simonide replicò dicendo: «Più ci rifletto, più la questione mi sembra oscura». Questo aneddoto ha il merito di svelare come Simonide non sia interessato a dare l’illusione di sapere, ma preferisca piuttosto umilmente dichiarare come la natura divina sia invisibile in questo mondo.

Simonide è stato prolifico compositore di epitaffi, ampiamente celebrato per la bellezza dei suoi canti funebri:

Nessun tipo di poesia si preoccupa di vedere ciò che non c’è e di non vedere ciò che invece c’è più dell’epitaffio. Un epitaffio è qualcosa che si pone su una tomba – un σῶμα che diventa un σῆμα, un corpo trasformato in un segno. Già in Omero si parla di σῆμα, di una tomba a cumulo sui resti di un guerriero caduto, così che il passante futuro possa fermarsi e commemorarlo.Il fine del monumento è traslare nel vivo presente un passato che è morto e svanito.

Come il denaro è, nelle parole di Aristotele, garanzia di scambio nel futuro per qualcosa che non è dato nel presente, così la lapide garantisce un venturo scambio tra oblio e memoria e vale un po’ di vita ogni volta che qualcuno ne legge l’iscrizione. Le composizioni epigrafiche di Simonide sono la prima forma di poesia della tradizione greca che possiamo considerare scritta per essere letta: in una parola, letteratura. Questa intersezione tra vita e morte appartiene anche a Celan, egli stesso descrive la natura pendolare della poesia nel discorso Il meridiano: «La poesia si afferma ai limiti di se stessa; per poter esistere, evoca e si sottrae costantemente da un “non più” a un “ancora qui». Seppure Celan non fu uno scrittore di epitaffi, scrive Carson, “sembra prendere in considerazione l’idea che i morti possano salvare i vivi”:

Essere seri al cento percento sul nulla, sull’assenza, sul vuoto che è pieno, è questo il destino e il compito del poeta. Il poeta è un uomo che banchetta alla stessa tavola di altri commensali. Ma a un certo punto avverte una mancanza. È stimolato dalla percezione di un’assenza in ciò che gli altri considerano un presente pieno e soddisfacente. La sua risposta a questo scarto è un atto di creazione poetica; si adopera per mezzo della σοφία poetica nel far presente alla mente ciò che manca nel reale.

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