Corrispondenze: Hannah Arendt e Walter Benjamin

Corrispondenze: Hannah Arendt e Walter Benjamin

 

di Ivana Margarese

 

 

Un universo di affinità misteriose: la palma e lo spolverino,
l’asciugacapelli e la Venere di Milo, la protesi
e il portacarte si ritrovano qui insieme
come dopo una lunga separazione.
W. Benjamin, I “passages” di Parigi

 

Hannah Arendt aveva “il genio dell’amicizia”, così dice di lei Hans Jonas. Grande importanza hanno peraltro nella formazione del suo pensiero la scrittura biografica, i carteggi e gli scambi epistolari, testimoni dello slancio alla condivisione e al confronto. Il tema della vita e della nascita, come capacità di compiere un nuovo inizio, guidano i suoi scritti dedicati spesso alla concretezza delle storie e dei legami con gli altri. La vita in senso arendtiano è passaggio da zoe a bios, non “sopravvivenza della specie” ma piuttosto amore per colui che ho vicino, che incontro, fragile e vulnerabile quanto me.  Rahel Varnhagen. Storia di un’ebrea, che raccoglie le vicende biografiche di Rahel Varnhagen, è il testo giovanile che, nel corso di un processo intentato per danni contro il governo tedesco, volle fosse riconosciuto come tesi universitaria di abilitazione, con l’accusa che le era stato impedito discuterla a causa dell’ostilità degli ambienti accademici dell’epoca nei confronti delle donne, in particolare ebree.

Il valore che nella sua filosofia hanno esperienza e vita è ben espresso in queste parole:

Importanti non sono le persone, importante è solo quello che loro accade, il loro dolore, la loro vita e il loro morire.

E ancora in uno scambio di lettere con Gershom Scholem Arendt scrive:

Nella mia vita non ho mai “amato” nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere.  Io amo “solo” i miei amici, e la sola specie di amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone.

Senza dubbio quella con Walter Benjamin fu un’amicizia profonda. L’incontro avvenuto anche per motivazioni familiari – Benjamin era cugino del primo marito di Hannah Arendt, Günther Stern, meglio noto come Günther Anders – si consolidò durante l’esilio francese, nel corso del quale Arendt prese a recarsi con regolarità alle riunioni che si tenevano a casa del filosofo, in rue Dombasle al 10. Benjamin è per Arendt un “inclassificabile”, la cui opera singolare non rientra nell’ordine esistente. Lo avvicina di frequente a un altro “inclassificabile” a lei caro: Franz Kafka. Entrambi scelti per la loro silenziosa ribellione all’essere incasellati e modellati su un ordine già esistente. Nella sua lettura dell’opera di Benjamin, Arendt sottolinea come egli cercasse, quasi avesse il talento di un alchimista, di rinvenire ovunque delle correspondances tra elementi che se ben correlati si sarebbero chiariti e illuminati reciprocamente:

Ciò che per lui contava era l’affinità tra un episodio di strada, una speculazione in borsa, una poesia, un pensiero, era il filo nascosto che li tiene uniti e grazie al quale lo storico e il filologo sono in grado di riconoscere che tutti vanno situati nello stesso periodo.

La metafora, elemento portatore di conoscenza nella poesia, fa parte del linguaggio di Benjamin e va intesa nel suo senso originario di metapheréin (trasferire, portare oltre): far apparire in modo sensibile delle affinità tra cose apparentemente lontane che non necessitano di alcuna interpretazione. Il collezionismo, come raccolta di oggetti non valutati secondo la loro utilità, è l’autentica passione del filosofo tedesco. Un’azione anarchica in cui l’oggetto viene sottratto al suo contesto tradizionale per essere trasformato all’interno di un nuovo insieme. Scrive Benjamin ne “I passages di Parigi” a proposito del collezionista:

Egli dà loro solo un valore d’amatore invece del valore d’uso. Il collezionista si trasferisce idealmente, non solo in un mondo remoto nello spazio e nel tempo, ma anche in un mondo migliore, dove (…) le cose sono libere dalla schiavitù di essere utili.

Il collezionista riunisce ciò che è affine. Non a caso il metodo del montaggio è struttura dei Passages e aspirazione di Benjamin è quella di costruire un’opera che consistesse solo di citazioni e fosse tanto sapientemente montata da rinunciare a qualsiasi testo di accompagnamento.

Il pensiero del filosofo tedesco, ribadisce Arendt nei saggi a lui dedicati, è pensiero poetico, che vive attraverso i frammenti che riesce a strappare dal passato, come un pescatore che si cala nella profondità del mare per ricondurre alla luce perle e coralli:

nel fondo degli abissi, in cui affonda e si dissolve tutto ciò che un tempo aveva vita, alcune cose subiscono “dal mare un mutamento” e sopravvivono in nuove forme e figure cristallizzate, immuni agli elementi, come in attesa del pescatore di perle che un giorno scenderà sino a loro per ricondurle al mondo dei vivi.

Il coraggio di osservare i particolari, liberandoli da schemi già ordinati per dare loro nuovi significati, è una prassi che Hannah Arendt condivide col suo amico Walter Benjamin. L’immaginazione che secondo Kant è “così potente nella creazione di un’altra natura con la materia della natura reale” e l’attenzione per ciò che è piccolo, umile, apparentemente sommerso sono nutrimento del pensiero di entrambi. Dalle rovine scrive Arendt, in un saggio dedicato a Kafka, sorge la possibilità di un individuo che con la sua buona volontà “può davvero spostare montagne, costruire nuovi mondi e pure passare indenne attraverso la distruzione e le macerie di tutte le precedenti costruzioni difettose e vacillanti perché a lui infatti, solo che egli sia di buona volontà, gli dei hanno dato un cuore indistruttibile”. Questa azione è un’azione propria del pensiero. Come diceva Catone, che Arendt riprende nelle pagine conclusive di Vita activa:

Mai qualcuno è più attivo di quando non fa nulla; mai è meno solo di quando è solo con se stesso.

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