Ida Travi: il tempo dei Tolki

Ida Travi: il tempo dei Tolki

 

a cura di Ivana Margarese

 

Marìe canta la famiglia del secolo di Ida Travi è il settimo libro dei Tolki (il sesto s’è perduto) e il decimo titolo dei Cervi Volanti, la collana di scritture poetiche curata da Giorgio Maria Cornelio e Giuditta Chiaraluce all’interno del progetto Edizioni Volatili. Morel, voci dall’isola pubblica qui due estratti dal testo e un dialogo con l’autrice.

(questo non è niente)

Questo è niente, Olin, lo vedi?
uno straccio di lenzuolo è più grande
questo è il pulsante della salvezza
questa è la valvola del sacrificio

Quand’ero lassù…
quand’ero lassù sotto il campanile
vedevo la tua mano roteare nel vento
sentivo la tua mano sciabolare nel vento

era il fiore giallo
era il fiore nero

-come devo dirtelo, Olin… come?-

Siamo venuti in terra per aprire gli occhi
siamo qui per aprire gli occhi
e poi rialzarli al cielo
solo questo, Olin, solo questo!

(c’era poi quel mistero)

C’era poi quel mistero intorno
per il resto era tutto uno spettacolo
il ghiaccio, il silenzio
la macchia viola sul giubbotto
e l’angelo trionfante, la testa bassa del lupo

E quando saremo là fuori…

C’era uno stagno azzurro e dentro
il grembiule galleggiante, e dentro
il nero muso del cane. Solo quello, Olin
solo quello.

Come nasce il progetto dei libri dei Tolki?

La parola Tolki nasce dallo slittamento sonoro del verbo inglese to talk. Rimanda all’esistenza di strani esseri umani poeticamente intesi come i parlanti. Come scrissi ben dieci anni fa nella nota introduttiva al primo libro della serie, Tà poesia dello spiraglio e della neve, o Tolki parlano ‘una lingua ridotta all’osso’. Olin, Attè, Inna, Antòn, Katrin, Usov… Si vedono andare e venire solo per un attimo, inquadrati a strisce dietro lo spiraglio. Questa gente resta un mistero: mentre nascevano sulla pagina, io guardavo loro e loro mi mostravano l’occhio, come se aspettassero la parola che risveglia, lo scatto. L’anno dopo, nel 2012, con Il mio nome è Inna, quegli strani esseri erano ancora lì, non volevano saperne di andarsene. Erano ancora loro, eppure trasfigurati, a volte cangianti nel nome. Ancora adesso, a distanza di sette libri, quegli esseri vanno da un libro all’altro, da un luogo all’altro e non sono separabili dallo sfondo su cui si muovono. Sono indifferenti al tempo, al secolo, eppure non sembrano eterni.
E’ stato per non chiudere la scrittura su di loro che ho fatto entrare il concetto di serie in poesia. Era una cosa molto strana dieci anni fa, non c’era niente di simile in giro, ma andava bene per me. Guarda l’arte, mi dicevo. Guarda la musica. Guarda i mesi, i giorni, le settimane…E poi, che dire? Il mio lavoro poetico si lega fortemente all’oralità, e l’oralità si lega all’epica, segue una logica paratattica, e/e, non aut/aut. La forma orale si adatta, entra in ogni epoca, anche in questa epoca.

Il tuo testo sembra avere tra i protagonisti il Tempo e richiamare il lettore a un modo inatteso di percepirlo.

Il tempo dei Tolki è un tempo sfuggente e il concetto di serie lo trattiene, lo redime. È un tempo ritmico, o anche aritmico, non importa, forse inquietante ma in sé non spaventoso. Lavorare a una serie vuol dire sicuramente tenere il tempo, è un lavoro che tiene aperto, non conclude. Nel leggere i Tolki non conta l’ordine di lettura dei libri, ognuno stabilisce un suo ordine, anche se casuale, ognuno segna il suo inizio. Quand’ero al terzo libro, Katrin, saluti dalla casa di nessuno, s’è pensato a una trilogia, visto che i libri a quel punto erano tre, ma ho cercato di smantellare quest’idea: non si trattava, né di trilogia, né di tetralogia, no. Per quanto estese queste sono forme che chiudono mentre con i Tolki tutto doveva restare aperto. Come la parola, come il continuo apparire e sparire delle immagini, come il campo di neve su cui s’aggirano con i loro grembiuli questi misteriosi esseri parlanti. Come il pilastro, come i rastrelli, come il piede che batte come un martello …Questi esseri vivono come una famiglia, ma non sono una famiglia. Il campo continuamente gela e disgela, e i Tolki aspettano… Ma cosa?

“Siamo venuti in terra per aprire gli occhi
siamo qui per aprire gli occhi
e poi rialzarli al cielo”.

Oddio questo ha a che fare con la presunzione umana di unire cielo e terra. Ha a che fare con l’arte, con la poesia forse… con l’amore, ma il nostro sguardo è piccolo, non può comprendere tutto. Chiedi al cielo ma guarda in basso, guarda lì dove non c’è più né erba, né casa, né neve… se guardi bene a un certo punto vedrai la traiettoria.

Nel racconto emerge al contempo un senso di comunità e di esclusione, di coesistenza e di fuga. Potresti dirmi qualcosa in merito?

I Tolki vivono insieme da solitari, non sono una comunità. Ciascuno è in balìa del tempo, non dispone d’un suo tempo. Ciascuno è continuamente dislocato, dentro alla poesia, ciascuno viene rinominato, ribattezzato, ritoccato. I Tolki, i parlanti, sono imparentati ai parlêtre di Lacan. Cioè siamo noi, esseri marchiati dal linguaggio. Eppure la parola e il nome ci vengono continuamente a mancare. La casa, il rifugio, l’albero, la fontana… tutto ci viene a mancare. Il movimento dell’esclusione è automatico, interiore, ma poi arriva il foglio, l’asino, il carretto…e allora nel libro trovi scritto il foglio, l’asino, il carretto.

La figura di Marie è misteriosa, come se a lei fosse destinato l’avvio di qualcosa che ancora non riusciamo a vedere.

Il nome Marìe, ritoccato nell’accento, viene dal film di Robert Bresson Au Azard Balthazar: là, nel film, la ragazza era in realtà Anne Wiazemsky. Era una ragazza, non era ancora un’attrice, e questo non è irrilevante. E Balthazar era il suo asino, una figura sacrale, ‘il povero cristo’, ‘l’idiota’. Per quanto riguarda i Tolki, l’asino compariva già nel quinto libro con nome ridotto: Tasàr, animale sotto la neve…Nel settimo libro, invece tra I Tolki troviamo Marìe… Troviamo Marìe, si, ma già non è più lei: Marìe è già un’altra Marie. E quell’asino è già un altro asino… di libro in libro il campo, il carretto, la pompa di benzina… le stelle, il contenitore. I segni dell’umano sono sparsi ovunque e a volte si raccolgono in giubbotto, in cerniera. Che dire ancora? Bresson diceva: “Non correre dietro alla poesia, s’infila da sola dentro le giunture.”

Biografia

La poesia di Ida Travi si inscrive nel rapporto tra oralità e scrittura. In prosa nel 2000 pubblica L’aspetto orale della poesia, terza edizione Moretti&Vitali, 2007 e nel 2015 Poetica del basso continuo. In poesia, sempre per Moretti&Vitali inizia a pubblicare la sequenza poetica sui Tolki, i parlanti, in cinque libri: TA’ poesia dello spiraglio e della neve (2011) Il mio nome è Inna (2012) e Katrin. Saluti dalla casa di nessuno (2015) e Dora Pal, la terra. (2017), Tasàr, animale sotto la neve. Per Edizioni Volatili nel 2020 pubblica Marìe canta la famiglia del secolo il settimo libro dei Tolki. Il sesto libro s’è perduto. Per il teatro l’atto tragico Diotima e la suonatrice di flauto è edito da Baldini Castoldi Dalai nel 2004 e nel 2011 opera lirica, Tesi di Laurea in Composizione del M° Andrea Battistoni. Su suoi radiodrammi e sue poesie alcuni compositori contemporanei hanno composto ed musiche originali. Numerose le pubbliche esecuzioni radiofoniche e dal vivo.

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