Medusa

Medusa

di Sara Oliva Boch

Ringraziamo per le immagini Federica Poletti (www.federicapoletti.com)

 

 

“La bocca è aperta, più che spalancata, quasi per raccogliere il respiro, nell’apnea dello sgomento, più che emettere un urlo. Si intuisce che il grido che stava per uscire da quella bocca è rimasto strozzato, inghiottito dallo spavento. Questa Medusa – della quale è difficile stabilire con sicurezza se sia uomo o donna – sta vedendo qualcosa che la terrorizza, ha scoperto, in un punto imprecisato di uno spazio che tuttavia è dalla nostra parte, qualcosa che sorprende e insieme suscita orrore. Sembra incredula – è comunque attonita. Ciò che ella vede è fonte di orrore, molto più del suo stesso aspetto. Quale conseguenza di ciò che ha visto, ora ella sa qualcosa che prima non conosceva. Un mistero che sembrava inaccessibile, relativo a ciò che sta di fronte alla Medusa, e che perciò appartiene alla realtà degli umani, è stato svelato.  È uno sguardo fisso, atterrito e insieme pieno di stupore, come quello che si può avere di fronte a una scoperta inattesa e sconvolgente”.

Ce lo descrive così, Umberto Curi, il dipinto di Caravaggio dove viene raffigurata Medusa e leggendo le righe appena citate non ho potuto fare altro che riconoscere la mia espressione, colma di incredulità, angoscia, spaesamento e sorpresa nel momento in cui mi hanno detto che avevo un tumore. Medusa e la mia malattia si sovrappongono via via che ne approfondisco il significato tragico e che su di essa costruisco un’ermeneutica simbolica legata all’esperienza più difficile della mia vita, fino ad oggi. Inizio dal tracciare uno dei possibili ritratti di questo personaggio complesso, controverso, indefinibile e oscuro per accostarlo all’esperienza straordinaria con la malattia.  Medusa è simbolo delle forze primordiali della natura, della sapienza muliebre, mediatrice tra il regno dei viventi e l’oltretomba, simbolo del ciclo di nascita, morte e rinascita, della trasformazione e della creatività universale; insieme a questo però è anche potenza malefica, è inizio ma anche fine, è essere animale ma anche umano, Medusa è figura che racchiude due facce poiché rappresenta il doppio. Essa è infatti l’ambiguità, l’oscurità che ci abita e che tentiamo di governare o cancellare; rappresenta il nostro alter ego reietto, esiliato, inascoltato, inaccettabile che però, ad un certo punto dell’esistenza, ci si pone dinnanzi, foss’anche un istante prima di morire, imponendoci il suo sguardo, il suo volto, la sua terrificante, bizzarra ed ineluttabile presenza.

Medusa è l’unica delle Gorgoni ad essere mortale, viene sempre raffigurata con una prospettiva frontale (fatta una sola eccezione per la raffigurazione che ne fa Leonardo Da Vinci che la ritrae di spalle), potrà agire la sua forza spaventosa scaraventandoci nell’angoscia sacra oppure potrà agire la sua potenza grottesca per concederci un riso liberante e liberatore, testimone dell’emancipazione dal terrore opprimente. Medusa può quindi essere forza distruttiva che pietrifica o potenza trasformatrice che porta la vita ad una nuova nascita; può essere crudele e punitiva oppure un mezzo per elevarci alla dimensione in cui ci si pone nella condizione di trasformazione e consapevolezza. In ogni caso, quel che pare essere elemento sempre uguale nelle moltissime letture che vengono proposte sulla Gorgone, è la reazione all’incontro con essa: lo spaesamento, la sorpresa, il terrore, perché essa è limite, confine, ambivalenza e negazione del principio di contraddizione, sconquassamento dei riferimenti della logica, implicazione di una percezione circolare anziché lineare, prospettiva altra che intreccia, compone, tiene insieme, abbraccia anziché separare secondo un’organizzazione mentale ordinata per significato ed appartenenza. La logica di Medusa è il mescolamento degli elementi che costituiscono riferimento esistenziale; irrompe improvvisamente e scompone un ordine esistente, inquieta perché è qualcosa che non conosco ma che mi abita dentro, esattamente come la mia malattia: un gruppo di cellule del mio corpo inaspettatamente sovverte l’ordine precostituito della missione inscritta nel loro DNA e instaura un nuovo nucleo feroce e determinato a modificare il mio corpo, la mia casa. La malattia è allora, come Medusa, qualcosa di nuovo ma al tempo stesso familiare, una presenza improvvisa, imprevedibile ma dentro al perimetro della mia pelle, è “quell’insolito che minaccia la quiete della casa e che inevitabilmente ne sbreccia i confini [e] non proviene dall’esterno, ma dall’interno della casa stessa. L’inabituale, l’estraneo, l’altro, ciò che mette in scacco le nostre misure, ci inquieta, perché ci riguarda e ci coinvolge”.
Eccola la mia personalissima Medusa, è nel luogo dove dimoro da sempre, il mio corpo, e mi impone un cambio di prospettiva, mi insegna a guardare alla vita, morte compresa, da un angolo di parallasse nuovo, disorientante, assoluto. E diventa all’un tempo estranea e familiare, altro da me e parte di me e questo duplice movimento di espansione e contrazione tra il vecchio e il nuovo, il familiare e lo sconosciuto si intreccia a vari livelli, include la percezione che avevo del mio corpo e l’immagine trasformata che guardo attraverso lo specchio, riguarda anche ciò che era una priorità ieri e il nuovo ordine delle priorità di oggi, ma soprattutto la paura di morire, che diventa durante il lungo percorso terapeutico un’assidua compagnia, passa dall’essere un remoto pensiero associato ad un tempo lontanissimo ad un terreno sul quale imparo a muovermi. La mia Medusa oggi ha le fattezze della malattia e fortunatamente mi mostra il suo lato di incredibile potenza trasformatrice, la sua profonda capacità di rivoluzionare tutto, scaraventando via ciò che non è necessario e riducendo ogni cosa alla sua forma primaria, anche il corpo. La malattia è stata una tempesta di vento che mi ha permesso di sradicarmi dall’esistenza di prima e rinascere affondando le radici in un terreno nuovo, è diventata così il grande espediente che mi ha permesso – e tutt’ora continua a permettermi – di esercitarmi alla mia finitezza, a tutta la preziosa fragilità che mi costituisce, per imparare a guardarmi e a vedermi con più verità e con meno pudore e scoprire così quello che sono nella mia essenza più verosimile.
Il mio tumore, la mia Medusa, è lo specchio delle mie debolezze, della mia finitezza e della mia vulnerabilità, e anche, nel contempo, il grimaldello di quella parte di me coraggiosa, capace, forte, determinata, amante della vita in tutte le sue possibili tonalità. La sua potenza è data dalla connotazione assoluta con cui precipita nella mia vita e ne fa, tutt’a un tratto, qualcosa di inedito, nuovo, convertito ad un modo di stare al mondo, interiore ed esteriore, completamente sconosciuto. Ed è assoluta perché non concede la possibilità di sfumature, perché chiede la partecipazione di ogni atomo della mia corporeità e invade ogni mio più recondito anfratto psichico ed emotivo.
In tutto questo movimento verso la forma minima delle cose della vita spesso Medusa – ma potremmo, anche in questo caso, sostituirla di nuovo con la parola malattia – sospinge verso il confine tracciato dalla coincidentia oppositorum in qualità di rappresentazione dell’irriducibilità del doppio, è il terreno su cui si incontrano e si scontrano gli opposti, primo fra tutti quello ineludibile della morte in seno alla vita. L’inizio e la fine, la vita e dunque, anche, inscindibilmente la morte ma soprattutto “la mutua convertibilità dell’una nell’altra”, e fra esse, nel mezzo, la malattia e il tempo denso e introspettivo che concede la possibilità alla vita di dialogare con la morte, per cercarne un senso, a volte per alleggerire la paura, il dolore e, forse, per recare con sé la possibilità di una vita migliore.
Detto altrimenti, incontrare di Medusa la dimensione terrificante e poi quella grottesca significa avvertire tutta la paura di morire prima e poi, dopo, lentamente convertirla in gratitudine per ogni minuta cosa, cioè significa riempire quel vuoto che è l’abisso della paura antica di morire con la consapevolezza che la vita, in ogni sua manifestazione, a qualsiasi longitudine e latitudine di entrambi gli emisferi, è governata dall’impermanenza, inevitabile dimensione che abbraccia tutte le possibilità, siano esse pensabili o no.
La contemporaneità si dà oggi nel misconoscimento di tutto questo, alla ricerca di un’immortalità e di una capacità performante completamente nevrotiche, perdendo di vista, in questo vorticoso e vizioso andamento, l’essenzialità, la leggerezza, la delicatezza della bellezza del vivere e il bisogno insito nell’essere umano di conciliare il difficile con il bello.

 

Biografia

Sara Oliva Boch (Genova, 1984) è pedagogista, si laurea presso l’università di Milano Bicocca con Romano Màdera; tra i fondatori di Philo Liguria – pratiche filosofiche rinnovate, da sempre appassionata di scrittura e particolarmente attenta alle questioni etiche che innervano l’esistenza e costituiscono il suo orizzonte di riferimento personale e professionale. La pratica buddista che la accompagna da diciotto anni la supporta nell’aprirsi con compassione alla vita e all’altro.
E’ appena uscito un saggio scritto a quattro mani con Moreno Montanari all’interno di un volume collettaneo edito da Mursia con il titolo “I gesti di Eros”.
Svolge attività di consulenza pedagogica a Milano dove si è trasferita da poco, collabora con Talenti fra le Nuvole e Philo Milano.

2 Comments
  • stefano tarsia
    Posted at 18:03h, 08 Novembre Rispondi

    Sentite grazie, davvero, per questo contributo ricco intenso e autentico. Anche a me è toccato di intrattenere un corpo a corpo lungo e difficile con il simbolo operante della Gorgone Medusa, sia pure a partire dall’essere maschio e da vicende biografiche diverse. Uno dei modi in cui Medusa ha agito in me il suo essere un potente simbolo del limite è stato il suo manifestarsi anche come limite fra l’integrabile, o se si preferisce l’assimilabile, il trasformabile, sia pure con difficoltà e sofferenza… e la regione del totalmente alieno; figura di una soglia che si affaccia sull’Inaffrontabile – almeno dove si ritenga che l’affrontare’ implichi un approccio ‘eroico’ di tipo diretto/frontale…
    Non è un caso che una delle funzioni che la sola testa di Medusa (già decapitata da Perseo?) assume nell’epos è quella di fare da guardiana terrifica, da vera e propria dissuasora (?) dei vivi – per lo più maschi, però – che osano oltrepassare la soglia dell’Oltre per parlare coi Molti. La sua lettura ‘dal femminile’ poi, mi ha confermato ancora una volta nella convinzione che un’indagine a più… anime intorno a questa figura permetterebbe di trovare molti spunti utili e preziosi ad articolare quel dialogo profondo fra un maschile e un femminile disposti a riconoscersi profondamente, l’uno con l’altro e l’uno nell’altro. Cordialmente, e ancora grazie; tante!
    Stefano Tarsia

    • Sara Oliva Boch
      Posted at 12:21h, 25 Novembre Rispondi

      Grazie Stefano per il suo commento che mi è giunto altrettanto intenso ed autentico. Sull’alter che è anche alius sarebbe interessante disquisire, soprattutto approfondendo le fatiche e le impossibilità da esso presentate. Anche sulla frontalità cui spesso adduciamo nell’affrontare – appunto – i nodi ci sarebbe motlo da dire, mi limito soltanto a scrivere che forse, invece, è lo sguardo mediato ad aiutarci a venirne a capo (penso alle metafore ma anche agli sguardi di chi ci guida o di chi ci è accanto). Infine non posso che essere d’accordo sulla ricchezza dello scambio tra maschile e femminile e sulla bellezza che questo è capace di generare in termini di creatività, integrazione (!), evoluzione.
      Grazie per il commento e l’attenta lettura,
      Sara Oliva Boch

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