Miranda

Miranda

di Ivana Margarese

 

 

Ora i miei incantesimi si sono tutti spenti,
la forza che possiedo è solo mia, ed è poca.

William Shakespeare, La Tempesta

 

 

Nell’Antigone Sofocle, attraverso il coro della tragedia, dice: Polla ta deina kai ouden deinoteron tou anthropou, che in italiano potrebbe tradursi: «Ci sono molte cose meravigliose, ma nessuna più meravigliosa dell’uomo». L’aggettivo deinós tuttavia descrive il meraviglioso e insieme il terrificante, l’inquietante. Mescola insieme paura e meraviglia. Ecco che il terrore alla vista di Medusa, figura mitologica a cui è dedicato il secondo numero di Morel, può essere collegato  dialetticamente alla meraviglia, il sentimento filosofico per eccellenza. Platone già ne parla nel Teeteto (155d), quando il protagonista racconta a Socrate di sentirsi sopraffatto dallo stupore di fronte alle innumerevoli contraddizioni che il mondo offre a chi lo abita, al punto che gli gira la testa e ha le vertigini: skotodiniao. La testa peraltro è elemento ricorrente nel mito di Medusa, che decapitata da Perseo diviene ornamento dell’egida di Atena, dea filosofica nata dalla testa del padre Zeus.
Figura letteraria capace di raccontare il sentimento di meraviglia è certamente Miranda, l’unica figlia di Prospero, protagonista de La Tempesta di Shakespeare, che già nell’etimologia latina del nome mantiene il riferimento a ciò che appare come meraviglioso, da ammirare. Miranda è wonderful full of wonder nelle parole del poeta. Nell’isola dove approda col padre, dove entrambi sfuggono alla morte  e vivono una seconda possibilità, Miranda, che ha appena tre anni, incontra Caliban, il figlio poco più che bambino della ripugnante strega Sycorax. Shakespeare lo definisce monstrous, indicando qualcosa di perturbante come mostra la radice del verbo monère, da cui monstrum.

Si può leggere La Tempesta, nel suo essere una favola di potere e amore, come un inno alla metamorfosi: la tempesta è simbolica, la tempesta è una prova, chi l’attraversa ne esce trasformato. Il mare sommerge e rigenera, trasforma e muta e espone gli uomini alla frustante esperienza del limite della impotenza quando pretendono di ragionare di cose che non afferrano e che sfuggono. La filosofa Maria Zambrano ne Las palabras del regreso scrive di una ostinata resistenza umana a accettare la trasformazione e a ammettere la metamorfosi. Questa resistenza prova la nostra incapacità di pensare se non in termini di necessità e proprietà: “senza pensare e nemmeno sospettare che ci sia una sostanza, qui, su questo povero pianeta, capace di creare o di darsi in forme non riconosciute e in altre nemmeno viste, e anche di largire all’uomo patimenti e felicità che abbordano dalla sua figura fissa e misurabile, dal suo essere conosciuto”.

Miranda viene raffigurata sempre con lo sguardo verso un orizzonte, mentre guarda il mare calmo o in tempesta; la sua posa quasi in maniera compassionevole rispecchia ciò che osserva. Ha poca esperienza del mondo e di se stessa: “saper più di me non s’è mai mescolato ai miei pensieri”. Vive da quando è solo una bambina la dimensione dell’isola, del confinamento, del mondo immaginato attraverso i confini che l’isola frappone. Non ha fatto esperienza dunque del male del mondo o del cuore umano. Si limita ad attribuirlo a Caliban, quasi passivamente, perché deforme. Quando il padre le racconta la loro provenienza, all’inizio è attenta poi si addormenta. Ferdinando di cui si innamora e che crede simile a un dio è il terzo uomo che vede e il primo per cui il suo cuore sospira, spinta dall’idea che ciò che appare bello non possa che essere buono. Miranda si muove sulla scena con ingenuità e candore e si lascia sedurre a prima vista asserendo con ostinazione:

sarò tua moglie se mi sposerai; se no, morirò vergine, ma tua.

La nettezza del suo slancio appartiene all’adolescenza, dove si crede di non poter sopravvivere ad alcuna pena d’amore. Miranda viene sedotta dal naufrago, come Nausicaa da Ulisse, come Medea da Poseidone, ma non incorre in alcun rifiuto o punizione: Ferdinando si innamora di lei e la sposa. Tuttavia poco sappiamo della vita di Miranda, prima delicata e devota figlia di Prospero, poi fedele sposa di Ferdinando. Una figura aurorale, la cui comparsa sulla scena è sempre legata a qualcun altro. Non si conosce la storia di Miranda. Possiamo ipotizzare che anche lei, come il padre, con cui fa ritorno a Milano, e come Caliban, che invece resta sull’isola promettendo di diventare più saggio, rinunci salpando dall’isola a ogni incantesimo e miraggio. Il finale de La Tempesta è dominato dai temi della libertà e del perdono, entrambi connessi al travaglio del rendersi responsabili, oltrepassando l’ingenuità delle contrapposizioni per darsi una seconda vita. L’elemento acquatico è simbolo di polarità duale di vita e morte. La tempesta come il naufragio esprimono le paure che possono prendere il predominio sulla mente bloccandola e impedendole di crescere e trasformarsi. In uno dei dipinti che la raffigurano, i capelli di Miranda sono acconciati graziosamente con alcuni coralli, simbolo di rigenerazione e rinascita.  Non a caso Piero della Francesca e Mantegna, come altri pittori rinascimentali, dipingono il corallo insieme a Gesù bambino in alcune delle loro tele come rappresentazione metaforica del sangue di Cristo e della sua funzione salvifica. Rinascere significa oltrepassare la paura della fine e comporta la vittoria della generazione sull’immobilità, così come nel racconto mitologico dal sangue di Medusa con Pegaso, il cavallo alato, viene generato un nuovo orizzonte. Oggi in un tempo tecnologico in cui è facile pensare che l’umanità abbia saturato ogni cosa è opportuno ricordare l’epilogo de La tempesta in cui Prospero nel congedarsi dichiara di rinunciare a ogni incantesimo e a ogni comando per chiedere l’indulgenza del perdono e della libertà:

Let me not,
Since I have my dukedom got
And pardon’d the deceiver, dwell
In this bare island by your spell;
But release me from my bands
With the help of your good hands:
Gentle breath of yours my sails
Must fill, or else my project fails,
Which was to please. Now I want
Spirits to enforce, art to enchant,
And my ending is despair,
Unless I be relieved by prayer,
Which pierces so that it assaults
Mercy itself and frees all faults.
As you from crimes would pardon’d be,
Let your indulgence set me free.

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