Medusa. La metamorfosi persistente

Medusa. La metamorfosi persistente

di Giovanna Di Marco e Ivana Margarese

 

«Guardate, l’ho sconfitta», sembra dirci Atena esibendo la testa di Medusa sulla sua egida.

Sembra infatti la storia di una sconfitta, quella di Medusa, condannata anche dopo la morte a pietrificare chiunque incroci il suo sguardo, destinata pertanto a una radicale solitudine: non può riconoscere e non può essere riconosciuta.

Tuttavia, così come Pegaso, cavallo alato – e dunque creatura del volo – nasce dalla ferita netta infertale da Perseo, centinaia di altre vie e suggestioni gravitano attorno a questo mito dirompente e invasivo che travolge con immagini vivide i nostri pensieri.

La trasformazione di una donna in mostro è causata dal risentimento di una dea e, prima ancora, dall’atto empio di un dio, Poseidone, che violenta Medusa nel tempio di Atena. Dunque lo stupro, la trasformazione in mostro e infine la decapitazione. Questo progressivo annientamento racconta anche come Medusa rappresenti una minaccia per il pensiero greco raziocinante che la dea esprime. Atena è la protettrice dell’eroe Odisseo, maschera della strategia e della astuzia, della via di mezzo, del non sciogliere mai i precordi.

Elemento persistente in Atena e Medusa, nemiche designate dal mito, è la testa. Atena è generata dal padre, nasce dalla testa di Zeus; Medusa trova la morte per decapitazione, perde la testa che diventerà trionfo di Atena. Ma allo stesso tempo da inconoscibile e chiusa diventa partoriente e generativa. Non a caso Medusa è posta a guardiana dei misteri orfici legati al culto femminile lunare, mentre “uccidere il mostro”, a livello esoterico, significa superare gli ostacoli e i blocchi psichici.

L’arte che si è sempre cibata di questo mito perturbante ne ha espresso la mostruosità, ma soprattutto la bellezza (da Benvenuto Cellini a Caravaggio, per fare solo qualche esempio) e i giacobini la esaltarono come simbolo di libertà. Il poeta Pierce B. Shelley fu tra i primi a vederne la grazia oltre che l’orrore, osservando un dipinto che attribuisce a Leonardo da Vinci che la raffigura:

Pure è meno lorrore che la grazia a volgere

  in una dura pietra lo spirito di colui che osserva,

là dove i lineamenti di quella morta faccia

  sono scolpiti, finché tutti i caratteri si mutano

a diventare lei stessa, e perfino il pensiero li smarrisce;

  è il melodioso colore della bellezza, gettato

attraverso le tenebre e il bagliore della pena,

che fa umana e armoniosa limpressione”.

 

Medusa nel suo essere associata alla morte può essere considerata una figura iniziatica.

Come scrive Hélène Cixous in Le Rire de la Méduse:

“Gli uomini dicono che due cose non si possono rappresentare: la morte e il sesso femminile. Infatti hanno bisogno che la femminilità sia associata alla morte; si eccitano della fifa! Per loro stessi! Hanno bisogno di avere paura di noi. Guarda i Persei tremanti, bardati di amuleti, avanzare verso di noi all’indietro”.

E ancora: “La donna non è castrata, che le basta non ascoltare le sirene (poiché erano degli uomini le sirene) perché la storia cambi senso? Basta guardare in faccia la medusa per vederla: e non dà morte. È bella e ride”.

Medusa è bella e ride: alla luce di questo, il nostro discorso vuole, oltre che ricordare le molteplici suggestioni della tradizione, guidare verso  nuove interpretazioni, riletture e riscritture, del mito. Voci che raccontano in modo corale, a patto che ogni voce, pur non rimanendo indistinta, non sovrasti l’altra per ribadire il valore dell’intelligenza emotiva di Medusa, che è una donna ed è mortale, e il valore del dialogo aperto alla polisemia degli atti creativi, come cavalli alati usciti dalla testa.

Medusa è solo in apparenza storia di una sconfitta. Nel suo aspetto generativo e metaletterario è immagine di metamorfosi e di forza persistente al di là del transeunte, come il corallo nato da lei divenne simbolo apotropaico, di allontanamento dal male e in seguito anche cristologico, e dunque di salvezza.

Si sa quanto sia difficile, di una donna, intendere i lineamenti segreti, i crocicchi dei nervi, le maree degli umori, le impronte digitali dell’anima. E quanto sia ancora più difficile penetrarne veramente il corpo, al di là d’una effimera presunzione di possesso carnale. Lo stesso accade con la donna Sicilia, volta a volta una medusa che impietra e una ‘Mater dolorosa’ trafitta al cuore da sette pugnali. Forse così converrebbe che un pittore la ritraesse: una Madonna Erinni, con un’aureola sul capo e, sotto la cuffia azzurra, cento viperette nascoste.

 

 

Con queste parole, lo scrittore Gesualdo Bufalino, attraverso il mito di Medusa,  accosta la donna a un luogo da percorrere. Tracciando  “i lineamenti segreti, i crocicchi dei nervi, le maree degli umori, le impronte digitali dell’anima “ possiamo dismettere i miti di fine e di morte e disegnare con fiducia  nuovi volti da riconoscere e in cui riconoscerci senza timore di essere sempre e comunque condannati come Dante  a un costante, ripetuto, mancato incontro:

“Volgiti ’n dietro e tien lo viso chiuso;

ché se ’l Gorgón si mostra e tu ’l vedessi,

nulla sarebbe di tornar mai suso”.

Miniatura tratta dalla ‘Divina Commedia di Alfonso d’Aragona’ (XV secolo), British Library, Londra.

1 Comment
  • Rubina Mendola
    Posted at 10:03h, 09 Settembre Rispondi

    Il dubbio che sorge esaminando le diverse interpretazioni che sono state date al mito di Medusa nei secoli, è che non ci sia una sola verità su questa figura. Vittima, mostro, divinità, Medusa è tutto questo, e molto di più. Forse è proprio la sua natura volubile a renderla così affascinante. Interessante, allora, suggerire, come avete fatto voi, una rilettura del mito, rivendicandone la direzione polisemica. A tale riguardo mi viene in mente il processo inventivo e ambiguo della scrittura, in particolare pensando a un passaggio delle Lezioni Americane di Calvino. Nessuno, dice, “può sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa”, il mondo è destinato a diventare tutto di pietra: una lenta pietrificazione delle persone e dei luoghi, Eppure proprio secondo Calvino la scrittura rende possibile una certa possibilità di salvezza, di intangibilità alla pietrificazione. Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, ossia i venti e le nuvole, spingendo lo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio. Nel mito di Medusa Calvino trova un’allegoria del rapporto del poeta col mondo, una lezione del metodo da seguire scrivendo.

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