LA PIAZZA DI VALERIO AIOLLI

LA PIAZZA
di Valerio Aiolli

Fotografia di Marina Gennari.

Vorrei vivere un giorno ogni tre. Lasciare tempo agli umori di addensarsi, alla gioia di formarsi, alla rabbia di aggrumarsi. Vorrei vivere soltanto i giorni in cui il pensiero si distende e scende giù, o sale su, e diventa originale. Vorrei mangiare meno e meglio, non abbassare il livello della mia cucina perché mi affatica la ripetizione, ma attendere di avere l’energia per i mercati, per le lunghe preparazioni, per i sapori compositi. Vorrei scorporare dal brusio quelle uniche voci significative, dal rumore quei suoni divergenti, vorrei incendiarmi dietro melodie mai sentite prima. Vorrei astenermi dal banale che è in me, che si rispecchia nel banale che è fuori di me, lasciarlo uscire mentre non sto vivendo, spurgarmi mentre non ci sono, mentre mi astengo. Dormire è già vivere, i sogni ne sono il timbro. Vorrei vivere ogni condizione al suo zenith, l’amore quando è fusione, l’odio quando è un’arma da brandire, la solitudine quando è priva di appigli, la notte quando è scura, il sole quando scalda. Vorrei tagliare i tempi morti come si fa con i capelli, scopare soltanto quando sono in grado di far godere e di godere, avere memoria di tutto ciò che ho letto, visto, ascoltato, ricordarmi le carezze e le parole ai figli quand’erano neonati, il tocco del pallone in uno stop su un prato senza erba, la volta che ho rischiato un incidente mortale per un sorpasso azzardato, l’odore di gomma di una maschera da sub, i gradini ripidi della piramide di Chichen Itza da giovane con la mia giovane moglie, il sussiego idiota di certi notai vestiti male, la morte boccheggiante di quel grosso muggine arpionato a Creta, lo spettacolo sull’esecuzione dell’irredentista Cesare Battisti un pomeriggio di agosto a Futapass. Vorrei vivere soltanto quando mi ricordo senza errori un canto di Leopardi, quando sono capace di abbracciare e farmi abbracciare da un amico, quando mia madre sorrideva in silenzio sperando di trarmi fuori dal mio guscio. Vorrei che la mia vita fosse significativa e densa, fatta di meno giorni ma con più felicità e dolore, più illusioni e consapevolezze, più ombra e più luce.

Biografia

Valerio Aiolli è nato nel 1961 a Firenze, dove vive. Dopo l’esordio nel 1995 con la raccolta di racconti Male ai piedi (Cesati), pubblica nel 1999 il suo primo romanzo per le Edizioni E/O, Io e mio fratello, con cui vince il Premio Fiesole per narratori under 40 ed è nella dozzina del Premio Strega. Il romanzo viene successivamente tradotto in Germania e Ungheria. Con lo stesso editore escono nel 2001 Luce profuga e nel 2002 A rotta di collo, con cui si aggiudica il Premio Giusti (speciale della giuria). Seguono Fuori tempo (Rizzoli, 2004), Ali di sabbia (Alet, 2007), Il sonnambulo (Gaffi, 2014), Il ragazzo che vi guarda – Un racconto di Santo Spirito (Firenze Leonardo Edizioni-Clichy, 2016), Lo stesso vento (Voland, 2016), Il carteggio Bellosguardo – Henry James e Constance F. Woolson: frammenti di una storia (Italo Svevo Edizioni,  2017), Nero ananas (Voland, 2019 – dozzina Premio Strega).

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