FRANCO FERRUCCI – IL MONDO CREATO

FRANCO FERRUCCI – IL MONDO CREATO

di Erika Nannini

 

Franco Ferrucci (Pisa 1936 – New York 2010) è stato professore emerito di italiano della Rutgers University di New York, dove ha insegnato e svolto l’attività di scrittore e traduttore. Studioso in specie di Dante Alighieri e della letteratura del XIX e XX secolo ha scritto numerosi saggi tra i quali Il poema del desiderio. Poetica e passione in Dante, Leonardo, 1990; Nuovo discorso sugli italiani, con il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani di Giacomo Leopardi, Mondadori, 1993; Ars poetica, Il melangolo, 1994; Il formidabile deserto: lettura di Giacomo Leopardi, Fazi, 1998; Le due mani di Dio: il cristianesimo e Dante, Fazi, 1999; Il teatro della fortuna: potere e destino in Machiavelli e Shakespeare, Fazi, 2004; Dante: lo stupore e l’ordine, Liguori, 2007. In qualità di romanziere Ferrucci pubblica Il mondo creato per Mondadori nel 1986, con il quale vince l’anno successivo il Premio Grinzane Cavour; una seconda versione, riveduta dall’autore che amplia in particolar modo l’ultimo capitolo, viene pubblicata da Fazi nel 1999.

Milano: CDE, 1989; 406 p.

Lavorare in una piccola biblioteca di provincia fa si che gli scaffali pullulino di libri da tempo fuori catalogo, spesso si tratta di riedizioni su abbonamento o per corrispondenza come CDE, Mondolibro, Euroclub, Selezione dal Reader’s Digest. Montagne di volumi regalati dagli utenti in prossimità di un trasloco oppure perché acquisiti in eredità insieme alla casa di qualche congiunto. Non fa eccezione questo testo che ho potuto leggere in edizione CDE del 1989 (quindi non riveduta e ampliata) gentilmente donato da un mio collega insieme a tutta la libreria del padre, oltre seicento volumi Club Degli Editori.

Il mondo creato è un romanzo denso che ripercorre in poco più di quattrocento pagine la genesi dell’universo e quel che ne consegue: la storia del pianeta Terra e, non c’è da dirlo, dell’essere umano. Si presenta al lettore come un mémoire, il racconto che Dio fa degli eventi che lo hanno segnato a partire dal momento in cui ha avuto coscienza di sé. Il ruolo che assume il ricordo è, per il creatore di Ferrucci, centrale, una scriminante, tanto che esordisce nell’incipit dolendosene: “A lungo mi dimentico d’essere Dio. Ma la memoria non è il mio forte e devo aiutarla in ogni modo”. Una testimonianza, la sua, che procede di pari passo ai testi della genesi e in maniera speculare getta uno sguardo obliquo su quegli avvenimenti confermandoli e smentendoli al tempo stesso, in quanto tutto è sì avvenuto come sappiamo, ma nulla esattamente allo stesso modo o per le ragioni a noi note, “La verità è che il mondo cominciò con la percezione della mia solitudine e con il mio sforzo per uscirne”. E se Dio è il principio di ogni cosa, resta però attonito davanti alle conseguenze generate dal suo stesso desiderio,

“Se creo qualcosa, essa va a riprodursi in giro simile a una moltitudine di specchi che rifrangono quello che faccio, o una serie di messaggeri che corrano a piantare i semi delle mie invenzioni; e invece ero io, con un talento innato e anche per me misterioso di moltiplicazione. Per cui le creature, una volta messe in moto, si evolvono per conto loro e si trasportano in luoghi impensati: come il grido che rimbalzò fra mille specchi e creò infiniti punti luminosi”.

È questa capacità del mondo di sfuggire al suo controllo che impasta creazionismo e evoluzionismo in un meccanismo di cui è inconsapevole egli stesso e che razionalizzerà troppo tardi per poter porre rimedio a quelli che, a tutti gli effetti, sono già errori commessi; così come ogni altro essere, infatti, anche Dio impara dai propri sbagli e apprende i limiti di ciò che è nelle sue facoltà solo attraverso l’esercizio delle stesse:

“Anche qui si mostrava il mio potere perché la collera che creavo diventava parte del mondo; essa si scaricava e si allontanava, ma non veniva distrutta e riappariva costantemente. Erano esplosioni vulcaniche che rendevano la terra una fornace; erano glaciazioni che trasformavano il globo in una prigione di ghiaccio dove ogni cosa restava sepolta, trattenendo il respiro, sperando di continuare a muoversi”.

Era dunque falsa una delle minacce più comuni perpetrata da ogni buona madre nei momenti di somma esasperazione? Com’è vero Dio, come ti ho fatto ti distruggo! Così almeno diceva a me la mia, spesso in dialetto romagnolo, addossandosi gli stessi poteri del creatore quando invece non è nel potere del Dio di Ferrucci distruggere ciò che ha creato. Non può rincorrere la collera e rimangiarsela, non può spostare indietro le lancette del tempo, in sostanza non può quasi nulla, può però intervenire per correggere, modificare, migliorare e lo scopre proprio al cospetto dei difetti delle proprie creature o delle mancanze a cui non aveva pensato di dover dare risposta. Un momento difficile per Lui, perché è da questo materiale imperfetto che decide di trarre l’uomo, un’idea generata dal desiderio di sapersi, “voglio vedere come sono fatto. Può darsi che questo pensiero sia la fatale conseguenza di avere occhi in un corpo che si allunga tutto indietro, così che è impossibile dare anche un solo sguardo alla coda”. Deve avere avuto lo stesso bruciante desiderio il Minotauro nel labirinto, con quel suo sguardo bovino, laterale, che gli consente di vedere tutto ciò che gli accade intorno tranne che dietro di sé. Privato della possibilità di conoscersi si sarà forse specchiato una volta almeno negli occhi di Teseo prima di morire?

Mosaico – Domus del labitinto, Calvatone (CR)

Per trovare pupille in cui riconoscersi, Dio tenta allora di perfezionare almeno una delle sue incompiute creature, un intento che lo anima, lo accende, lo riempie di speranza, un esperimento che se riuscisse potrebbe consentirgli non solo di avere compiutezza di se stesso, ma al contempo di perdonarsi e perdonare la ferocia di un mondo che non riesce in nessun modo a arginare. Così prova, fallendo, con ogni specie, prima di gettare il giusto seme nella sola creatura adatta a ospitare un sogno così grande:

“Uno dopo l’altro dovetti eliminare ogni tentativo di rendere gli animali simili a quello che io vagheggiavo, pur senza averne vera esperienza […]. Avevano tutti qualche difetto che non mi era apparso irrimediabile fino al momento in cui mi era nata la fantasia di creare un uomo – dal che si capisce quanto sia vero che l’uomo è la misura di tutte le cose. Paragonavo il castoro e il serpente a un animale ancora da nascere ma già da raggiungere, perché (cominciavo a esserne certo) era in gioco la sopravvivenza del mio mondo che io ero incapace di raddrizzare, e che avrebbe finito per distruggersi nel suo impeto contraddittorio e vorace […]. Il mondo era mio figlio: se cercavo di opprimerlo puntava i piedi e si ribellava, oppure si chiudeva nel silenzio e coltivava la follia. Non reagiva mai come un meccanismo. Bisognava convincerlo a partorire l’uomo, gli davo consigli, incoraggiando i suoi talenti”.

Quando infine Dio riesce nel proprio intento, è sull’uomo che ripone tutte le sue speranze, all’uomo affida le sorti del mondo e i mezzi per rimediare alle sue mancanze, per questo li avevo creati – per rimediare al male che inondava il mondo; ma questo male non era stato causato dall’uomo, come ci si ostinava a credere. “Il male era dovuto all’imperfezione del mondo, alla mia inabilità; lo sapevo da un pezzo, e l’uomo doveva decidersi non a espiare, ma a migliorare il creato”. Nell’uomo ripone anche il più antico degli interrogativi che da sempre lo attanagliano: chi sono io? Una domanda che come una litania non può abbandonare il figlio finché il padre resterà in attesa di risposta “Senza di lui avrei fatto una fatica improba a capire chi ero e che cosa volevo; il mio genio consisteva nell’avere creato chi potesse capirmi e descrivermi”.

Il racconto poi si separa dai testi sacri e prosegue inseguendo il filo della storia, imbrigliandolo o incanalandolo, sciogliendolo o perdendolo. Dio è sempre presente, ma non sempre consapevolmente. E mentre l’uomo alla sua morte si dissolve nel nulla lasciandolo spesso impotente e addolorato, lui nasce, muore e rinasce, e ogni volta nei panni di qualcuno con una storia che deve consumarsi e dalla quale lui deve prendere le distanze in uno sforzo di riacquisizione e ricostruzione di sé per riuscire a ricordare di non essere il cartografo o la prostituta che sta incidentalmente incarnando, ma Dio. Ancora la memoria e lo sforzo sovrumano di salvare sé dalle sabbie del tempo, di tenersi insieme. In quegli abiti casuali viene, a volte, riconosciuto per quel che è, ma più spesso passa inosservato. Quasi mai, quando riconosciuto, ottiene dall’uomo ciò per cui si manifesta. Il rapporto con la sua creatura resta irrisolto e il fine che le aveva assegnato nel primo momento in cui l’aveva solo sognata rimane incompiuto:

“Gli uomini sono dei fanciulli, Dio ha scritto in loro ciò che devono diventare e la loro missione nel mondo; ma non sono capaci di compierla, se non a fatica e assai imperfettamente. Non ti pare un cruccio sufficiente?”.

È fatale quanto fallito, dunque, ogni incontro con la storia che Dio si ostina a inseguire cercando di aiutare gli uomini a diventare non ciò che sono, ma a rendere lui ciò che potrebbe essere; gli uomini incontrano invece ostinatamente il proprio destino, non il suo. Mosè, Cristo, Agostino, Dante, Einstein, tutti prendono le sue parole e le trasformano in qualcosa di proprio e di molto distante dalle intenzioni di Dio. Quello di Ferrucci è un creatore più debole delle propria creatura, in ciò estremamente moderno:

“Questa storia mi aiutò a riconoscere la verità: io non avevo talento creativo per le cose umane. Gli uomini non avrebbero potuto inventare il vento o il sole o il dromedario o la felce nei boschi; ma sul loro terreno mi avevano distanziato per sempre. La loro perfetta imitazione della creatività riusciva ogni volta a sorprendermi; così mi riconoscevo nell’artista mancato o nel folle che crede d’essere Dio”

e questo non può che costituire un parallelo, un voluto controcanto, con l’altro Mondo creato, il cui titolo scelto da Ferrucci non può certo essere casuale per uno studioso del suo calibro: il Mondo creato di Torquato Tasso, poema in versi sciolti. Mentre Tasso adotta, però, quale punto di vista, l’uomo che si rivolge al creatore, Ferrucci sceglie il creatore per rispondere all’uomo del Tasso in un dialogo che segue un filo dipanato dal primo e che il secondo torna ad aggomitolare. Novello Arianna uno, Teseo l’altro, come nel mito non può esserci un reale incontro tra i due:

“Signor, tu sei la mano, io son la cetra,
la qual, mossa da te, con dolci tempre
di soave armonia risuona, e molce
d’adamantino smalto i duri affetti.
Signor, tu sei lo spirto, io roca tromba
son per me stesso a la tua gloria, e langue,
se non m’inspiri tu, la voce e ‘l suono.
Tu le tue maraviglie in me rimbomba,
Signore, e fia tua grazia il novo canto”.
(Tasso – Mondo Creato, prima giornata, vv. 63-71)

“Dante era giunto vicinissimo a me e fissava gli occhi dentro la mia natura […]. Gli apparvi com’ero, senza nascondermi; ed egli, come pur mi aspettavo, non poté tollerarlo. Lo vidi trasecolare e impallidire, simile a colui che sogna, e poi, tornando alla veglia dei sensi, ricorda confusamente il sogno stesso. Come neve dissolta dal sole e come l’inchiostro di uno scritto che viene cancellato dal tempo, tutto ciò che egli contemplò in me venne stravolto dal racconto che egli ne fece”.
(Ferrucci)

Ulisse – Museo Nazionale Archeologico di Sperlonga (LT).

Un libro che incarna nel nome di Dio la riflessione che permea il mito greco sul limite delle possibilità umane: egli fallirà perché non può esimersi dal farlo. Allo stesso tempo, però, mantiene accesa la speranza che dentro l’uomo si nasconda una forza tale da riuscire a superare i propri insuperabili limiti.

“Un giorno gli raccontai la storia di Ulisse, eroe a me caro; volli proporlo all’ammirazione di Dante. […] Intendevo dirgli: questo è un ideale da seguire; gli uomini dovrebbero considerare attentamente il vero seme della loro natura, e non vivere da animali, ma seguire la volontà di conoscenza. Dante si infiammò al mio racconto e corse a scrivere la sua versione, nella quale Ulisse veniva punito da me a causa del suo eccessivo ardimento di navigatore […]. Il povero Ulisse fu aggiunto alla schiera dei dannati dell’inferno e così si estinse il mio tentativo di educare Dante ai valori pagani”.

E se Dio ancora si cerca, la sua creatura non ha smesso di misurare se stessa in ragione degli insuperabili limiti che ogni giorno le si rinnovano innanzi come moderne colonne d’Ercole che continuano a slittare sempre un po’ più il là del fiato necessario per raggiungerle.

 

 

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