Il labirinto di Nietzsche.Pensare e vivere sono un esperimento. Dialogo con Susanna Mati

Il labirinto di Nietzsche.

Pensare e vivere sono un esperimento.

 

Dialogo con Susanna Mati di Ivana Margarese

 

Inizio col chiederti semplicemente cosa ti abbia spinta a scrivere un libro su Nietzsche.

Diciamo che questo libro è stato pensato per inserirsi in una collana dal taglio monografico, in cui vengono rilette grandi figure del pensiero con cui si abbia un’affinità particolare, tanto da potersi dichiarare “eredi” (è il titolo della collana) almeno di alcune parti del loro pensiero. Lo scopo era anche quello di “saltare” un po’ il dibattito consueto, quello storicamente formato e acquisito, sulle loro filosofie, che a volte ne imprigiona l’immagine. Nel caso di Nietzsche, poi, abbiamo una sfilza di interpreti uno più importante dell’altro, e dunque si trattava di eluderli un po’ temerariamente. Inoltre, la scelta di Nietzsche è stata sicuramente determinata, per me, anche dal fatto che si tratta di un grandissimo scrittore, cioè – preciso meglio, perché Nietzsche era atterrito di poter passare alla storia appunto come uno scrittore – di qualcuno che ha cominciato a scrivere di filosofia in modo completamente nuovo, anche rispetto ai grandi “sistemi” del suo stesso secolo, l’Ottocento. In effetti tutto il mio libro batte su questo tratto estetico in quella che chiamerei la scrittura-pensiero di Nietzsche, che coincide poi con la sostanza stessa della sua ricerca o sperimentazione filosofica, che non avrebbe potuto assolutamente essere espressa altrimenti che così: non solo al di fuori del sistema, ma spesso anche al di fuori di quella che oggi chiameremmo saggistica. Se si fa un paragone con il modo di scrivere di uno Hegel, di un Kant, ma anche di uno Schelling, si capirà forse meglio quanto intendo dire.

“C’è sempre un imbocco al labirinto; se vuoi puoi entrare; nessuno ti forza; ma, a seconda della tua indole, devi entrare”. Il tuo libro su Nietzsche si apre con queste parole incisive e con un riferimento al labirinto e continua nell’intero percorso del testo che si snoda attraverso svolte, dedali e meandri.

Il labirinto – non mi stancherò mai di ripetere questo detto di uno dei più grandi nietzschiani di ogni tempo, Giorgio Colli – è il corrispondente dionisiaco di quello che nella sfera apollinea è l’enigma; è una sorta di enigma concretizzato. Dov’è la verità del labirinto? Evidentemente, nel percorso che si compie al suo interno, qualunque cosa vi accada. Ovviamente la scrittura del mio libro tenta di mimare questa forma, non so quanto riuscendoci. Questa metafora del labirinto, una delle più comprensive, totali, che si possano immaginare sul percorso del bios, della vita singola, è usata da Nietzsche fin dagli inizi del suo lavoro e fino alla fine; alla fine, anzi, Nietzsche non saprà più se identificare se stesso con il povero Edipo o con la Sfinge, colei che domanda. Quello del labirinto è il mito più affascinante connesso alle figure di Arianna, la Signora del labirinto, appunto, e dunque di Dioniso; un mito potente sia sul versante conscio che su quello inconscio, per Nietzsche.

In una lettera del 25 dicembre 1882 Nietzsche scrive a Overbeck: “i saggi come me amano soltanto dei fantasmi – e guai se amassi un essere umano – quest’amore ben presto mi distruggerebbe. L’uomo è una cosa troppo imperfetta”. Questa riflessione, concordo con quanto scrivi, raccoglie la radice del pensiero dell’oltreuomo e svela l’ipersensibilità e l’inattualità del filosofo persino rispetto a se stesso. Nietzsche è elusivo. Pone se stesso nella condizione di non avere quasi alcun legame: né una professione, né una casa, né una famiglia. Incarna una vulnerabile libertà.

Certo. Questa espressione si può leggere non solo in chiave esistenziale, sottolineando la straordinaria vulnerabilità e percettività del filosofo, ma anche come chiave per la sua filosofia dell’oltreuomo. L’uomo è una cosa troppo imperfetta, cioè, come predica Zarathustra, “l’uomo è qualcosa che deve essere superato”. L’idea dell’oltreuomo nasce anche, molto banalmente, da una constatazione di Nietzsche riguardo ai suoi rapporti umani: nessuno di essi è davvero soddisfacente, tutti i suoi “amici”, anche i più grandi, come Wagner, rimangono nella sfera del “troppo umano”. In ciò, come viene affermato da Zarathustra, l’uomo più grande e quello più piccolo sono uguali: troppo umani. C’è allora un movimento in qualche modo “ascetico” in Nietzsche (lui, naturalmente, lo negherebbe, pur descrivendosi spesso come eremita), che, invece di fargli abbracciare dionisiacamente fino in fondo la vita e l’essere umano esattamente così come sono, lo porta a pensare alla possibilità, o forse nemmeno alla possibilità, ma solo alla figura-di-pensiero di uno Über/mensch: a un essere umano al di là di se stesso. Riguardo invece alla sua libertà da ogni legame pratico, da ogni costrizione che non fosse quella della sua missione, ricorderò solo un’altra frase, densissima, che lui scrive: “è probabile che io sia adesso l’uomo più indipendente d’Europa”.

 

La parola alle donne: Lou von Salomé e Cosima Wagner.

Qui entriamo nel personale… Il rapporto con Lou Salomé fu senz’altro fulminante e decisivo, per Nietzsche. Consiglio a tutti la lettura dell’appassionante Triangolo di lettere, edito da Adelphi, che riunisce il carteggio tra Nietzsche, Salomé e Paul Rée. Bisogna effettivamente ammettere che Lou rappresenta l’unico innamoramento nella vita di Nietzsche, strettamente intrecciato al proposito di fare di lei la propria discepola – ovviamente lei non ci pensava neanche lontanamente, né in un senso né nell’altro. Cosa poteva pensare uno “spirito libero” come Lou, all’epoca (siamo nel 1882) senz’altro influenzata da Rée, o almeno concorde con alcune sue idee, dell’idea di eterno ritorno? Di sicuro che era un’assurda e infondata idea metafisica. Non bisogna scordarsi che questa conoscenza durò pochi mesi, circa sei, e se fu utile a Nietzsche per la gestazione del suo Zarathustra, fu poi tardivamente elaborata da Lou nel suo scritto su Nietzsche, Friedrich Nietzsche in seinen Werken, che, pur con alcuni punti di vista discutibili (ad esempio che Nietzsche sia un pensatore appartenente alla specie della profezia religiosa), offre anche molte letture psicologiche sottili e un inquadramento delle sue opere nient’affatto ingenuo. Questo libro raccoglie una serie di articoli che Lou aveva scritto per alcune riviste durante gli ultimi anni di vita e di follia di Nietzsche; il quale, quindi, tornò nella vita di scrittrice di Lou oltre un decennio più tardi, contribuendo, con orrore della sorella di Nietzsche, Elisabeth, a renderla conosciuta come scrittrice. Per molti lei rimarrà sempre (e questo accrescerà il suo fascino) die Freundin Nietzsches, l’amica di Nietzsche, benché lei stessa affermi nella sua autobiografia di poter totalmente prescindere, nella sua vita, dalla figura di Nietzsche come uomo. Nietzsche, che tra il 1882 e il 1883 era rimasto sconvolto ed era arrivato sull’orlo del suicidio o della follia per l’ambigua conclusione del rapporto con lei e con Rée, conclusione da lui considerata infamante, in realtà già nel 1884, due anni dopo l’affaire Lou, potrà scrivere all’amico Overbeck, dopo una valutazione onesta del primo romanzo di Lou: “per il resto, che il diavolo se la porti!”. Lou sarà sostanzialmente cancellata.

Diverso il ruolo e il destino di Cosima Liszt in Wagner, che nell’immaginario di Nietzsche rimane sempre il prototipo della donna di gusto superiore; così la definisce anche in Ecce homo. La sua cultura, la sua libertà (divorziò dal primo marito per sposare Wagner), la sua dedizione al nuovo marito e alla sua opera, il suo altissimo grado di educazione erano sicuramente per Nietzsche motivi di attrazione. E benché a un certo punto Nietzsche fosse disgustato dall’antisemitismo della cerchia wagneriana, dal ritorno strisciante di Wagner alla fede cattolica (in cui Cosima aveva, secondo Nietzsche, giocato un ruolo importante), dalla tronfia falsità da commediante di quello che era stato il suo idolo, e benché la loro amicizia si fosse irreparabilmente rotta nel 1876 per una vera e propria diserzione da parte di Nietzsche, che fu vissuta come un tradimento dal maestro Wagner, l’idealizzazione rimane. Rimane fino ai biglietti della follia, in cui, com’è noto, Nietzsche-Dioniso si rivolge a Cosima-Arianna scrivendole “ti amo”. Non esagererei il significato di questo biglietto e di altri simili, proprio in virtù della follia di Nietzsche (da notare che questi sono gli unici testi scritti da un Nietzsche folle, al contrario di tutte le altre opere). Ci sarebbe anche qualcosa da dire, dal punto di vista psicologico, della parziale identificazione di Nietzsche, sempre sul bordo della follia, con Wagner stesso, almeno in qualità di suo erede.

Di recente il pensiero di Nietzsche è stato accostato in alcuni suoi aspetti al buddhismo. Potresti spiegarci meglio perché?

Nietzsche possiede sicuramente la profondità dei grandi maestri religiosi, dei fondatori di religioni, con i quali peraltro fa i conti nella sua opera. Tra gli altri fenomeni, si occupa anche del buddhismo, naturalmente attraverso le letture che poteva avere a disposizione all’epoca, un’epoca in cui stavano iniziando a circolare i primi libri anche scientificamente validi e non prevenuti su questo fenomeno. Quello che Nietzsche pensa esplicitamente del buddhismo, è chiaro: si tratta di una religione sì aristocratica (e non plebea come il cristianesimo), ma comunque pessimistica, anzi, nichilista, una religione di ascesi e di rinuncia alla vita. La formula che Nietzsche usa spesso, “le due grandi religioni nichiliste”, accomuna cristianesimo e buddhismo nella medesima condanna, che abbraccia l’occidente tanto quanto l’oriente. Tuttavia, Nietzsche pone il buddhismo più in alto rispetto al cristianesimo sia per il suo carattere nobile, sia perché la considera una religione dell’autoredenzione, quindi essenzialmente ‘egoista’ in senso buono, e intellettualistica, cioè nata in stirpi che si erano esaurite a forza di pensare (così scrive Nietzsche). Inoltre, in quanto religione atea, o per meglio dire che non necessita strettamente di alcun dio, specialmente del Dio del monoteismo, evita tutta l’impalcatura dogmatica e metafisica che il cristianesimo è stato costretto a costruire; evita anche quella che per Nietzsche è una delle più grandi assurdità del cristianesimo, l’idea dell’immortalità personale: il buddhismo non promette nulla, e proprio perciò mantiene. Ci sono anche molti altri aspetti che Nietzsche può apprezzare: l’idea di una saggezza che abdica al suo ruolo dottrinale (in questo senso Zarathustra che dice ai suoi discepoli: non fidatevi di me, fa il paio con Buddha che chiede di vagliare da soli, con la propria ragione, cos’è nocivo e cos’è salutare); il ridimensionamento radicale, fino al dissolvimento, del ruolo dell’io, e di tutti gli ‘assoluti’ ad esso connessi o ad esso conseguenti; una teoria della conoscenza e una visione fenomenica delle “cose come sono” che non ripugna a chi ha un’impostazione razionale o anche solo empirista; infine, il ruolo centrale del corpo nel pensiero (e viceversa), diverso e perfino opposto alla vulgata cristiana, attraverso la pratica della meditazione. Ci sono insomma alcuni aspetti per cui Nietzsche può apprezzare il buddhismo, nel generale e giustificato (nel senso di argomentato) orrore che aveva delle religioni e dei fondatori di religioni.

Oggi si parla di biopoetica, disciplina che si propone di far convergere scienze del bios e teoria letteraria nell’ambito di uno studio del comportamento narrativo dell’Homo sapiens. Nella filosofia nietzschiana è centrale la fisiologia, il riferimento al corpo e ai sensi: il corpo ci pensa.

Certamente, questa è una delle grandi rivoluzioni di Nietzsche, un vero e proprio capovolgimento della metafisica, che sarà ripreso anche da alcuni grandi filosofi francesi del Novecento. È più facile, infatti, che la metafisica si capovolga a partire da concrete intuizioni del e sul corpo, che non da astratte intuizioni sull’essere. Se pensiamo alla sua ultima opera, Ecce homo, assistiamo a una curiosissima mutazione: Nietzsche ritiene filosoficamente rilevante, ad esempio, raccontarci cosa mangia, cosa beve, com’è il tempo a Torino, e ritiene che queste condizioni, peculiarità, anche solo idiosincrasie fisiche siano filosoficamente assai più significative dei concetti tradizionali di anima, di salvezza, di Dio e così via, che in fondo non sono altro che fantastiche invenzioni. Si assiste insomma a una trasvalutazione dell’intera sfera della sensibilità, posta a fondamento dell’esistenza e dunque del pensiero, dopo che per tanto tempo, almeno a partire dai greci, era stata considerata un ambito minore di conoscenza, quando non la fonte di ogni errore. La conoscenza si fonda invece sull’estetica, intesa in senso ampio, sulla sfera della sensibilità – con tutte le sue incertezze e ambiguità.

I pensieri di Nietzsche sono stratagemmi, non dogmi. Stimolano, indagano. Non c’è un’unica verità, un’unica via d’uscita, ma un’infinità di vie. Il creare un ponte, il vedere amicizie stellari, il fare del gioco e del sacro dire di sì alla vita un ingresso al pensare avvicinano Nietzsche a un pensiero che fa della sensibilità e dell’arrischiamento cifra di conoscenza.

È così: il pensiero, come la vita, è un esperimento. Un esperimento di conoscenza, per Nietzsche. Entrare in questo esperimento significa buttarsi a corpo morto nel pensiero, metterci in gioco la propria esistenza, anche fisica. Oggettivamente, possiamo dire oggi che è proprio quanto ha fatto lo stesso Nietzsche.

 

Susanna Mati, filosofa e scrittrice, ha insegnato per molti anni Estetica allo IUAV di Venezia; è anche docente presso l’IRPA di Milano. Per Feltrinelli ha scritto Friedrich Nietzsche. Tentativo di labirinto (2017), e curato per la collana dei Classici F. Nietzsche, La nascita della tragedia (2015), Così parlò Zarathustra (2017), L’anticristo (2018), Poesie (2019), Al di là del bene e del male (2020), oltre a F. Hölderlin, Poesie scelte (2010), Novalis, Inni alla notte e Canti spirituali (2012), Platone, Fedro (2013). In precedenza si è occupata di studi sul mito, pubblicando Ninfa in labirinto (Moretti & Vitali 2006), La decisione di Platone. Sulla “condanna dell’arte” (il melangolo 2010), La mela d’oro. Mito e destino (Moretti & Vitali 2009), Filosofia della sensibilità. Per un’estetica come pensiero mitologico (Moretti & Vitali 2014). Con Franco Rella ha pubblicato per Mimesis le ricerche su Nietzsche: arte e verità (2008) e Georges Bataille, filosofo (2007). Ha curato inoltre testi di G. Bataille e W. F. Otto per l’editore Fazi e di K. Reinhardt per il melangolo.

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