Voci. Le Ortique in dialogo con Morel

Voci. Le Ortique in dialogo con Morel

 

Con questo articolo corale vogliamo festeggiare un incontro, quello di Morel, voci dall’isola con l’attività  de Le Ortique, un gruppo di poete, scrittrici e studiose contemporanee che si propone di ripensare e dare voce alle molte artiste che per varie ragioni non sono riuscite a vivere e a sopravvivere al loro tempo. Artiste dimenticate, imperdonabili fuori dal canone, con poetiche e immaginari capaci di generare significati che meritano uno spazio e un’occasione di approfondimento. L’ascolto di queste protagoniste mancate del loro tempo, isolate o messe a tacere, ci restituisce qualcosa sulla necessità di ripensare il canone con cui si include o si esclude.

 

Erika Nannini: Nel testo di presentazione del vostro progetto scrivete che “il gruppo fa consonanza nel nome con quelle erbe in grado di dare pudore e disturbo, le ortiche, che si apparentano alla voce delle donne nei secoli: calpestata, oppressa, rigettata, non considerata proprio come una pianta all’apparenza senza utilità […]”, mi sono soffermata a lungo su questa frase perché le mie origini agresti mi insegnano che raramente una pianta è stata ed è più versatile e utile dell’ortica, impiegata in molti modi in cucina, nella cosmesi, nella medicina e persino tessuta proprio come nella fiaba “I cigni selvatici” di Hans Christian Andersen. Nella storia Elena salva da sola undici uomini, i suoi fratelli, lo fa tessendo ortiche allo scopo di ricavarne una camicia per ciascuno capace di spezzare un incantesimo che li costringe nella forma di cigno e per tutto il tempo necessario a questo lavoro è condannata al silenzio. Una parola da parte sua causerebbe la morte dei fratelli, come in una nuova versione del mito di Orfeo e Euridice in uscita dall’Ade – per salvare Euridice Orfeo non deve guardarla, per salvare i fratelli Elena non deve parlare – con la differenza che Elena sopporta la sua prova fino in fondo e a prezzo del rogo imminente che la condanna come strega. Sembra dunque che quando l’uomo si decide a dar vita a un’eroina la forgia più forte di undici uomini e più determinata di Orfeo, capace di un sacrificio disumano. È questo il tipo di donna che vi ripromettete di porre sotto l’occhio di bue? È così che vi aspettate di trovarla? Fortificata come un soldato imbattibile dal dolore e dal silenzio a cui è stata costretta nei secoli? E poiché un’altra caratteristica dell’ortica è l’essere infestante, l’augurio da parte mia è che lo sia la vostra ricerca e il suo esito.

Le Ortique rispondono nelle voci di:

Francesca Clara Fiorentin: No, queste donne non devono essere necessariamente forti come Elena nella fiaba di Andersen. Per esempio, mi sto occupando di una poeta travolta dalle delusioni della realtà, da stroncature letterarie da parte di persone famose e solidamente introdotte nel circuito culturale del loro tempo, una poeta che si suicida. È piuttosto ognuna di noi la Elena che tesse una tunica di ortiche per trasformare una individualità inaccettabile, un irriconoscibile, in un reale volto umano, attraversando la prova del lavoro e del silenzio dal mondo e con il mondo, che potrebbe ostacolare questo compito, proprio come le streghe in Andersen. E le nostre mani sono davvero nelle ortiche, a lavorarle con coraggio e fatica, perché ne nasca un abito con cui il cigno si presenti agli occhi di tutti. Innocente, in qualche misura vittima del maleficio di una strega-mondo, è questo nostro cigno.

 

Veronica Chiossi: Io preferirei discostarmi da Elena e dall’allegoria della fiaba di Andersen, mi piacerebbe poter dar voce anche alle donne fortificate dalla gioia, non solo dal dolore. È facile alimentare lo stereotipo della poetessa innamorata della sofferenza, in modo pericolosamente autocompiaciuto, ma così si potrebbe quasi suggerire al lettore odierno, se incauto, che l’emarginazione vissuta sia stata volontaria, non invece subita e dettata da avversità reali, come ad esempio l’ostracismo del mondo letterario dell’epoca. Vorrei che a ritrovare lustro fossero anche le artiste che nonostante tutto han “setacciato l’oro dalla vita”, parafrasando Maria Grazia Calandrone. Se proprio deve sacrificare qualcosa questa donna, che sacrifichi il proprio dolore. Il mio sogno è quindi di infestare, ma di un sorriso infestante.

 

Daìta Martinez: Richiamate dall’agire della donna sotto ogni angolatura, l’occhio guarda nella direzione dell’ascolto di tutte quelle donne approdate sulla parabola del pensiero malgrado l’ostilità di chi le ha decise non identificate, senza storia. Storie di donne che hanno in sé la ferita e il suo contrario, l’assoluta spregiudicatezza come la levità del pudore, la vicenda di una fiaba come la forza ‘storta’ delle ortiche compatte in ogni estensione di vuoto e con il vuoto l’eco che infrange il silenzio foderato con “un fiore – recita la fiaba – bianco e luminoso come una stella”, e che pur sia un fiore da cogliere con connotata sanità etica.

 

 

Sara Manuela Cacioppo: Sarebbe interessante per ogni autrice ricercare i motivi dell’esclusione dal canone. Mi riferisco in particolare al rapporto tra canone e censura, mettendo in luce i diversi criteri che si sono succeduti, nel corso dei secoli, per la sua formazione. Criteri che hanno provocato l’esclusione di molte scrittrici italiane dai manuali scolastici. Ora, se il canone è inteso come “selezione”, “distinzione”, “esclusione” e riflesso della società̀ in cui si realizza, si fa sempre più necessario un rinnovamento di tali criteri, in funzione del progresso sociale, dei gender studies e della teoria Queer.

Le Ortique rispondono nelle voci di:

Clelia Lombardo: Poiché il canone letterario informa di sé la comunità che lo riconosce come autorevole e, all’interno della tradizione, meritevole di essere trasmesso, esserne esclusi o escluse rappresenta una forma non solo di omissione ma anche di tacitazione che ha reso e rende la cultura monca, che agisce su un tessuto di rimozione.
Cosa ne è stato di quella parte dei contributi consistenti delle artiste, autrici a vario titolo che hanno creato il mondo, che hanno espresso le dinamiche delle società in cui vivevano? E non si può di certo semplificare assumendo quella ulteriore forma di giudizio parziale che va sotto la dicitura di letteratura femminile. Definire i modelli di rappresentazione della realtà, le sue variegate e molteplici conformazioni è solo un atto di indagine iniziale all’interno dei complessi mondi sociologici, politici, emozionali che hanno mantenuto le donne in una condizione di sudditanza. Inoltre, il problema diviene ulteriormente urgente se pensiamo alla necessità di trasmissione dei modelli alle generazioni più giovani, a chi ha l’età in cui si costruisce un pensiero critico, si fanno i conti con le identità, ci si confronta con la sessualità, si sente lo spaesamento rispetto all’attuale mondo globalizzato. Eppure basta sfogliare un libro di testo per non trovare l’opera delle donne, o ritrovarle per brevi cenni e riquadri. Mi basta guardare gli occhi disorientati e stupefatti di alunne e alunni quando porto in aula scritti di autrici da leggere e scoprono che esiste un universo celato di cui sconoscevano l’esistenza. Il mondo è nuovo e diverso rispetto al passato e non può ancora rimanere ancorato a vecchie categorie che chiudono l’orizzonte, che lo rendono falso e asfittico. Si tratta, quindi, di lavorare sulla scoperta, sulle relazioni, sull’indagine storica in senso lato, sulla inclusione, su teorie e pratiche tutte da costruire.

Alessandra Trevisan: alcune autrici del Novecento (il secolo che conosco) non hanno resistito al corso della storia per una serie di cause diverse. Pur appartenendo a certi circuiti ad un certo punto il pubblico ha smesso di leggerle, il loro ambiente le ha lasciate indietro e l’ambito universitario non ha incluso i loro nomi nei syllabi, e così la scuola nei manuali. È un terreno di gioco aperto, in cui sussistono ragioni di appartenenza, di genere, politiche – che agiscono in diversi modi – e anche di capacità stessa delle autrici di mettersi in relazione con dinamiche lavorative non sempre accoglienti. Ognuna ha un proprio percorso singolo ma questa non è una prerogativa del solo femminile. Lo scopo dello scavo che come progetto Le Ortique vogliamo fare è proprio avanzare delle ipotesi dialettiche sulla mancata ricezione delle donne sulla base anche delle direttrici avanzate poco fa. È necessario discuterne, metterci in crisi, dentro e verso il fuori.
Penso che i criteri di rinnovamento di qualunque classificazione siano necessari, perché come tu dici fanno parte del progresso sociale, a patto però che non aderiscano esclusivamente al punto di vista del “critico” e siano meno veri per l’autrice. C’è sempre il rischio di utilizzare un punto di vista univoco e una smisurata sovrainterpretazione. Come studiosa che distingue il ruolo di chi fa ricerca, di chi legge e di chi produce penso che l’approccio critico documentario, archivistico, di ricerca di fonti, in altri termini filologico debba arrivare prima di tutto il resto, perché può farci unire tutti i tasselli del puzzle. Sia Gender Studies sia i Queer Studies non devono dimenticarsi di questo e, a mio avviso, si collocano in una posizione seconda rispetto alla ricerca d’Archivio.
Dopo alcuni anni di osservazione del mondo delle arti visive, e anche di quello delle arti performative come musicista e come spettatrice – di teatro e di performance art soprattutto –, penso inoltre che i Gender Studies e i Queer Studies si leghino maggiormente a soggetti vicini nel tempo e spesso ancora viventi afferenti al contemporaneo, certo con alcune eccezioni che nel tempo hanno lasciato eredità, materiali, poetiche che indicano anche in quale modo leggere l’opera con gli strumenti della critica femminista, ad esempio, e di diverso tipo. Mi è capitato spesso di parlarne con altri artisti portando tutto su un piano di confronto che spero sia fondamentale per costruire il futuro – anche critico – da ogni angolazione.

Viviana Fiorentino: Perché l’arte deve avvenire dentro un canone? Perché distinguere, selezionare, escludere, perché avere un canone? Qualsiasi forma d’arte è innovazione formale, tematica, immaginaria. Come la nuova formulazione di un esperimento in scienza, così l’indagine artistica non è solo (o tanto) ciò che creiamo, piuttosto il fare e il disfare: giocare, armeggiare, creare ponti reinventati tra tradizioni e nuove istanze. Facciamo finta per un attimo che l’arte sia come la biodiversità che osserviamo in natura: funziona esattamente allo stesso modo, prendiamo pezzi, strutture ereditate e li modifichiamo reinventando nuove funzioni e strutture, nuovi colori e nuove forme.
Proviamo, allora, a deragliare e a sostituire la parola canone con: trasversalità culturale, passato, memoria, ricerca di diverse voci e soluzioni artistiche nel tempo. Un artista bilingue, trilingue, come tanti ce ne sono, a quale canone dovrebbe attingere? È subito evidente il paradosso. E cosa, allora, di un artista non binario o queer che rende la sua arte esplosiva proprio in virtù di una sovversione delle regole linguistiche e delle prospettive, che si credono consolidate, trattando l’ombre come cosa salda. Tutto questo rende la sua arte piena di colore e sfumature, capace di parlare alle generazioni future e fuori dai circoli ristretti delle élite.
Nell’esclusione gioca un ruolo fortissimo la classe sociale. Come anche la provenienza, la lingua, il genere, la non binarietà. Classe dei lavoratori, neri, asiatici, minoranze etniche, LGBTQIA+ etc etc etc… : siamo costretti a usare categorie per denotare tutto ciò che è scalciato fuori dal meanstream del mercato. Ma non è neanche necessario nominare tutte le categorie dell’esclusione, perché il nodo è semplice: se l’unica prospettiva artistica è quella del consumo di massa, delle vendite e del potere consolidato, metti ai margini gli scrittori (per esempio, ma vale per tutte le arti) che non scrivono in italiano come prima lingua o che vivono un’esistenza che non proviene dal privilegio, che non li rende “amici degli amici”. Va da sé che si crei un elitarismo che si farà presto mito e presunzione monolitica. Tutto questo non solo è noioso ma frutto di un colossale fraintendimento su ciò che l’arte e la sua ricezione siano. È un fallimento per tutti, con profonde ripercussioni.

Nella foto la poetessa Livia De Stefani

 

Ivana Margarese: La vostra missione vuole essere quella di dare alle artiste dimenticate una seconda possibilità di vita, una seconda voce. Mi ha fatto pensare a Antigone raccontata da Maria Zambrano, incapace di darsi la morte nella sua tomba perché non era riuscita a vivere, a disporre della sua vita intrappolata nella storia familiare e collettiva senza nemmeno il tempo di accorgersi di se stessa.

 

Le Ortique rispondono nelle voci di:

Chiara Pini: Vorrei fare una premessa: l’intento delle Ortique desidera oltrepassare i confini della letteratura e dell’arte per parlare delle donne e della loro condizione reale: sarebbe narcisistico e accademico limitare l’intento alla dimensione artistica, nemmeno così originale in questo nostro tempo. Riferirsi alle artiste è un modo per fornire degli spunti di riferimento al pensiero e all’agire delle donne, un modo per garantire dei modelli e per portare le prove concrete del loro valore. I valori si costruiscono anche sulla memoria e finché non ne condividiamo gli estremi non riusciremo a educare ad un diverso pensiero. Io credo che il nodo principale stia nei concetti di amore e di sacrificio: sono d’accordo che la storia ci tramanda le testimonianze di donne che sono rimaste intrappolate nella storia familiare e collettiva senza accorgersi di sé stesse, che fossero o non fossero artiste. La donna nei secoli ha frainteso il significato della parola amore, rendendola spesso sovrapponibile a quella di sacrificio. Ma l’amore non conosce il sacrificio per chi lo opera, perché nel momento in cui l’amore viene percepito come sacrificio, allora la persona tradisce la sua identità e felicità. Non c’è la percezione della fatica nel donare amore, pur nella sofferenza. Ogni essere umano compie il senso della propria esistenza quando comprende e trova il ruolo che permetta la realizzazione di sé stesso e di sé stesso in relazione al mondo che lo circonda. Ma per fare questo ogni essere umano deve essere lasciato libero di scegliere e, nel passato, come oggi d’altronde, non sempre è accaduto. Celebrare la rarità rimane, a parer mio, ancora una sconfitta. Per questo è importante ridare vita a queste donne e trasformare l’eccezionalità in normalità.

Francesca Marica: Io sono femminile, non femminista. Come Antigone, che comprende se stessa quando accoglie l’altro – ha scritto Maria Zambrano in La tomba di Antigone. Era il 1986.
Il paragone con l’Antigone di Zambrano è suggestivo e la domanda coglie nel segno.
Le artiste di cui ci occuperemo sono, esattamente come Antigone, ancora confinate in una terra di mezzo, buia e oscura. Incolpevolmente confinate in una terra di mezzo, ma non per questo arrese a quella condizione di morte apparente.
Al contrario, quelle artiste – rimaste fuori dal coro, ancora poco conosciute nonostante il valore delle loro opere o, al contrario, troppo spesso dimenticate perché non accreditate presso nessuna scuola ufficiale o canone imperante – si mostrano vive ai nostri occhi, eccezionalmente vive: sentono il rumore del silenzio, la vita nella morte, il sangue nelle vene, il calore della loro pelle.
Quelle artiste ci chiedono di essere ascoltate, di diventare testimonianza di ciò che è stato perché niente vada disperso e tutto possa concorrere a una nuova consapevolezza di ruoli e diritti.
Da quella loro condizione di isolamento e precarietà, quelle artiste ci dimostrano la loro grandezza rivelandosi capaci di amechanon erãsthai, ovvero di amare l’impossibile. Ed è con l’incontro con l’Altro che questa loro grandezza si manifesta.
Come collettivo, siamo affascinate dal femminile e dalla forza che al femminile si ricollega. Il nostro progetto vuole riportare alla luce la vita e le opere delle artiste più appartate, rimaste ai margini della storia e, nel farlo, non può non avere un occhio rivolto anche alla condizione attuale delle donne. Non neghiamo che il progetto abbia una valenza anche politica e sociologica.
Le Ortique racconteranno artiste del passato più o meno recente e artiste a noi contemporanee; quest’ultimo dialogo sarà in particolar modo essenziale per alimentare il metabolismo critico e gettare luce su diversi aspetti della questione femminile ancora irrisolti e dibattuti.
Ci occuperemo di poete, scrittrici, traduttrici ma non tralasceremo anche altri ambiti artistici (filosofia, fotografia, pittura, teatro, cinema). Solo riannodando il filo della propria stirpe e costruendo la tela di una coscienza universale – lo ha scritto bene Zambrano e noi non potremmo essere più d’accordo – ci renderemo conto che quella coscienza esisteva già e riemergerà dagli abissi in cui era stata confinata.

Alice Girotto: L’aspetto paradossale del rimando all’Antigone di María Zambrano è che, mentre la filosofa spagnola dà una seconda possibilità di vita a un personaggio di donna protagonista di uno dei testi fondamentali della tradizione letteraria occidentale, come Le Ortique ci proponiamo di far riaffiorare alla memoria la voce (artistica, letteraria, ma non solo) di donne in carne e ossa, spesso ancora viventi fino a non troppi anni di distanza da questo nostro presente, la cui esperienza è però già stata relegata ai margini della conoscenza condivisa. È un processo che avviene in continuazione, come se non fosse immaginabile fare spazio a voci altre da quelle tramandate per secoli per la costruzione dei valori alla base non solo delle vite di ciascuna e ciascuno di noi, ma anche del nostro vivere collettivo. Raccontare la storia di queste donne che sono riuscite a disporre delle loro vite, a realizzare sé stesse in relazione al mondo che le circondava è il nostro contributo a un’inversione di tendenza quanto mai necessaria al giorno d’oggi, affinché i loro percorsi già sperimentati possano diventare patrimonio per altre donne che non siano così costrette, ancora e di nuovo, a ricominciare da zero, magari troppo tardi, la strada per “accorgersi di se stessa”.

 

Ivana Margarese : Vorrei sapere infine se e come raccogliete dei contributi.

Le Ortique rispondono collettivamente nelle voci di
Viviana Fiorentino, Francesca Marica e Alessandra Trevisan: Sì, la nostra idea è quella di introdurre e raccogliere progressivamente anche contributi esterni. Questo avverrà, sotto varie forme e con diverse modalità, all’interno di apposite sezioni del sito a cui stiamo lavorando.
Il pubblico ha un ruolo essenziale nella nostra ricerca perché riguardare il passato e avere gli occhi aperti sul presente è un atto di coscienza collettiva. Cercando di sintetizzare, abbiamo in programma diversi eventi open mic (il primo, il 7 luglio) ma anche letture corali su facebook e in streaming (il primo appuntamento, il 24 luglio) e contributi audio e video rivolti ad artist* che inviteremo a dialogare su temi di approfondimento specifici. Non escludiamo neppure interviste e dirette social con figure vicine e prossime al percorso del collettivo, alcune delle quali impegnate da anni in campagne e lotte simili alla nostra. Tutte le iniziative verranno opportunamente promosse per tempo sui nostri canali (sito, facebook, twitter, instagram) e ci auguriamo possano diventare un momento di incontro con quanti, in queste prime settimane di vita, ci hanno dimostrato interesse e appoggio.

No Comments

Post A Comment