Giù le mani dal femminismo. In dialogo con Jennifer Guerra e Giorgia Serughetti

a cura di Ivana Margarese

 

Giù le mani dal femminismo è un testo suddiviso in tre differenti riflessioni scritte da tre autrici femministe, diverse per età e formazione, che affrontano, secondo diverse angolature, il tema del femminismo che, essendo per vocazione intersezionale e profondamente democratico, non può accettare che movimenti di destra radicale si approprino in maniera indebita e strumentale di parole e istanze che, di fatto, sono da essi assolutamente lontane. «Non esiste femminismo che non sia antifascista» e che non rifiuti logiche patriarcali e razziste.
Ho dialogato sul libro con Giorgia Serughetti, professoressa dell’Università di Milano-Bicocca e autrice del primo dei tre saggi, e con Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice, autrice del secondo testo. Il terzo contributo è di Rosi Braidotti, filosofa.

Inizio chiedendovi cosa vi abbia spinto a scrivere insieme Giù le mani dal femminismo e come sia nata la collaborazione con Braidotti. Nel libro lo spiegate con chiarezza, ma mi interessa esplorarlo qui direttamente con voi.

Giorgia S.: Il libro nasce da un’urgenza. Negli ultimi anni abbiamo visto la parola “femminista” svuotata e piegata a usi del tutto estranei alla sua storia. La rivendicano leader dell’estrema destra, giudici donne che hanno contribuito a cancellare il diritto all’aborto, ministre che dicono di aver imparato proprio dal femminismo che l’aborto non è un diritto. Di fronte a questo ci è sembrato necessario fissare dei paletti e tracciare alcuni limiti politici non negoziabili. Non ci consideriamo custodi di un “vero femminismo”: il femminismo può essere tante cose, ma non qualsiasi cosa. Il suo significato non si separa dalla sua genealogia, che è antifascista, laica, democratica e antiautoritaria.

Abbiamo scelto di scriverlo a sei mani perché anche il modo di lavorare doveva contrapporsi a quella logica individualista che critichiamo. Prima di questo progetto non eravamo amiche, ma ci conoscevamo attraverso i nostri scritti e sapevamo di condividere valori e visioni. Tra noi ci sono anche differenze importanti, prima di tutto di età e di generazione. Rosi porta con sé decenni di pensiero femminista europeo e internazionale, noi due veniamo da generazioni che hanno incontrato il femminismo in altri contesti e con altri linguaggi. Scrivere insieme ci ha costrette ad ascoltarci, a riallacciare i punti nodali di un “noi” in una storia condivisa di lotte. Ci è sembrato il modo più coerente per difendere un femminismo che è relazione e genealogia, non affermazione di singole personalità.

È fondamentale, a mio parere, vista la confusione alimentata in questi anni attorno al femminismo e ai femminismi, chiarire quale relazione intercorra tra questo movimento, che è stato anzitutto una grande istanza di trasformazione, e l’aspirazione alla libertà. Una libertà intesa non come individualismo o spinta al successo personale, ma come volontà condivisa di fondare un sistema basato sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza, sulla solidarietà e sulla cultura della pace. Cosa ha portato, a vostro avviso, a sovrapporre la libertà nata da un impegno collettivo a una libertà intesa meramente come empowerment e riuscita individuale?

Giorgia S.: Questo slittamento ha una storia precisa. Dagli anni Ottanta la rivoluzione neoliberale di Reagan e Thatcher ha cambiato il modo di intendere la libertà: non più conquista comune ma scelta individuale, misurata dal successo sul mercato e dalla capacità di competere. Il femminismo è stato avversato in questo processo, ma non cancellato, piuttosto in parte è stato assorbito e risignificato. Il neoliberalismo ha una straordinaria capacità di fare proprie le critiche che riceve e di risignificarle. Le istanze radicali della seconda ondata sono state così tradotte nel linguaggio del “soffitto di cristallo”, della donna che “ce l’ha fatta”, dell’empowerment come percorso di perfezionamento di sé.
Nancy Fraser ha osservato che proprio mentre il neoliberalismo si imponeva, il femminismo si è concentrato sulla critica della cultura più che su quella dell’economia politica. Di certo non è vero per il femminismo nella sua interezza. Ma senz’altro uno dei prodotti di quella stagione è stato un femminismo addomesticato, che ha diritto di cittadinanza perché non mette in discussione le fondamenta del sistema. Qualche donna in più nei consigli di amministrazione fa sembrare il mondo più giusto, ma non cambia la vita delle donne comuni. Intanto la povertà si femminilizza e il lavoro di cura ricade su chi non ha alternative.
Oggi assistiamo a un passaggio ulteriore. Una volta separata dalla critica delle strutture di potere, la libertà delle donne risignificata dal neoliberalismo diventa compatibile anche con le ideologie di destra. Neoliberalismo e conservatorismo sociale convergono: l’ascesa di poche donne eccezionali non contraddice il progetto di una società stratificata, in cui alla maggioranza delle donne si chiede di sostituirsi a un welfare sempre più povero. Per questo oggi è decisivo ripartire dall’idea di libertà come bene comune non per poche ma per molte, anzi per tutte.


(Per Giorgia) Nel tuo discorso ti soffermi sulla figura della donna “eccezionale” che, grazie alle proprie doti, ha avuto «la capacità di farsi strada e conquistare il potere, controcorrente e contro ogni pronostico». Questa figura viene spesso evocata come un’icona “femminista”, disconoscendo tuttavia le battaglie collettive che miravano alla trasformazione sociale e culturale piuttosto che alla cooptazione femminile nei luoghi del potere. In questo senso, il pensiero di Carla Lonzi e il suo appello, nel Manifesto di rivolta femminile, a sottrarsi a un mondo dominato dalla competitività e dall’egemonia dell’efficienza mi pare di straordinaria attualità. Ti chiederei di soffermarci insieme su questo nodo.

La figura della donna eccezionale è uno degli strumenti più efficaci con cui la destra si è appropriata del lessico dell’emancipazione. Nel racconto che Giorgia Meloni fa di sé, l’essere donna in un mondo di uomini diventa la prova di doti fuori dal comune: l’“underdog” che emerge contro ogni pronostico. Lo stesso accade quando, nel discorso di insediamento, ringrazia le donne che le hanno costruito “la scala” per rompere il tetto di cristallo. Quell’elenco non descrive una storia di lotte collettive ma una galleria di eccellenze nazionali.
Per descrivere questo fenomeno ho proposto l’espressione “emancipazionismo reazionario”. L’emancipazione resta, in questo caso, un’avventura personale. Non nasce da una critica delle strutture che ostacolano le donne e non porta a una società più libera. Anzi, l’ascesa di una sola donna può accompagnarsi all’arretramento nella vita di molte, come dimostrano gli attacchi all’aborto, alla Convenzione di Istanbul e alle famiglie LGBTQ+. Non ha quindi senso parlare di “sorellanza tradita”: queste leader non tradiscono il femminismo, semplicemente non ne fanno parte.
Per questo il pensiero di Carla Lonzi è ancora oggi così prezioso. Il Manifesto di Rivolta femminile non chiedeva alle donne di essere ammesse nel mondo degli uomini alle sue condizioni. Chiedeva di sottrarsi a quel mondo e di “vanificare il traguardo della presa di potere”, cioè di rifiutare di partecipare alla gestione maschile del dominio. Lonzi aveva capito che l’uguaglianza offerta come integrazione in un ordine già dato può diventare una forma di colonizzazione. Era una critica radicale della competizione, dell’efficienza e della logica della prestazione. Lo è ancora di più oggi, quando il successo di alcune viene presentato come la dimostrazione che il patriarcato non esiste più. Riprendere Lonzi non significa necessariamente rinunciare alla presenza delle donne nelle istituzioni. Significa ricordare che la presenza da sola non basta e che la misura di una politica femminista non sta nel successo di una che arriva in cima. Sta nella capacità di trasformare l’ordine anche per chi resta in basso.

(Per Jennifer) Nel tuo saggio analizzi il fenomeno delle tradwifes, scrivendo: «Le ambasciatrici più militanti del ritorno al focolare si chiamano tradwifes (che sta per «traditional wifes», mogli tradizionali), e sui social si fanno promotrici di valori reazionari e del ritorno alla dimensione domestica, spesso sposando un’ideologia ultraconservatrice. Sempre ben vestite, truccate e pettinate, le tradwifes insegnano alle altre donne a prendersi cura del marito, dei figli e della casa, mostrando come la vita da casalinga sia ben più soddisfacente e felice di quella di una donna in carriera». Cosa ha alimentato, a tuo parere, l’enorme seguito di questo modello sui social? E perché una simile narrazione appare oggi, a molte, così desiderabile?

Jennifer G.: Credo che il “movimento” tradwives abbia imparato la lezione generale del femminismo addomesticato, ovvero che si può fare una selezione e una mutazione dei valori femministi funzionale a degli scopi estranei al femminismo stesso. Quando le tradwives sono diventate mainstream, hanno spinto soprattutto sull’idea che le promesse del femminismo liberal hanno fallito: l’equilibrio famiglia-carriera è difficilmente raggiungibile e nel mondo del lavoro le donne continuano a subire discriminazioni e ingiustizie. Si tratta di problemi concreti vissuti da moltissime donne. Nell’ideologia della destra alternativa o estrema, la colpa di questi problemi non è da attribuire al sistema patriarcale e capitalista, ma al femminismo che avrebbe ingannato milioni di donne. Le tradwives quindi invitano le donne a ritrovare la “vera” libertà tornando alla vita domestica, che non viene presentata come una scelta di sottomissione, ma come una scelta di autodeterminazione. Il messaggio funziona perché è una soluzione semplice alle difficoltà reali delle donne, anche se chiaramente viene omesso il vero prezzo da pagare di questa “scelta”: le influencer tradwives (che, tra parentesi, sono donne lavoratrici che fingono di non esserlo) non dicono mai che smettere di lavorare e votarsi alla vita domestica significa dipendere economicamente e socialmente da un uomo, oppure lo romanticizzano.

Sottolineate come la cultura pop continui a fare appello al femminismo: il femminismo vende, genera engagement sui social, orienta la produzione cinematografica e televisiva. Assistiamo così a un femminismo reificato, ridotto a un insieme di oggetti che possono essere venduti, acquistati, esibiti e consumati. In che misura questa mercificazione ha fatto smarrire l’orizzonte trasformativo di un movimento nato come processo politico, collettivo e relazionale?

Jennifer G.: È il passaggio cruciale che permette di comprendere perché oggi anche le donne di estrema destra sono a proprio agio con il termine “femminista”. Il femminismo addomesticato porta avanti dei valori che non sono del tutto estranei alle lotte che il movimento ha portato avanti nel tempo, come l’indipendenza economica, il successo sul lavoro, l’empowerment, ma li riduce tutti a strumenti di emancipazione individuale o di poche privilegiate. In questo modo è diventato sinonimo di “donna di successo” o “donna di potere”, senza che però vi sia alcuna dimensione collettiva. È un’etichetta che si può apporre a piacimento persino a persone che non vi si riconoscono. Il femminismo addomesticato e mercificato è un femminismo senza radici, senza storia, senza visione politica, che si regge soltanto sulla visibilità: il fatto che ci siano tante merci femministe dà l’impressione che il femminismo sia ovunque, anche se sappiamo bene che questo movimento sta soffrendo e fatica a contrastare l’avanzata dell’estrema destra mondiale. Se questo femminismo è davvero così vincente e pervasivo, com’è possibile che ci troviamo nella situazione politica in cui ci troviamo?

No Comments

Post A Comment