20 Ott La Caja – 2021. Un film sull’identità politica e sociale dell’America latina
di Marco D’Alterio
L’amore di un ragazzo per il padre che credeva morto lo spinge a compiere un viaggio per una somiglianza. Ciò che può sembrare assurdo, in “La Caja”, film del 2021 diretto da Lorenzo Vigas, diventa l’incipit meglio contestualizzato alle vicende del protagonista Hatzin: ragazzo di città del Messico giunto nel nord del paese per recuperare i resti del padre ritrovati in una fossa comune.
Incontrerà per caso un uomo, Mario, talmente somigliante al padre da fargli lasciare la cassa dei resti che aveva già recuperato per seguirlo. Il ragazzo sente, attraverso quell’uomo, che anche la morte può essere messa in discussione, che c’è sempre una fonte di speranza da cui attingere esperienza. Questo processo formativo ed esistenziale è racchiuso in quell’uomo un po’ burbero che all’inizio non accetta la sua invadenza (gli darà del denaro per farlo tornare in città e prendersi cura della nonna con la quale il ragazzo vive). Gli suggerirà più volte di non cacciarsi nei guai, ma Hatzin non ci sta’. Vuole seguire quell’alone di mistero che aleggia intorno all’uomo. Il film è incentrato su atmosfere vuote, zone semi-desertiche, capannoni abbandonati e gli spostamenti continui di Hatzin con Mario in macchina non rappresentano unicamente la catena che lega il ragazzo a una paternità illusoria, ma un voler seguire un ideale. Il film sembra avvicinarsi a un genere “On the Road” con una tenerezza che stenta a manifestarsi. Le montagne da sfondo, i colori sabbiosi rappresentano la staticità dei sentimenti e il vuoto esistenziale dei protagonisti alla ricerca di qualcosa che li tiene aggrappati alla vita. Soffocati da quel contesto è l’identità ad assumere una rilevanza primaria. In quello che dovrebbe essere forse un thriller, manca l’azione e si attende invano il colpo di scena. Il film prenderà la direzione del genere politico sull’America Latina. A causa dei regimi di estrema destra come si vede nelle immagini in tv delle fosse illegali, molte famiglie sono state smembrate o cancellate. C’è volontà di rianimare i commerci o comunque di tenerli in vita a dispetto dei potenti mercati internazionali come quello cinese, la frase del collaboratore di Mario che cerca operai volontari è emblematica: “Le ragazze cinesi hanno le mani più piccole e sono più veloci”. Per competere sul mercato ci vuole un duro lavoro, non mancheranno forme di sfruttamento che raccontano le difficili condizioni della fabbrica. È questo il business di Mario: cercare volontari, operai, dare a questi uomini e donne false illusioni. Un lavoro tanto inconsueto quanto redditizio. Hatzin seguirà Mario e anzi, in alcuni casi, sarà un valido collaboratore. Per portare avanti il progetto, bisognerà fare accordi con persone poco raccomandabili, adattarsi a situazioni al limite. Entrare in quel limbo tra disonestà e malavita, ma nonostante tutto Mario, per la gente del posto, appare come un benefattore. Un film dunque, che racconta la sconfitta sulla possibilità di nuovi mercati mentre per Hatzin e Mario è un’occasione per ritrovare se stessi.
CONSIGLIO DI LETTURA
Il romanzo 2666 di Roberto Bolaño (2004) è un’opera monumentale divisa in cinque parti che ruotano attorno a un centro misterioso e oscuro: la città messicana di Santa Teresa (ispirata a Ciudad Juárez) e l’epidemia di violenza che la attraversa.
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