“Una breve permanenza all’inferno” di Stevn L. Peck

di Nerio Vespertin

 

Immaginate di star trascorrendo la vostra vita come tutti gli altri giorni: una routine rassicurante di facce note e di abitudini comuni. A tratti potrà sembrare noioso, eppure è quel genere di noia di cui l’esistenza umana è naturalmente composta, per lo meno nella società occidentale.

Va tutto bene, vi ripetete. Poi all’improvviso qualcosa va storto e siete morti. E di colpo, quella routine tanto banale si interrompe per sempre. Per molti, l’oblio della morte è questo: l’interruzione improvvisa di una rassicurante abitudine. Per molti, una condanna insopportabile.

Ma può essere considerata davvero una condanna la fine di tutto?

Se dopo la vita non ci aspettasse il nulla ma una routine simile a quella incontrata in vita, se non addirittura peggiore, saremmo in grado di accettarla con serenità?

Partendo da questa domanda all’apparenza ingenua e forse un po’ oziosa, Stevn L. Peck spalanca un abisso grottesco e spaventoso, per metà dissertazione filosofica e per metà horror esistenziale. Un vero capolavoro dell’angoscia umana concentrato in sole 144 pagine. È questa la prospettiva di “Una breve permanenza all’inferno”: un monologo ininterrotto che raccontare la cronaca di un’esistenza come tante, spinta nella routine oltre il limite della sopportazione.

Per spiegare per quale motivo quello di Peck sia un grande viaggio che valga la pena d’intraprendere, bisogna inquadrare meglio il perimetro del dramma che mette in scena, un dramma attraversato da una profonda ironia, capace di rovesciare il concetto di “tranquillità” tipico della vita piccolo-borghese.

Il protagonista, Soren Joasson, è un uomo che a quella piccola-borghesia ha dedicato fedelmente tutta la vita: professionista affermato, ma senza ambizione, padre di una famiglia felice, ma senza grandi sorprese emotive, Soren ha condotto quella che si potrebbe definire una vita rispettabile. La classica “persona per bene” che conduce la sua brava esistenza sempre uguale in un tranquillo sobborgo americano. Per questo, quando la malattia lo stronca a meno di cinquant’anni, la sua reazione non è tanto di orrore, quanto di sincero sgomento: possibile che proprio a un buon uomo come lui possa toccare una fine così improvvisa? Dopo essersi speso in tante buone azioni, l’unico pensiero che lo consola è che, da bravo mormone, quello che lo aspetta nell’aldilà sarà una meritata felicità …

Quello che lo aspetta invece è il primo grande colpo di scena del libro: proprio Soren, con la sua vita noiosa e rassicurante, è finito all’inferno.

L’immaginario evocativo che viene consegnato al lettore è esattamente quello della cultura occidentale in odor di cristianesimo: un enorme demone dalla pelle rossa e dalle corna mostruose che dà il benvenuto al malcapitato. Il luogo, pur non essendo una malabolgia dantesca, rispecchia i migliori cliché macabri: un ufficio pulito e ordinato con una parete a vetri da cui si ammira un lago di fuoco e zolfo, con tanto di anime che si rivoltano nelle fiamme. Eppure, a ben vedere, il demone non è poi così spaventoso: tablet alla mano, con termini da burocrate annoiato, spiega che quelle fra le fiamme non sono vere anime dannate, ma solo delle comparse pagate per spaventare i nuovi arrivati.

Il secondo colpo di scena giunge con meno fragore ma non con meno effetto: con taglio ironico e parlantina da direttore delle risorse umane, il demone spiega che la ragione per cui Soren è finito all’inferno è di aver seguito la religione sbagliata. La vera fede, infatti, non era né il mormonismo, né cristianesimo, né l’induismo, né l’islam, né il buddismo o l’ebraismo. Nessuna delle religioni comuni era quella giusta, ma lo zoroastrismo. E dal momento che quasi nessuno più al mondo segue tale credo, commenta il demone con una punta di sarcasmo, l’inferno è sempre molto affollato. Difficile immaginare un’ironia più acuta e sprezzante di quella che Peck ci regala in queste prime, fulminanti pagine. Ma del resto tutto il testo è attraversato dallo stesso tono intelligente e provocatorio: una ricerca costante dell’assurdo che vuole sollevare i nostri dubbi davanti all’apparente insensatezza della logica religiosa. Perché del resto, lascia sottintendere Peck, se può esistere un’unica ‘vera fede’, come escludere la probabilità statistica di aver scelto quella sbagliata?

Tuttavia, la vera sorpresa sta nella misura del supplizio: la condanna non è eterna. Con la stessa parlantina ironica e educata, il demone spiega che lo scopo della permanenza all’inferno è di aiutare gli umani a comprendere meglio il valore della loro esistenza e a migliorare come persone. Con un paio di pressioni sul suo tablet, il diavolo-burocrate studia i dati della vita di Soren e poi, dal momento che ha nutrito la passione della lettura, la sua versione dell’inferno sarà quella di una biblioteca. E non una biblioteca qualunque, bensì la biblioteca di Babele (come descritto da Luis Borges nell’omonimo racconto).

E così che comincia la nuova vita del protagonista: incastrato in una routine sovraumana da cui sarà costantemente motivato a scappare, anche se mai capace di riuscirci.

Le regole dell’inferno sono apparentemente vantaggiose: a ognuno è concesso di ritenere il proprio corpo al massimo della giovinezza e della forza, ma con l’impossibilità di morire o invecchiare. Pur essendo possibile provare dolore e sperimentare la fame e la sete, lungo tutta la biblioteca sono disseminati dei terminali in grado di fornire qualunque tipo di alimento o di bevanda. Sono presenti inoltre letti e bagni per la pulizia, al pari di un comunissimo bed and breakfast. Un cartello in ogni stanza invita inoltre alla collaborazione e a comportarsi bene con gli altri: in fin dei conti i defunti sono lì per migliorare.

Fino a questo punto si direbbe che l’inferno sia tutt’altro fuorché spaventoso: salute, cibo in abbondanza, spazio e tranquillità per leggere. Cosa potrebbe mai capitare di male in un luogo simile?

La vera problematica è costituita dalla regola per uscirne: per poter lasciare la biblioteca, è necessario trovare in mezzo a tanti testi solo quello che racconti la biografia del defunto. Non un libro qualunque, ma IL LIBRO della propria vita. Sembra un’impresa da poco, specialmente se si considera che Soren è un amante dei libri. Tuttavia, la biblioteca di Babele non è una comune struttura umana: innanzitutto, come raccontato da Borges, è popolata da TUTTI i libri che siano stati scritti e che mai potrebbero essere scritti nella storia dell’umanità. Questo significa che le pagine conterranno tutte le possibili combinazioni di caratteri ottenibili con le lettere dell’alfabeto, con quattrocento pagine per ogni libro. Già di per sé, il numero dei testi presenti è esorbitante (in appendice Peck propone persino il calcolo statistico con cui ha verificato tale risultato). Il peggio, tuttavia, è che la quasi totalità dei libri sono composti da parole prive di senso, in cui le lettere si combinano casualmente. In questo modo la lettura risulta quasi sempre vana, insopportabilmente noiosa.

Per poter ospitare la totalità dei libri della biblioteca, la struttura si estende inoltre per milioni di chilometri in tutte le direzioni, sempre uguale. Una vastità in mezzo a cui le persone, per quanto numerose, si incontrano solo in piccoli gruppi e per giunta, etnicamente simili. Soren si renderà conto molto presto di poter incontrare solo caucasici bianchi, di cultura anglosassone, nati e vissuti nel suo stesso periodo storico: una specie di grande sobborgo americano fatto di quiete e di uniformità. In compagnia dei suoi saltuari compagni d’inferno, il nostro protagonista intratterrà ora rapporti d’amicizia, ora di collaborazione e persino d’amore.

Con simili premesse sembra difficile che si tratti dell’inferno come di un luogo di tormento e sofferenza insostenibili. Ed è proprio questa la genialità dell’opera di Peck: il paradigma di una vita “tranquilla” come supplizio esistenziale. Libri da leggere, abbondanza di risorse e di spazio, persone simili a noi e nessun problema: questa è la definizione di vita felice che potrebbe fornire una certa classe d’intellettuali occidentali. Il diavolo, tuttavia, sta nei dettagli… E Soren e i suoi compagni scoprono molto presto che la mente umana non è fatta per la mancanza di problemi.

Da principio i dannati si organizzano in gruppi di ricerca, trascorrendo così anni e anni con la stessa precisione metodica: ogni giorno sfogliano libri in cerca di frasi di senso compiuto, ogni giorno dettano nell’abisso che collega i piani della biblioteca i testi privi di senso, ogni notte quegli stessi libri tornano al loro posto e il lavoro prosegue, di chilometro in chilometro, di piano in piano. Per anni che diventano decenni e per decenni che diventano secoli, fino a perdere il conto. Perché sottoposti a una routine ineluttabile, per quanto mossi dalle migliori intenzioni, gli esseri umani perdono progressivamente ogni contatto con la realtà. La condanna c’è ma la mostruosità non si trova nel dolore fisico o nella violenza: è proprio nell’uso sistematico della routine, la successione scialba e uniforme delle solite cose.

Ed ecco infatti che i rapporti umani si deteriorano. Il gusto del cibo e il piacere del sesso perdono inevitabilmente di valore. La ragione si assottiglia e si riduce a mero meccanismo privo di senso. Non dopo anni o secoli, ma con lo scorrere inesorabile delle ere, il vero volto dell’inferno emerge in tutto il suo orrore.

Quello che colpisce e spaventa di “Una breve permanenza all’inferno” è il tono pacato e distaccato con cui Soren razionalizza l’alienazione e la perdita progressiva di umanità. Ogni fase viene affronta con stoicismo, ma alla fine la discesa verso l’abisso è irrefrenabile. Il lettore viene messo davanti a un tipo di orrore difficilmente concepibile, eppure fortissimo: l’insostenibile sovraliminalità dell’infinito. La biblioteca si estende per anni luce, i libri sono migliaia di miliardi, l’impresa di trovare quello della propria vita, per quanto fattibile, supera la capacità di comprensione umana.

Di fronte a questa condanna, non è la disperazione ad annientare la coscienza di Soren, bensì la certezza di quell’unica irraggiungibile possibilità. Continuando a sperare, Soren si condanna al supplizio senza voler accettare l’impossibilità della ricerca.

Ma questa non è che la prima fase dell’esplorazione.

Il vero inferno arriva dopo, con il lento scorrere delle ere geologiche. Lasciati soli con loro stessi, privi di limiti fisici e di uno scopo raggiungibile, alcuni sopravvissuti cadono preda di un nuovo tipo di follia: la fede nella disperazione.

È così che alcune ‘fazioni’ di condannati cominciano a circolare per i piani della biblioteca, con il solo scopo di arrecare quanto più dolore possibile agli altri. In questo senso, è emblematico come la vera violenza ‘demoniaca’ si manifesti per mano degli esseri umani e non attraverso entità sovrannaturali. La dannazione che ci prospetta Peck è composta dagli stessi meccanismi che caratterizzano la mente umana: il bisogno di credere in qualcosa, trasforma la fede in fanatismo e il fanatismo in crudeltà.

È questo forse il momento più basso della storia di Soren. Proprio quando finalmente aveva sembra aver trovato quel poco di felicità che avrebbe potuto chiedere all’inferno…

 

Angosciante. Spaventoso. Claustrofobico.

E profondamente ironico.

Peck ci regala un libro che è una destinazione irraggiungibile, un luogo dove spazio e tempo perdono il loro senso e si trasformano in strumento di tortura. Una descrizione minuziosa e credibile dei pensieri di una mente umana davanti alla vastità dello spazio e del tempo. Ma anche la speranza che l’essere umano possa sempre imparare qualcosa dai suoi peggiori errori.

 

Lettura breve ma lunga come l’eternità.

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