10 Set Peccato criminale. Processo a una donna e ai suoi demoni
di Serena Vinci

Eleonora Rai è stata una giovane ricercatrice e docente di Storia Moderna dell’Università di Torino. A seguito della sua prematura scomparsa avvenuta l’anno scorso, il Dipartimento di Studi Storici e la famiglia della studiosa si sono adoperati per istituire un Premio per tesi di dottorato a lei dedicato, che mira a valorizzare il lavoro di altri ricercatori appassionati come lei a una ricerca archivistica volta a fare luce su casi di violenza di genere nelle sue varie declinazioni. Peccato criminale. Processo a una donna e ai suoi demoni (Einaudi, 2024) è uno dei frutti più importanti dei suoi studi.
L’opera si inserisce all’interno di un ampio progetto di ricerca europeo (Next Generation EU – MUR Young Researchers SoE) intitolato Jesuitization. The Jesuit Law of Canonization: Models, Aristocracy, Gender (1500s-1700s). Il focus dello studio è l’analisi dei modelli di comportamento e di santità in età moderna, con particolare attenzione alle figure di donne soggette alla direzione spirituale di confessori che ne modellavano la coscienza.
Peccato criminale, che ha un afflato narrativo tale da poter essere letto come un romanzo di finzione e come tale risulterebbe godibile se dimenticassimo la solidità e la gravità della verità raccontata, ricostruisce un caso storico reale e perturbante emerso dal ritrovamento d’archivio del Processo di Montecastrilli (1825). La vicenda si svolge all’interno di un monastero di clarisse cappuccine di Montecastrilli (nell’allora Stato Pontificio, in Umbria) durante i primi decenni dell’Ottocento, rivelando una trama di plagio, abusi fisici e spirituali, manipolazione delle coscienze e, persino, omicidio.
Rai contestualizza la vicenda partendo dal ritrovamento del manoscritto originale del processo inquisitoriale avviato nel 1825 contro la badessa del monastero, Maria Agnese Pallotta, e i suoi confessori. Attraverso le parole di una monaca dell’epoca, Maria Caterina («Noi allora eravamo tutte cieche…»), emerge la totale sottomissione e la paura in cui vivevano le religiose, le quali veneravano la badessa come una “santa viva”. Rai riflette sullo statuto del documento storico e propone un’attenta riflessione sull’abuso di potere e la violenza di genere in esso contenuti, sottolineando come la confessione sacramentale venisse usata nello Stato Pontificio sia come forma di governo spirituale sia come strumento di controllo e coercizione fisica e psicologica.

La narrazione prende l’avvio con il giorno dell’arresto di Maria Agnese (al secolo Arcangela Pallotta) e del suo confessore intimo Ambrogio Mignanti, avvenuto il 27 settembre 1825 per mano dei carabinieri e del vicario del Santo Uffizio. Condotti a Roma, i due devono rispondere a una serie di accuse: affettata santità (simulazione di doti mistiche e soprannaturali), sollecitazione in confessionale (l’uso del sacramento per ottenere favori sessuali), atti impuri e omicidio.
Viene alla luce la rete criminale ordita all’interno della clausura: i confessori (tra cui Mignanti e Giovanni da Capistrano) avevano libero accesso notturno al monastero, giustificando le visite con la necessità di difendere Agnese da presunti “attacchi demoniaci”. Viene analizzato il delicato equilibrio della confessione post-tridentina, divenuta uno strumento di potere in cui i sacerdoti interrogavano minuziosamente le monache sui dettagli del corpo e del desiderio, in un’asimmetria di potere che apriva facilmente la strada all’abuso sistematico.
Di notevole interesse è la restituzione della complessità della figura di Agnese e del suo misticismo ambiguo, interpretato secondo la “teologia della sessualità” e associato all’erotismo mistico di figure storiche come santa Teresa d’Avila, in particolare nella rappresentazione del Bernini.

Viene menzionata una suggestiva biografia del 1817 a operadel confessore di Agnese, Giovanni da Capistrano, che racconta di aver assistito a una “crocifissione miracolosa” di Agnese sul suo letto d’estasi. Rai solleva il dubbio che tali fenomeni mistici fossero in realtà reinterpretazioni spiritualizzate di atti autoerotici o simulazioni coscienti per manipolare i confessori e legittimare una condotta morale sessuale libertina ed eterodossa. Emergono inoltre i primi dettagli di manipolazioni estreme e allattamenti prodigiosi (Agnese che si presenta come Maria lactans, forse nascondendo una reale gravidanza) e di violenze fisiche consumate con la nipote della badessa, Maria Lanciata.
I capi d’imputazione nel corso del processo sono: simulazione di santità, atti impuri, omicidio. La presunta santità serviva ad Agnese come scudo di assoluta autorità, perché se Cristo le ordinava qualcosa, le monache non potevano far altro che obbedire e sottomettersi, annullando ogni capacità di resistenza.
Le indagini svelano la rete di rapporti sessuali forzati e consensuali all’interno del monastero. Non si tratta solo di adescamento in confessionale da parte dei sacerdoti, ma anche di rapporti fisici forzati imposti dalla badessa stessa alle consorelle (in particolare alla nipote Lanciata). Per quanto riguarda il terzo e più grave capo d’imputazione, cioè l’omicidio, siamo alla parte piú cupa del processo: la badessa viene accusata di aver ucciso con premeditazione, freddezza e avvelenamento tre monache della comunità che minacciavano di rivelare quanto accadeva nel monastero, agendo senza mostrare alcun rimorso.
A questo proposito, viene in mente la badessa del convento raccontata da Goliarda Sapienza in L’arte della gioia, recentemente riportato in auge anche dalla serie tv. Serpeggia così il dubbio che la claustrofobia della condizione monastica e l’obbligo di nubilato/celibato abbiano un ruolo importante nell’indurre a tali comportamenti. O che viceversa, vi sia un’attrazione verso tale clausura da parte di soggetti sensibili alle gerarchie di potere. Sempre sul confine, delicato da definire ma necessario poi da rilevare, tra vittima e carnefice.
Rai analizza anche il ruolo dei padri spirituali complici: Giovanni da Capistrano e Ambrogio Mignanti non erano semplici confessori, ma attori primari del sistema di plagio, pronti a difendere e a legittimare teologicamente le azioni illegittime di Agnese in cambio di potere e favori carnali.
Dopo un lungo e complesso iter processuale durato un decennio, nel 1835 giunge la sentenza definitiva del tribunale dell’Inquisizione che condanna i colpevoli, ponendo fine (almeno formalmente) al regno di terrore di Agnese.
Ampia parte delle riflessioni di Rai sono dedicate allo stato di smarrimento, vuoto e profonda inquietudine in cui versava la comunità di clarisse di Montecastrilli dopo l’estromissione di Agnese. Le monache, private della loro carismatica guida spirituale, faticavano a ritrovare un equilibrio disciplinare e psicologico fino al punto che, all’interno delle mura del monastero si scatenò una vera e propria psicosi collettiva. Il trauma degli omicidi passati e il sospetto che vi fossero ancora complici della badessa a piede libero generarono un clima di perenne sospetto, ansia e terrore, incarnato dall’ossessione di essere avvelenate da un momento all’altro.
Nel complesso, attraverso gli affondi permessi dalla ricerca storica affiancata dagli studi culturali e di genere, Rai ha proposto una riflessione storica e sociologica più ampia sui temi dell’indisciplina, dell’abuso di potere clericale e della sottomissione femminile nell’Italia della Restaurazione e della prima metà dell’Ottocento, mostrando come i traumi psicologici subiti da queste monache abusate e plagiate due secoli fa, presentino le medesime e tragiche costanti delle vittime di violenza di genere della nostra contemporaneità. Un grande merito va al coraggio della studiosa che non ha proposto una facile ricostruzione mitizzata di una figura femminile, limitandosi, come molti studi strumentali fanno, a celebrarne il genere, ma ha piuttosto fatto lo sforzo di argomentare, sulla base di prove documentarie, di quanto sia sempre stata complessa la stretta relazione tra potere e abuso sessuale e psicologico, a prescindere da chi sia ad esercitarlo.
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