03 Ott Teoria: il bisogno di dare un nome all’insondabile
DI ANTONELLA CAGGIANO
Con Teoria, Daniele Cavicchia tesse una trama narrativa rischiosa: quella in cui il dolore personale incontra il bisogno di indagare su un significato.
Il rischio, in questi casi, è che la letteratura si trasformi in una semplice spiegazione del dolore. Cavicchia, invece, sembra interessato soprattutto al momento precedente: a quel bisogno quasi ossessivo che ci spinge a trovare una motivazione quando la realtà non ce ne offre nessuna, mentre un grido, disumano, si leva di fronte all’impotenza della sofferenza: Santo Dio, la vedi? È forse questa la materia intima del libro.
La malattia, la perdita, la memoria e il mistero non sono soltanto nuclei tematici, ma strumenti attraverso i quali il romanzo mette alla prova il nostro rapporto con l’insondabile. Di fronte a ciò che non possiamo controllare, costruiamo connessioni. Interpretiamo coincidenze. Attribuiamo un senso ai ricordi. Ci aggrappiamo a possibilità che la ragione non può dimostrare.
E in questo rapporto tra amore e bisogno, tra protezione e fragilità, arriva una frase che sembra contenere una delle ambiguità più profonde del libro: Nessuno sa perché un bimbo ci prende per mano, se per la sua sicurezza o la nostra. Non è soltanto una riflessione sul legame tra un adulto e un bambino: è un modo per suggerire quanto siano inafferrabili, e fragili, i confini tra chi protegge e chi viene protetto, tra chi dà senso e chi, forse, ha bisogno di riceverlo.
Anche la memoria, in Teoria, non sembra appartenere interamente a chi ricorda. Può essere modificata dallo sguardo di chi amiamo, diventare un luogo in cui il passato continua a muoversi. Non è casuale, allora, il richiamo ad Alejandra Pizarnik, quando scrive: Quando mi guardi / i miei occhi sono chiavi, / il muro ha segreti, / il mio timore parole. / Solo tu fai della mia memoria / un viaggiatore affascinato, / un fuoco incessante.
La memoria diventa così qualcosa di vivo, quasi un viaggio che l’altro può riaccendere. E forse proprio per questo anche il ricordo può diventare una forma di ricerca: non conserva semplicemente ciò che è stato, ma tenta continuamente di comprenderlo.
E qui il titolo diventa particolarmente significativo. Una teoria non è necessariamente una verità: è un tentativo per mettere ordine nei limiti dell’umana percezione. Può essere incompleta, persino sbagliata, ma nasce da una necessità autentica. Quella di non accettare che alcuni avvenimenti siano privi di una risposta.
La perdita della sorellina del protagonista, Celeste, morta a soli quattro anni, porta questa necessità fino al suo limite estremo. E proprio nella figura della madre che, nonostante la tragedia, prova a ricominciare, il romanzo sembra individuare una delle forme più dolorose e insieme necessarie della sopravvivenza: Il suo ricominciare daccapo mi fece capire che, nonostante tutto, bisogna ripartire e che la vita, nella sua crudele indifferenza, merita di essere vissuta. Eppure parlava sempre meno e mia madre stava sempre più male. Mi chiedo quando ho dimenticato quell’insegnamento. Il verbo ricominciare acquista qui un peso particolare: non significa dimenticare, né superare la perdita, ma continuare a vivere nonostante la drammatica, inumana assenza.
È forse in questo punto che Teoria si allontana definitivamente dall’idea consolatoria del dolore. Il dolore non è necessariamente qualcosa che, una volta compreso, possiamo lasciarci alle spalle. Al contrario, sembra essere inseparabile da chi abbiamo amato. Il dolore è di chi ha vissuto la gioia: un concetto semplice, quasi definitivo, che rovescia il rapporto tra le due esperienze. Il dolore non arriva soltanto dopo la gioia; ne è, in qualche modo, la conseguenza possibile, la traccia che l’amore lascia quando l’amato, l’amata, viene sottratto alla nostra presenza.
E infatti, in Teoria, l’amore non sembra rappresentare un rifugio dal dolore, ma ciò che ci espone inevitabilmente alla sua possibilità: In questo mondo che non abbiamo scelto, l’unica cosa che non tradisce è il dolore, e l’amore serve a prepararci a quello. È una concezione radicale, persino spietata, ma coerente con il libro: amare significa accettare, anche senza volerlo, la possibilità della perdita. E forse proprio per questo il dolore diventa una delle poche esperienze che non possiamo addomesticare attraverso una teoria.
Il romanzo si muove proprio sul confine tra il bisogno di sapere e il bisogno di credere. Ed è un confine emblematico perché non riguarda soltanto i personaggi: riguarda il lettore. Ci costringe a domandarci quanto della nostra idea di realtà dipenda dalla nostra necessità di darle una forma comprensibile.
Forse è proprio vero che si appartiene a quello che ci sfugge. In questa frase sembra concentrarsi una delle intuizioni più profonde del libro: ciò che non riusciamo a possedere, spiegare o trattenere può diventare, paradossalmente, ciò a cui apparteniamo di più. Il mistero non è soltanto ciò che rimane fuori dalla nostra comprensione; può diventare una parte della nostra stessa identità.
Ed è qui che la dimensione del mistero assume un significato ulteriore, come si legge: Tutto ciò che tenta di superare l’umano ci spaventa, anche quando ci supera per salvarci. La frase contiene una contraddizione che attraversa l’intero romanzo: desideriamo che esista qualcosa capace di andare oltre i nostri limiti, ma nello stesso tempo temiamo ciò che non possiamo controllare. Vorremmo una risposta che ci salvi, ma non sappiamo se saremmo davvero capaci di accettarla.
Anche il sogno sembra appartenere a questa zona intermedia tra realtà e possibilità: Probabilmente Hesse ha ragione quando dice che non bisogna trattenere un sogno. Ma un sogno proiettato nel futuro resisterebbe. Non è soltanto una riflessione sul desiderio: è il tentativo di immaginare una possibilità quando il presente sembra esserne privo. Il futuro diventa allora uno spazio in cui ciò che è stato perduto può, almeno nell’immaginazione, continuare a esistere.
Ma proprio perché il romanzo si interroga continuamente su ciò che possiamo comprendere, Teoria è anche un libro sui limiti della parola. E qui la scrittura poetica di Cavicchia diventa particolarmente significativa con una poesia che assume la forma di una preghiera:
Tu abiti una frase che non so scrivere
una che abbia un senso
perché di te hai detto esistendo.
[…]
Tu abiti una frase che non so scrivere
ma sei una data certa
in questo tempo che sfarina.
È forse una delle immagini più efficaci per comprendere il senso complessivo del libro: davanti all’amore, la parola cerca una forma ma scopre continuamente la propria insufficienza. Vorremmo trovare la frase capace di contenere una persona, un ricordo, una perdita; e invece resta una distanza, uno spazio che nessuna parola riesce a colmare. La poesia diventa così un’altra forma di teoria: non una spiegazione, ma un tentativo di dare una forma all’indicibile.
Non sorprende allora che Cavicchia richiami anche Vladimir Holan, poeta che ama, attraverso una citazione da Una notte con Amleto: Se un uomo non si sente perduto, è perduto a tutto ciò che si svolge negli altri e che avviene in lui. Così perduto, egli scrive una lettera e una busta e la suggella e vi sottolinea: aprire dopo la mia morte!
Lo smarrimento diventa quindi una condizione della consapevolezza: sentirsi perduti significa forse essere ancora capaci di interrogare ciò che accade dentro di noi e negli altri. E la scrittura, quella lettera destinata a essere aperta dopo la morte, appare come il tentativo estremo di lasciare una traccia oltre il limite dell’esistenza.
Per questo Teoria non va letto soltanto come un libro sul dolore. È, più radicalmente, un libro sull’impossibilità di convivere con un dolore che non comprendiamo. E forse anche sull’illusione che comprendere significhi necessariamente soffrire meno. Cavicchia non sembra voler risolvere questo paradosso. Lo lascia insoluto. Ed è una scelta che rende il libro più inquieto, ma anche più interessante: invece di offrirci una consolazione, ci restituisce una domanda. Una domanda che forse trova la sua forma più intensa proprio nel rapporto tra ciò che perdiamo e ciò che continuiamo a cercare. Se la vita è quella crudele indifferenza davanti alla quale siamo costretti a ricominciare, se il dolore è la traccia della gioia che abbiamo conosciuto, se ciò che ci sfugge può diventare ciò a cui apparteniamo, allora la teoria non può essere una risposta definitiva. Può essere soltanto il tentativo di non arrendersi all’assenza di una risposta. E allora rimane la domanda con cui il romanzo sembra interrogare il lettore: che cosa siamo disposti a inventare, a ricordare o persino a credere pur di non consegnare chi amiamo all’assurdità del destino? La risposta, forse, è la vera Teoria del romanzo.
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