Sul caso Thélyson Orélien. Restare umani al tempo dei social e dell’IA

DI SARA DURANTINI

 

Seguendo la stampa francese, almeno alcuni quotidiani, mi sono imbattuta, una settimana fa rispetto al momento attuale mentre sto scrivendo, in Mediapart che raccontava di uno scrittore haitiano accusato di aver scritto il suo romanzo con l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale. Lo stesso giorno la notizia veniva ripresa anche da Le Figaro e quasi contestualmente mi apparve su Facebook il comunicato stampa dell’Académie Goncourt nel quale si annunciava l’esclusione di un autore dalla prima selezione del premio a causa di precedenti plagi emersi e di analisi concordanti che indicavano un ampio ricorso all’IA nella scrittura del romanzo. La questione mi ha incuriosita se non altro perché al centro della vicenda c’era uno scrittore già acclamato e premiato, sull’onda del successo della rentrée littéraire francese, nonché in lizza per il Goncourt. Ho quindi iniziato a seguire da vicino quello che stava accadendo notando, da subito, che la vicenda letteraria si stava sfilacciando sempre di più allargandosi fino a coinvolgere questioni di tipo sociale, politico e razziale. Lo scrittore in questione è Thélyson Orélien e il suo libro C’était ça ou mourir è pubblicato in Francia da Grasset.

Se ne sto scrivendo non è per discettare sull’intelligenza artificiale quale minaccia verso chi scrive per professione e neppure per stabilire se Orélien ne abbia davvero fatto uso e in quale misura. Non voglio che questo articolo si aggiunga a quelli già usciti sulla stampa italiana che tendono a ridurre ogni discorso sull’IA a uno scenario apocalittico (un modo di porre la questione che semplifica qualcosa di complesso e finisce spesso per sostituire l’analisi con la pura diffidenza), ma nemmeno trasformarlo in una difesa preventiva dell’autore. Non dico che la questione sull’utilizzo, in generale, dell’intelligenza artificiale non esista o non meriti di essere discussa, ma quello che mi preme, qui, è ciò che è accaduto sul piano umano e sociale e il fatto che al centro della critica letteraria debba sempre esserci il libro.

Quando, il 21 settembre, “Balance ton Claude” iniziò a pubblicare sulla piattaforma X accuse contro Orélien, l’account contava una manciata di follower ma in poche ore raggiunse una crescita esponenziale e i suoi contenuti iniziarono a fare il giro del web grazie anche alla ricondivisione da parte di profili dell’area conservatrice francese. Tra questi, il giornalista e saggista Samuel Fitoussi, collaboratore del quotidiano Le Figaro. Nei giorni successivi si scoprirà che Fitoussi non era semplicemente uno dei giornalisti ad aver rilanciato la notizia ma uno dei fondatori (o il fondatore) alla base dello stesso account anonimo da cui l’accusa era partita. Già questo basterebbe a soffermarsi un momento sulla vicenda. Perché, e risulta istintivo chiederselo, è stata utilizzata una modalità del genere? Perché un giornalista del quotidiano Le Figaro ha aperto un account anonimo su X e ha iniziato a far circolare la notizia sul presunto utilizzo di IA da parte di Thélyson Orélien anziché utilizzare il suo ruolo di giornalista per fare della stessa notizia uno o più pezzi d’inchiesta? È proprio la questione sollevata da Johan Faerber e Simona Crippa, che dirigono la rivista Collateral: una volta emersi elementi concreti relativi a precedenti plagi dell’autore, perché scegliere comunque la logica dell’account anonimo e dei social, con la violenza che inevitabilmente vi si accompagna, anziché quella di un’inchiesta firmata, argomentata, sottoposta a verifica e contraddittorio? Riportando queste riflessioni voglio soffermarmi e chiedermi se la fondatezza, o meno, di un’accusa renda automaticamente legittimi tutti i modi attraverso i quali la si formula e la si diffonde. In altre parole, l’annosa questione del fine che giustifica i mezzi. Il caso di di Thélyson Orélien attraverso la lente di “Balance ton Claude” mostra quanto rapidamente una denuncia affidata alla logica dei social possa trasformarsi in sovraesposizione e, da lì, in una gogna pubblica. Tanto più quando il bersaglio è uno scrittore di colore e immigrato. Mohamed Mbougar Sarr, insignito del Premio Goncourt nel 2021, lo ha scritto con molta chiarezza nel lungo intervento ripreso da Le Nouvel Obs: difendere Orélien esclusivamente in quanto uomo di colore significherebbe, paradossalmente, rinchiuderlo nella stessa logica che si vorrebbe denunciare. Ma sarebbe altrettanto miope ignorare la componente razziale che, secondo Sarr, si è mescolata agli attacchi e ai sospetti, tanto più considerando che il romanzo mette al centro l’esperienza migratoria e che la polemica è stata amplificata soprattutto da ambienti della destra conservatrice francese. Sarr inserisce, inoltre, la vicenda in una storia più lunga in cui il dubbio sull’autorialità ha accompagnato numerosi scrittori di colore francofoni (e non è il solo a mettere in evidenza questa traiettoria, lo ha fatto anche il giornalista e conduttore Alban M’lan).

Dopo l’esplosione del caso tramite X, il dibattito francese si è allargato andando oltre la domanda iniziale, cioè se Orélien avesse utilizzato o meno l’intelligenza artificiale, e passando dalle domande sull’affidabilità degli strumenti (Le Monde ha dedicato un approfondimento sull’affidabilità dei detector di intelligenza artificiale, ricordando che si tratta a loro volta di sistemi probabilistici e che, soprattutto, quando si entra nella zona grigia della revisione, della riscrittura o dell’assistenza alla scrittura, stabilire con certezza che cosa sia “umano” e che cosa sia “artificiale” non è semplice e così ha messo in evidenza uno dei paradossi più evidenti dell’affaire ovvero affidare a un sistema di intelligenza artificiale il compito di certificare la presenza dell’intelligenza artificiale in un testo e trasformare poi quella valutazione probabilistica in un elemento di accusa), a quelle sulle modalità della denuncia, l’anonimato, la circolazione del sospetto, la violenza dei social e la dimensione politica e razziale della vicenda.

In Italia, almeno nei giorni successivi alla notizia, gran parte di questa complessità si è persa. Coloro che ne hanno parlato si sono concentrati soprattutto sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dello scrittore haitiano e sul fatto che proprio questo utilizzo massiccio stia minacciando, in generale, la creatività umana, livellando e appiattendo il linguaggio. Questioni certamente legittime, ma che, isolate dal resto della vicenda, finiscono per ridurla all’ennesima variazione sul tema.

Eppure, prima dell’affaire, c’era il romanzo, c’era C’était ça ou mourir uno dei casi di questa rentrée littéraire francese, che aveva già coinvolto i lettori e i critici, vincendo anche il Premio Fnac. Non solo. Livres Hebdo ne aveva parlato come di un chant d’exil, soffermandosi sul modo in cui Orélien intrecciava dramma, umorismo e sopravvivenza nel viaggio del protagonista Jonas Dorléon. Così come le recensioni dei lettori precedenti o immediatamente contemporanee allo scoppio del caso, pur nella diversità dei giudizi, insistevano sulla lingua, sulla componente poetica, sull’ironia e sulla capacità del romanzo di restituire l’esperienza collettiva migratoria attraverso una vicenda individuale. Dopo l’esplosione dell’affaire, questo tipo di lettura sembra essere diventata quasi impossibile.

Trovo che quanto sta accadendo a Thélyson Orélien ci inchiodi alle nostre responsabilità, quelle di riflettere sui mezzi che scegliamo per raggiungere un fine, sui giudizi che formuliamo, sulle parole pronunciate e scritte, sulle conseguenze che possono produrre, soprattutto dentro le dinamiche dei social. Quelle che ci portano a fermarci, a pensare alla necessità di ampliare sempre lo sguardo perché vedere e comprendere ciò che sta in superficie può aiutare ma andare a fondo dà una visione d’insieme maggiore. È quello che fanno gli esseri umani o anche semplicemente coloro che vogliono restare umani.

 

Bibliografia:

Agence France-Presse, “Accusé d’avoir utilisé l’IA, l’écrivain phare de la rentrée Thélyson Orélien se défend”, Mediapart, 22 settembre 2026.

Le Figaro con AFP, “Grasset condamne “fermement tout propos malveillant” à l’égard de l’auteur Thélyson Orélien, accusé d’avoir utilisé l’IA pour écrire son roman”, Le Figaro, 22 settembre 2026.

Nicolas Six, “Polémique Thélyson Orélien : comment fonctionne le détecteur de textes générés par IA, Pangram, et à quel point est-il fiable?”, Le Monde, 23 settembre 2026.

Hugh Schofield, “Uproar in France over award-winning author accused of using AI”, BBC News, 23 settembre 2026.

Charles Mouliès, “Un chemin vers l’impossible: comment lire “C’était ça ou mourir” de Thélyson Orélien?”, Collateral, 28 settembre 2026.

Mohamed Mbougar Sarr, “J’éprouve une compassion profonde pour Thélyson Orélien”, Le Nouvel Obs, 24 settembre 2026. Il testo riprende un suo precedente intervento pubblicato su Facebook.

Johan Faerber, post Facebook sul caso Thélyson Orélien, settembre 2026.

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