Oriana Fallaci. La sua voce nel ventennale della scomparsa

DI SARA DURANTINI

 

Vi sono momenti, nella Vita,

in cui tacere diventa una colpa

e parlare diventa un obbligo.

Un dover civile, una sfida morale,

un imperativo categorico

al quale non ci si può sottrarre.

 

Provo a ricostruire. Lo scalpiccio sul selciato, l’odore dell’incenso, i paramenti appesi, le ampolle del vino e dell’acqua sistemate in un armadio dai vetri smerigliati, i lini bianchi piegati su una sedia. Poco più in là, sopra quello che allora mi apparve come una sorta di scrittoio, la pisside e il calice. E poi i fogli, sparsi sul tavolo della sacrestia. Dalla chiesa arrivava un brusio di voci femminili, mentre lì, in quella stanza appartata, alcune ragazze si preparavano alle letture che di lì a poco avrebbero fatto davanti a un pubblico nutrito di madri, nonne, sorelle, vicini di casa. Era in scena Lettera a un bambino mai nato. In una chiesa. Oriana Fallaci letta in chiesa. Ricordo ancora i nomi delle organizzatrici e quelli delle ragazze che partecipavano, ricordo le settimane precedenti, in quel tiepido autunno del 1997, trascorse a osservarle mentre si preparavano, studiavano la propria parte, la ripetevano fino quasi a impararla a memoria, cercando quella sicurezza necessaria perché, una volta davanti al pubblico, non fosse più soltanto una lettura ma diventasse il loro racconto. Io me ne stavo in disparte, non partecipavo, ma osservavo. In un qualche modo ero stata spettatrice prima che quelle parole arrivassero al pubblico.

La voce di Oriana Fallaci si insinuò in me in quell’autunno, e con quella voce tutta la disperazione, il dramma, la solitudine, l’inquietudine di una donna che si interrogava sull’essere madre, sulla possibilità di diventarlo, sulla libertà e sulla responsabilità che quella scelta portava per sé e per il bambino. Mentre in Italia il dibattito sull’aborto tornava a occupare lo spazio pubblico e le sue parole risuonavano, paradossalmente, tra le navate di una chiesa (lei, Oriana Fallaci, che si era sempre dichiarata atea pur conservando un profondo rispetto per la religione e la storia cristiana e che, anni dopo, sul finire della sua vita, si avvicinò alla Chiesa dichiarandosi “atea cattolica” e chiedendo di incontrare il Papa), io facevo la conoscenza di quello che era, e continua ad essere, uno dei suoi libri più potenti.

Legata a quell’immagine della mia acerba adolescenza, la voce di Oriana Fallaci e, insieme, il suo volto spigoloso e dolce al tempo stesso, l’eyeliner che ne marcava lo sguardo, la sigaretta tra le dita, la piega netta dei capelli, entrarono dentro di me, nella mia memoria e lì si cristallizzarono, componendo lo scatto di quella scrittrice. Sì, perché prima ancora della giornalista, per me fu la scrittrice impegnata, inquieta, ostinata, capace di trasformare le proprie domande in domande rivolte a tutti. La sua “splendida e scandalosa furia di vivere”, come la definì Giuliano Ferrara, e quella combattiva, a tratti aggressiva, esuberanza nell’immergersi nella Storia, proprio perché la Storia l’aveva vissuta, la portarono a mettere tutta la sua tenacia e il suo rigore nel giornalismo che, per lei, altro non era che un’altra forma di letteratura, lei che si considerava uno scrittore prestato al giornalismo (la donna che sono diventata vacilla a dover scrivere “scrittore”, proprio così, al maschile ma tant’è, rispetto la sua scelta a mio avviso talmente consapevole e radicale da aver voluto che proprio quella parola venisse incisa sulla sua lapide, al cimitero degli Allori).

Figlia dell’antifascista Edoardo Fallaci, da giovanissima liceale lo seguì nei gruppi clandestini della Resistenza, lo aiutò a distribuire volantini contro il regime e divenne, quasi in parallelo, una delle più giovani staffette partigiane durante la liberazione di Firenze. E con la Storia politica che entrò nelle sue vene fin dall’adolescenza, ebbe inizio anche la sua primissima collaborazione con il quotidiano Il Mattino dell’Italia centrale per poi passare, trasferitasi a Milano, a Epoca e L’Europeo. Quando, alla fine degli anni ‘70, decise di trasferirsi definitivamente negli Stati Uniti, era già un mito, il suo nome aveva oltrepassato i confini internazionali ed era stata la firma della guerra in Vietnam. Aveva implorato l’allora direttore de L’Europeo, Tommaso Giglio, di mandarla al fronte, unica donna per raccontare la Storia mentre accadeva a fianco di veterani come Egisto Corradi per il Corriere della Sera o Furio Colombo per la Rai. Proprio Colombo ricorderà il loro fugace incontro al Caravelle di Saigon, l’hotel della stampa internazionale, e di come le loro strade si divisero quasi subito per la bravura di Fallaci: “Dopo alcuni giorni che stava in Vietnam, Oriana riuscì a salire a bordo dell’elicottero del generale William Westmoreland, il comandante in capo delle forze americane, e a farsi portare in prima linea”. Fu lì che Fallaci conobbe il celebre fotografo Gianfranco Moroldo: la parola e la fotografia si unirono creando dei racconti senza precedenti. Il modo di fare giornalismo di Oriana Fallaci divenne scuola, entrando a pieno titolo nell’antologia Reporting Vietnam: American Journalism. Osserverà, nuovamente, Furio Colombo che “il suo modo di fare giornalismo è simile a quello di Goffredo Parise. Una voce originale nella stampa italiana con una caratteristica in più: il potere lo ha osservato e scrutato senza mai diventarne complice”.

Dall’esperienza in Vietnam (o forse sarebbe meglio dire dall’esperienza di guerra, per rispettare il suo pensiero) nacque Niente e così sia. Il titolo affondava le radici in una domanda che la sorellina Elisabetta le aveva posto prima di partire per il fronte, che cos’era la vita, e alla quale Fallaci seppe rispondere solamente al suo ritorno:

“La vita è una cosa da riempire bene, senza perdere tempo. Anche se a riempirla bene si rompe”

“E quando si è rotta?”

“Non serve più a niente. Niente e così sia”

Molti anni dopo venne il Libano. Nel 1983 raggiunse Beirut e il contingente italiano della Forza multinazionale: da quell’esperienza sarebbe nato Insciallah, pubblicato nel 1990. Poi, nel 1991, tornò nuovamente sul campo e questa volta in Kuwait, accettando l’incarico dal Corriere della Sera di inviata di guerra (tra l’altro fu proprio in questa missione che, durante un attacco seguendo i marines, rimase avvolta da una nube tossica e nera e quell’episodio sarebbe stato da lei battezzato come la sua “ferita invisibile” che, di lì ad alcuni anni, si trasformò nel cancro o, come lo chiamò, “l’Alieno nel mio corpo”).

Questa pasionaria, sempre dalla parte delle donne, libera e indipendente, ebbe un unico e grande amore: Alekos Panagulis, il leader socialista greco conosciuto nell’agosto del 1973, subito dopo la sua liberazione dal carcere. Era andata a intervistarlo, era andata a intervistare il simbolo della resistenza greca contro la dittatura dei Colonnelli, l’uomo che nel 1968 aveva tentato di uccidere Georgios Papadopoulos, che era stato condannato a morte, torturato, segregato per anni in una cella, l’uomo che aveva resistito senza piegarsi e che, durante la prigionia, aveva continuato persino a scrivere poesie, alcune con il proprio sangue. Fallaci e Panagulis per tre anni condivisero una relazione intensa, tormentata, fatta di passione e lotta politica. Lei lo accompagnò nell’esilio, anche accogliendolo nella sua casa di Greve in Chianti, lo sostenne nella battaglia contro ciò che restava della dittatura, ne condivise le paure e le ossessioni e fu così fino alla sua morte che avvenne in circostanze che Fallaci non considerò mai accidentali, il primo maggio del 1976. Tre anni dopo gli dedicò Un uomo, uno dei suoi libri più politici e, al contempo, più personale. Sulla sua tomba, ad Atene, Fallaci non volle mai andare, ma ogni primo maggio gli faceva arrivare trentasette rose rosse (con gambo lungo, come lei amava), una per ogni anno della sua vita.

 

Prima di Un uomo, prima delle interviste che la resero celebre per L’Europeo (tra queste: lo Scìa di Persia, Golda Meir, Henry Kissinger, Khomeini, Deng Xiao Ping) prima di Penelope alla guerra e Intervista con la storia, e nonostante l’11 settembre (nelle parole di Gianni Vallardi, suo editore per dieci anni alla Rizzoli Libri, ricorda quanto “l’invettiva di Oriana colpiva molto perché si accompagnava a una grande capacità di espressione letteraria. Le due cose insieme producevano una prosa particolarmente aggressiva” e aggiungeva che se si avesse avuto occasione di parlare con lei, ci si sarebbe accorti “della ricchezza di argomentazioni e la consapevolezza della complessità della cultura e del mondo islamico. Insomma, non c’erano solo odio e invettiva”), per me avrebbe continuato ad essere, e per sempre sarebbe stata, la scrittrice impegnata di Lettera a un bambino mai nato, il libro “dedicato da una donna per tutte le donne” nell’edizione BUR con la prefazione di Lucia Annunziata.

Molti anni dopo quel tiepido autunno del 1997, mi trovavo a Firenze per ragioni di studio. È viva in me l’immagine del mio corpo che avanza seguendo l’Arno con Momenti di essere di Virginia Woolf tra le mani. Sui giornali, di tanto in tanto, compariva qualche notizia del precario stato di salute di Oriana Fallaci, che sarebbe venuta a mancare alcuni mesi dopo (del resto, dagli anni Novanta in poi, non aveva mai fatto mistero del cancro che stava combattendo). E ad ogni notizia che trapelava fino al suo trasferimento a Firenze, poco prima di morire, era come se qualcosa, con lei, se ne stesse andando, un pezzo di Storia del nostro Paese e anche un pezzo di Letteratura, una voce ruggente che nell’impegno civile aveva trovato la propria ragione e nella scrittura la forma per resistere al tempo, nonostante le strumentalizzazioni post mortem alle quali, sono certa, come già aveva detto in vita, risponderebbe con “un’alzata di spalle”.

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