Carla Cerati: la luce e l’inchiostro, storia di una fotografa scrittrice.

Di Muriel Pavoni

 

Carla Cerati (1926 – 2016) compie cent’anni. Cerati è stata una fotografa capace di raccontare un’epoca e una scrittrice dotata di quel particolare taglio fotografico poco comune nella letteratura italiana del Novecento. Nata a Bergamo e milanese di adozione, avrebbe voluto frequentare l’accademia di Brera, tuttavia i genitori rifiutano l’idea di una figlia artista e così ripiega su scelte più classiche: il matrimonio, i figli, un lavoro. Inizialmente si guadagna da vivere come sarta, ma a un certo punto della sua vita, ormai adulta, l’urgenza artistica s’impone. Carla inizia a fotografare in maniera dilettantistica ed è talmente brava che il padre decide di venderle (a rate) una reflex. Inizia così, negli anni ’60, la sua carriera, dapprima come fotografa di scena, poi come fotoreporter. Inizierà a collaborare con diverse testate nazionali (“L’espresso”, “Vie nuove”), alternerà l’attività giornalistica, documentando i movimenti politici, gli eventi storici, i cambiamenti sociali, la Milano da bere, alle foto di scena e ai ritratti della società culturale dell’epoca, fino al suo progetto più importante: “Morire di classe” un viaggio nella realtà manicomiale, in collaborazione con Gianni Berengo Gardin. Il progetto, curato dallo stesso Franco Basaglia e Franca Ongaro, rappresenta la testimonianza più icastica e determinante per la sensibilizzazione pubblica nei confronti dell’approvazione della legge 180. Terminato questo progetto riscontra però una crescente disillusione nei confronti dell’impegno sociale e devia verso una fotografia più formale, a tratti pittorica, sicuramente meno impegnata. A un certo punto si fa strada una nuova urgenza, quella della scrittura, e verso la fine degli anni ’80, anni del riflusso, dell’edonismo e del disimpegno sociale, Cerati mette in discussione il potere trasformativo della fotografia e si dedica alla scrittura tout court.

Compongono una sorta di trilogia i romanzi: “Un matrimonio perfetto”, “Uno e l’altro”, “La condizione sentimentale”, si tratta di storie che mettono al centro i legami e le difficoltà da parte delle donne di trovare un equilibrio tra il desiderio di essere e il ruolo imposto dalla società. In questo ciclo Cerati guarda fuori partendo da dentro, da una protagonista che si definisce attraverso le forze che agiscono sulla sua libertà, mentre la trama si articola su come sia possibile sbilanciarsi verso il desiderio, la fatica di comprenderlo e praticarlo, pur mantenendo quell’equilibrio necessario a soddisfare le aspettative che agiscono sulla condizione femminile. La produzione spazia poi verso romanzi in cui il guardare fuori, l’osservazione dell’altro, serve da filtro personale: “La perdita di Diego”, “Gran Hotel Riviera”, “L’amica della modellista” sono incentrati su una sorta di curiosità antropologica che fornisce chiavi di lettura intime. Altri ancora, forse tra i meno efficaci, (“la seconda occasione”, “L’emiliana”), osservano casi esemplari sul divenire qualcosa di inatteso, raccontando (quasi seguendo una tesi) come si arrivi a una trasformazione attraverso un percorso di conquista.


C’è una foto in “Morire di classe” che ritrae un uomo seduto con la testa tra le mani, il volto è nascosto, il contesto è spoglio, si notano giusto le pareti bianche alle sue spalle; in un’altra foto una donna ha lo sguardo altrove, dietro le sbarre di una finestra, in un’altra ancora ci sono dei corpi stesi a riposare all’ombra di un cortile; in tutti questi casi lo sguardo che si posa sul soggetto trova una misura poetica, una delicatezza. Risulta chiara la decisione di Cerati di evitare scatti espliciti, speculazioni sul dolore, si avverte un’attenzione alla discrezione e al rispetto, scelte precise che si concentrano sugli effetti, senza violare la dignità del soggetto, una forza e un’incisività che arriva direttamente al nucleo emotivo dello spettatore. Cerati mostra nelle foto come nei romanzi, senza cannibalizzare i sentimenti, racconta negli scatti, nelle immagini evocate dalle sue pagine, senza trarre conclusioni, senza mai svelare.Significativo è l’incipit di “Un matrimonio perfetto”:

“Fabrizio è mio marito. Ma non dormiamo nello stesso letto, né facciamo più all’amore assieme né altre cose come ridere tenendoci per mano mentre si attraversa una piazza o una strada…”
C’è già tutto qui. Paradossalmente il romanzo può sembrare inutile, perché quel “ridere tendendoci per mano” racchiude tutto. Sembrerebbe pleonastico raccontare una situazione fin troppo evidente. Invece tutta la narrazione e quindi le vicende “dalla parte di lei” che seguono, aggiungono fotogrammi, che trasformano il significato del seme gettato nell’incipit, generano la peculiarità di questo matrimonio infelice, alimentano la rabbia incessante che scorre sempre trattenuta, sempre mostrata, mai spiegata, ma forniscono anche prospettive che smentiscono le premesse.

“Gran parte della mia vita è stata percorsa dalla fretta come da un brivido o da una scossa elettrica che mi impediva di stare tranquilla. Ciononostante, o forse proprio grazie all’abitudine di non perdere tempo, ho sempre osservato attentamente, avidamente tutto, anche nei minimi dettagli”, è l’incipit di “Legami molto stretti” romanzo che in effetti si articola sull’osservazione dell’altro. Che siano gli amici di Norma nel titolo sopracitato, oppure Fabrizio il marito di “Un matrimonio perfetto”, Diego l’assistente de “La scomparsa di Diego”, Regine la bambina di “Grand hotel Riviera”, Cerati “usa” i suoi personaggi per giungere a consapevolezze intime e profonde sul sé, è maestra dello sguardo dentro e fuori, sempre preciso, mai giudicante, per niente indiscreto. Se i tratti autobiografici si ritrovano da un romanzo all’altro, sono diluiti tra le storie, funzionali agli sviluppi, mai gratuiti, mai oscenamente vincolati all’autofiction, si tratta piuttosto di brevi cenni di verità profonde in cui rispecchiarsi.

Se la questione dello sciacallaggio letterario delle vite che gravitano attorno all’autore diventa centrale nel mondo dell’arte, si pensi al tema del film “Amarga Navidad”, relativamente ai confini dell’artista in crisi creativa, l’essere fotografa ha agevolato Cerati nel tenersi alla larga da queste logiche. Sapersi posizionare con grazia sulle vite che siano o meno la sua, con profondo rispetto e consapevolezza, è il dono di questa fotografa narratrice e si è probabilmente sviluppato grazie all’abitudine di guardare il mondo attraverso l’obiettivo.

1 Comment
  • Katia
    Posted at 21:31h, 03 Settembre Rispondi

    Un articolo molto bello su una scrittrice che cercherò di leggere presto! Grazie!

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