Margherita al Tiatru Festival. In dialogo con Paride Cicirello

di Nunzia Lo Presti

 

Tiatru Festival è la rassegna diretta dall’attore e studioso di teatro Lorenzo Randazzo, realizzata in collaborazione col Comune di Terrasini, che da quattro edizioni testimonia un’imprescindibile attenzione al territorio. per radicare negli anni lo sguardo dello spettatore verso gli artisti che da questo sud – isolano e isolato – sono mossi per raccontare le loro storie.
Il palcoscenico di Palazzo D’Aumale sul lungomare di Terrasini propone per la serata d’apertura lo spettacolo “Margherita”, scritto e recitato da Paride Cicirello, diretto insieme a Claudio Ambrosetti: si tratta di una piece che “racconta la fine di una storia d’amore attraverso ciò che resta: i ricordi, le mancanze, le cose non dette e tutto quello che facciamo fatica a lasciare andare. Un lavoro intimo, ironico e doloroso, che parla d’amore ma soprattutto di noi, della nostra incapacità di dimenticare e del coraggio necessario per ricominciare”. Poche domande mirate all’attore-autore Paride Cicirello per qualche curiosità in più sul suo percorso artistico e la sua poetica.


Lo spettacolo si apre con una voce registrata. Non sappiamo chi è, sappiamo solo ciò che ci racconta. Dice che la parte più dolce dell’anguria è al centro, quello che è stato nutrito con la prima acqua. Dice che forse anche gli uomini sono così, che la parte più nascosta è quella che custodisce i sentimenti, provati e suscitati. Qual è stata la tua prima acqua di teatrante, quella in cui hai riconosciuto la cifra della cura? Custodisci la memoria di un luogo di teatro in cui ti sei sentito particolarmente amato?

Dico spesso che sono figlio d’arte (il padre di Paride Cicirello è l’attore Michele Perricone, ndr), e in effetti i miei giochi da bambino sono stati gli oggetti di scena. A volte mi trovo in difficoltà perché se poi a un bambino dai dei giocattoli diversi, spesso non sa da dove cominciare. Poche volte mi è capitato di sentire sulla mia pelle d’attore la sensazione della cura, devo cercarla molto indietro nel tempo. La prima volta forse quando nel salotto di casa con mia sorella Silvia provavo a replicare gli sketch di mio padre. Poi il mestiere dell’attore per sua natura ti porta a dover dimostrare di continuo, devi superare dei provini, è una consuetudine dura da sopportare. Un altro episodio più recente fu quando lavorai con Luigi Lo Cascio nello spettacolo “Tamerlano”. Anche lì, recitai ai provini un monologo in versi, un monologo shakespiriano, poi superai le selezioni e Lo Cascio mi disse che aveva scritto la parte appositamente per me. Durante il lavoro, anche se non riuscii ad ottenere subito quello che il regista cercava, mi ricordo il modo in cui lui entrò in ascolto con me, facendo scaturire un cambiamento. In quel momento ho sentito una cura profonda.  Sì, in effetti c’è un luogo di teatro in cui mi sono sentito particolarmente amato, e anche questo risale all’infanzia: si chiamava Teatro Chanson, era diretto da Nino Drago. Mio padre mi portava alle prove e io mi addormentavo guardando gli attori, era un misto di realtà e fantasia, sognavo ad occhi aperti. Sentivo già allora una fame, una sete di teatro, ricordo che ero piccolo e non sempre potevano portarmi alle prove, e io aspettavo dietro la porta che tornasse mio padre e disegnavo. Solo che disegnavo il palcoscenico, i proiettori… Il teatro può sprigionare un’energia magnetica agli occhi di un bambino.

Margherita è la figura di donna chiave che dà il titolo allo spettacolo. Ama le scarpe, ama camminare scherzosamente con una scarpa sola, forse ama anche il protagonista in qualche modo. Il tema dell’amore in senso lato nella messa in scena accenna a sfociare in una dimensione violenta, mai conclamata del tutto. Da artista e da uomo che racconta il femminile dal punto di vista dell’innamorato non corrisposto, che si arrovella e forse si disorienta del tutto nelle viuzze di un pensiero ridondante, mi piacerebbe che condividessi la tua posizione in merito.

Io sto dalla parte degli illusi. L’illusione mi affascina, può alimentare una vita, una creatività. Ma quando l’illusione diventa ossessione, il limite si perde.
L’illusione può essere invece un mondo, una realtà consolatoria ma non docile, addormentata, una realtà sveglia, che mi permette di amare meglio l’altro, dopo aver visto allo specchio gli errori che ho commesso e che ho visto commettere. Tempo fa, riguardavo delle foto di momenti trascorsi con una ex compagna e mi sono ritrovato a piangere di gioia. Un pensiero può essere ridondante, ma può diventare un arcobaleno nella testa. Forse così facendo sì resta proiettati nel passato, ma io non credo che sia necessariamente un male. Magari ci si perde il presente, ma a me in fondo il presente non mi è mai piaciuto più di tanto.

Nella tua drammaturgia, I pensieri più intimi del personaggio, la sua voce interiore, sono affidati al dialetto. Scenicamente è un colore espressivo che si fa limite o ricchezza?

Per me il dialetto è come sentire il vagito di un bambino, come guardare un geroglifico, è un canto che ci riporta alle origini. Se tra il pubblico qualcuno non lo ha compreso, di certo ne avrà avvertito la forza. Ho sentito la necessità di scrivere quelle parti in dialetto perché mi serviva ritornare al ritmo del rito e alla neutralità di un segno antico.

 

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