A Palermo con Letizia Battaglia. In dialogo con Eleonora Lombardo

 di Ivana Margarese 

 

 

Comincio con il domandarti come sia nato questo progetto di scrittura su Letizia Battaglia e Palermo, e che tipo di difficoltà tu abbia affrontato nel realizzare un libro che prova a descrivere, con pochi tratti, una personalità così sfaccettata e magnetica e una città complessa, che ammalia e respinge.

 È stato l’editore a pensare a me per questo progetto, anzi a dire la verità la moglie dell’editore Antonella Ferrara che conosco da tanto tempo grazie a Taobuk, lei ha pensato a me per la collana Passaggi di dogana di Giulio Perrone perché conosceva dei miei trascorsi con Letizia. Il mio primo romanzo ha in copertina una foto di Battaglia “La sposa arrabbiata”. Inizialmente volevo rifiutare, Palermo mi spaventava. La proposta mi veniva fatta mentre il mio rapporto con la città era bellicoso, mi alzavo la mattina ingaggiando una lotta di sopravvivenza a Palermo. Inoltre raccontare una figura come quella di Letizia Battaglia, con un vissuto privato, politico e artistico complesso mi atterriva ancora di più. Poi ho pensato che fosse sì una bella responsabilità, ma anche un privilegio. Era il primo volume della collana dedicato a Palermo e che si fosse scelta Battaglia per raccontarla mi è sembrato un atto d’amore e di attenzione. Quindi ho deciso di accettare. E di cominciare a studiare.


 «Superare la visione binaria: per me è questa la principale eredità di Letizia da accogliere, coltivare ed espandere. A dispetto, o forse a ragione, del bianco e nero come soluzione fotografica, la sua narrazione di Palermo (e della vita, direi) tende a dire proprio che la realtà non è né bianca né nera, ma tutto quello che è compreso tra questi due estremi: che una donna è anche un uomo, che un uomo è anche una donna, che nella morte c’è la vita, e che nel prendersi è contemplato il lasciarsi. Che nella lotta c’è il perdono. Occorre superare la dicotomia che ci ha imposto il sistema patriarcale, solo così possiamo sperare di scongiurare la fine del mondo». Mi piacerebbe avere un tuo commento su questa riflessione che fai nel libro, e su cui mi trovo molto daccordo.

Esplorando le fotografie e la vita di Letizia Battaglia mi è sembrato di scoprire esattamente che cosa vuol dire non spaccare il mondo a metà. Lei era in mezzo alle cose e alle persone, agli uomini e alle donne. In mezzo ai sentimenti. Non quello stare nel mezzo democristiano, l’opposto, era schieratissima, ma anche mescolatissima. Nel fotografare i mafiosi feroci cercava l’umanità, nel male cercava la luce, la speranza, nelle bambine la determinazione e il coraggio degli adulti. Al manicomio faceva arrivare i punk così da far deflagrare il concetto di normale, se entrava in un carcere cercava libertà. Letizia Battaglia attraversava i muri e le porte, spalancava i portoni ecco è nell’attraversare limpido e fluido che ho percepito il superamento concreto della visione binaria della realtà. C’è qualcosa di sciamanico, una dote per cui non c’è un limite imposto, ma conta la volontà di andare oltre.

Il mercato della Vucciria. Palermo, 1985 – © Archivio Letizia Battaglia, Palermo

 

 

Nel raccontare Letizia Battaglia incroci molte altre figure cruciali per la storia di Palermo, come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leoluca Orlando, Michele Perriera o Franco Maresco. Vorrei però soffermarmi su una figura meno nota, ma determinante per la vita e la carriera di Letizia: la sua amica Marilù. Potresti raccontarci qualcosa di lei e della loro relazione?

Marilù Balsamo l’ho sentita mentre scrivevo il libro per chiederle il permesso di attingere dal suo “La mia Letizia”, che resta il racconto più sincero per chi vuole conoscere la vita privata e autenticadi Battaglia. Credo che la loro amicizia sia stata per certi aspetti la salvezza di Letizia, in fondo è il legame più sovversivo quello che ci lega a un’amica. A tratti Marilù è stata una sorta di scudiero, di alfiere, quel punto fermo che ha consentito a Letizia di osare, di spingersi sempre avanti senza sentirsi sola. Non un legame, ma una rete di protezione. Sì, mi piace pensare questa amicizia come una rete. Oltre il limite della famiglia, dell’età, della professione. Non deve essere stato facile stare accanto a Letizia per tutta la vita. Marilù deve essere una persona speciale. E generosa.

 Ritornano più volte nel testo il sentimento della rabbia, il senso di ingiustizia, certe logiche disarmanti e ripetitive al limite dellottusità; eppure, nel cuore e nella mente di Letizia Battaglia sembra non esserci mai stato spazio per il cinismo. Questo, a mio parere, racconta molto del suo talento proteiforme e di una cocciutaggine quasi infantile nel coltivare, sempre, una fragile speranza. Sapresti tracciare cosa ti ha insegnato, sopra ogni cosa, il vostro incontro?


Fare. Nonostante tutto e tutti, fare forzando, se è il caso, anche la legge e la burocrazia. Fare anche se sei stanca, se non ce la fai più. Non smettere di essere innamorate, mai. E poi perdonare. Capire e perdonare. Ma ho molta strada da fare, lei ha tracciato con chiarezza il percorso, percorrerlo non è semplice. Io mi scoraggio ancora tanto. In questa città e nella mia vita personale. Ci vorrebbe più pazzia.

 

C’è un aspetto della vita di Letizia Battaglia che trovo possa essere una chiave d’accesso alla sua visione artistica: il rapporto con la “pazzia”. Ne parli quando racconti della Real Casa dei Matti, ma anche quando evochi la sua convinzione che Palermo, per cambiare davvero, avrebbe dovuto avere il coraggio di essere più matta. Un coraggio anarchico che spesso appartiene alle donne.Vengono in mente Goliarda Sapienza e Dolores Prato, ma anche figure apparentemente lontanissime come Simone Weil, che testimoniò con la sua stessa vita – e con progetti spesso cassati perché ritenuti bizzarri – la propria fiducia nella bellezza e nella sacralità degli esseri umani. Ti va di dirmi qualcosa in più su questo legame tra Letizia e il superamento del limite della norma?

La pazzia di Letizia ha a che fare con la libertà. Era solita fare domande molto personali quando ti incontrava per la prima volta, era il suo modo di sondare il tuo livello di libertà, dalle etichette e dalle convenzioni sociali. L’idea che mi sono fatta della pazzia invocata da Letizia è quella che ha a che fare con l’amore, sai quando si dice “ti amo follemente” o “sono innamorata pazza”, ecco l’amore è quella dimensione in cui la pazzia è un’estensione audace dell’agire. Credo che alla fine lei invocasse questo agire audace, spericolato, irriverente ma assolutamente volto al bene per Palermo. Ogni giorno mi dico che dovrei essere un po’ più pazza nel senso “letiziesco”. O pazza con letizia e con battaglia.

 Ho incontrato Letizia Battaglia un paio di volte. La prima ero una ragazza appena laureata e molto confusa sul da farsi; avevo cominciato a scrivere per Mezzocielo – la splendida rivista che lei fondò insieme a Simona Mafai e Rosanna Pirajno, e che tu stessa hai diretto recentemente. Ricordo che mi sedetti di fronte a lei nel suo studio e mi chiese, a bruciapelo, se fossi innamorata e se fossi riamata. Disse qualcosa come «lamore è tutto», disarmandomitotalmente. Mi piacerebbe parlare della capacità d’amore di Letizia: per i suoi compagni, le figlie, i nipoti, ma anche per le persone incontrate per caso, per le loro scommesse di vita. Lei stessa, pensando alla morte, diceva: «Io ho sempre detto che voglio morire viva, e questo è quello che mi porta avanti: voglio morire viva, capito?».

Uno degli ultimi incontri pubblici è stato in occasione del Festival delle letterature migranti di qualche anno fa, lei aveva superato gli ottanta anni, le chiesi se fosse innamorata. Prima arrossì, poi mi confidò pubblicamente di sì. In quel caso si trattava di amore passionale, poi c’era quello teneroper le sue figlie e i suoi nipoti, ma soprattutto c’era l’amore come dedizione, come vita coraggiosa, vita da offrire agli altri. Ho sempre visto Letizia in mezzo alla strada, con la macchina fotografia che le pendeva dal collo. Credo che lei abbia passato la maggior parte della sua vita tra la gente. Ad ascoltarla, fotografarla, a cercare di aiutare e di cambiare. Cos’è tutta questa passione civile, questa vita comunitaria se non amore?

 

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