“Nel nome tuo”, intervista a Maria La Tela

Di Muriel Pavoni

“Nel nome tuo” di Maria La Tela, uscito nel 2026 per Ventanas edizioni, può essere considerato un moderno feuilletton. Il romanzo è ambientato nella città di Ostro, località immaginaria della Campania, negli anni attorno alla seconda guerra mondiale. La realtà in cui si muovono i personaggi è quella rurale. Il padre di Teresa e Amalia, le due sorelle attorno alle quali gira la vicenda, è proprietario di un’attività vinicola e la vita delle sue sorelle, segnata dalla prematura scomparsa della madre, si svolge nella casa gialla, dimora della famiglia allargata dove il tempo, regolato dalle leggi della terra e del lavoro, sembra dilatarsi.
M.P. – La protagonista, Teresa, si ritrova in contrasto con la sorella, a cui imputa la colpa della morte della madre, con l’ambiente familiare e con quello del convento nel quale entra come postulante. La sua è una personalità spigolosa, perentoria, intransigente, che tende ad assecondare idee assolute e ossessive. La sua postura ammette raramente le sfumature, è incapace di comprendere intimamente il prossimo e tende ad autoaffermarsi manipolando le persone che ha attorno; ne risulta che l’unico rapporto che riesca a portare avanti sia quello con Dio. Teresa è un personaggio complesso che non accetta il ruolo impartitole dalla società e, pur rifiutandolo, non riesce a costruirsi una personalità autonoma e libera da convenzioni, piuttosto asseconda la profezia del contesto sociale in cui si muove, che inevitabilmente si autoavvera. Come hai costruito questo personaggio?
M.L.T. – Il primo atto che Teresa compie nel romanzo dopo la morte della madre è quello del rifiuto: respinge la sorella, i familiari, qualunque regola di condotta. Partendo da questa immagine ho costruito il personaggio disponendo una sequenza di azioni, di risposte emotive e fattuali coerenti con l’idea di un ostinato opporre resistenza a tutti che Teresa utilizza per dare sfogo a una rabbia altrimenti intraducibile per lei. Ciò che nell’infanzia è solo un “no” per partito preso, un tenere gli altri a distanza, un reiterato silenzio, in età più adulta il suo negarsi diventa, in linea con il suo carattere e anche come logica conseguenza dell’assenza di una guida familiare, un susseguirsi di azioni che le permettono di modellare il corso degli eventi secondo i suoi bisogni. In questo clima di solitudine affettiva nel quale Teresa arriva addirittura a dubitare della sua sanità mentale, è stato naturale lasciarla poi cadere in un meccanismo tossico come quello del conformarsi inconsciamente all’idea che le persone ormai si erano fatta di lei, convalidandone pagina dopo pagina il giudizio negativo. Quello con Dio resta per Teresa l’unico rapporto possibile poiché, ritenendosi lei nel giusto, è certa della sua benevolenza che la dispensa anche dal correggersi.
M.P. – Il mondo che racconti è regolato da ritmi antichi, fortemente influenzato dalla natura che sembra partecipare dei sentimenti dei personaggi. Il romanzo, nella sua struttura tripartita che segue tre fasi della vita della protagonista dall’infanzia all’età adulta, risente dell’influenza, a mio avviso, di molte scrittrici del secolo scorso, penso a Deledda, Ortese, per le atmosfere, ma penso anche a Goliarda Sapienza e Dolores Prato per lo stile e il tema del convento. A quale di queste autrici, o altre, fai maggiormente riferimento?
M.L.T. – Quando lessi Canne al vento mi colpì molto la visione della natura partecipe della Deledda e questo ha avuto di certo un impatto significativo nella stesura del romanzo. Di alcuni passi della Ortese ho ho amato le incursioni poetiche che l’autrice secondo me utilizzava come contraltare nella descrizione di una realtà squallida, difficile, fatta di povertà e malinconia; quella sua maniera di costruire sulla pagina la sento vicina a un certo mio immaginario che riguarda alcuni personaggi femminili costituiti da una sorta di lentezza fisica che si contrappone a un pensiero smanioso, ardente. La lettura di pagine di Goliarda Sapienza e Dolores Prato è arrivata invece solo dopo la scelta di ambientare parte della storia di Teresa in monastero; ho apprezzato molto la loro scrittura e lo sguardo diverso, ma ugualmente emancipato, sul tema e sulla figura femminile. Dalla Morante credo mi sia arrivata l’influenza maggiore, quella poetica a cui accennavo riferendomi alla Ortese, mi si è mostrata ne La Storia come un vero e proprio volteggio, un dono commovente dell’autrice che si schiera, che diventa lirica soprattutto quando ci offre personaggi fragili, indifesi. Il suo romanzo non è stato solo fonte d’ispirazione, ma anche strumento di approfondimento per la costruzione della protagonista di Nel nome tuo: Teresa come Ida, la Iduzza di Morante, non è un’eroina, come lei è imperfetta, ma per motivi diversi: Ida è rassegnata, ansiosa, vive nella paura; Teresa è cattiva, eccessiva, alza la testa, ha un suo personale metro di giudizio per seguire il quale è disposta a tutto. Ho voluto tracciare un personaggio che arrivasse dalla parte opposta di Ida, ma che conducesse a un’analoga accettazione dell’oggettiva imperfezione umana.
M.P. – Il tema del male è centrale. Teresa lo incarna, ma in definitiva asseconda lo sguardo del mondo su di lei, la sua infatti appare più che altro una reazione alle sofferenze, ai lutti, alla rabbia, qualcosa di represso che poi esplode. Teresa in fondo segue le regole del destino di una genealogia di dolore che segna le vite dei personaggi, a cui nessuno potrà sottrarsi. Se in un certo senso Teresa è l’incarnazione della cattiva ragazza, la narrazione vuole condurci alle radici del male, che è una categoria complessa e articolata che trova nella famiglia, ma anche nel convento, l’humus più fertile. È forse questo il nucleo a cui si perviene, ovvero che il male ha origine laddove invece si dovrebbe trovare protezione?
M.L.T. – Il male si fa più nocivo laddove i sentimenti sono più profondi. Se esso si presenta all’interno di un contesto familiare o di un luogo che riteniamo protetto, il suo passaggio non può che essere devastante, amplificato. Nel caso di Teresa il male germoglia in lei come conseguenza di due elementi concomitanti: la perdita della madre e un ambiente familiare impreparato a colmare il vuoto. Quando si verifica la morte di Maria, nella sua mente di bambina Teresa sente di essere stata tradita dalla madre che era tutto il suo mondo; si aggiunge a questo il fatto che la perdita genera un’altra vita, quella di sua sorella, cosa che non le permetterà neanche con il passare degli anni di affrontare il lutto come evento tragico che fa parte dell’esistenza di tutti, ma la lascerà invece arenata in un odio stagnante che diventa il terreno più adatto sul quale praticare il male.
M.P. – Il romanzo, seppur tripartito, mantiene un’unità tematica e si posiziona principalmente sull’esperienza e sul percorso di Teresa, eppure c’è, nella parte centrale, una digressione dedicata ad Amalia, alle sue vicende personali e alla vita nella casa gialla durante la guerra, mentre la sorella è in convento; come mai questa scelta?
M.L.T. – Se avessi omesso dalla narrazione quella parte relativa alla vita di Amalia, non avrei potuto mostrare in maniera efficace l’esperienza di Teresa che attraversa, dopo quella “dell’odio”, le fasi “della purezza” e “del suo stesso sangue”. Durante la permanenza di Teresa in monastero, il tracciamento di Amalia ha un ruolo fondamentale poiché rappresenta il ricordo, la distanza, ma anche il termine di confronto con la novizia Anita, tutti elementi che permettono a Teresa di riconsiderare le sue azioni passate. Senza quelle pagine, avrei lasciato in sospeso un approfondimento a mio avviso necessario e che sarebbe stato difficile restituire in seguito con la stessa intensità. Il tempo scorre anche per i personaggi vicini ai protagonisti di una storia, avevo bisogno di costruire in qualche modo, così come accade nella vita, una continuità parallela per ottenere un’Amalia diversa; durante l’infanzia lei rappresenta l’antitesi di Teresa, raccontare le sue vicende personali mi serviva per scrivere anche del suo divenire, del suo trasformarsi per poi mettere ancora una volta tutto questo in relazione con Teresa, ma in una condizione del tutto nuova per entrambe.
M.P. – La narrazione, grazie alla capacità di mostrare senza spiegare, ha una forza e un ritmo travolgenti, in un accumulo emotivo che non indugia nello psicologismo e dove la poesia risiede, per dirla alla Flannery O’Connor, nella polvere e nei gesti. La scelta, efficace, è quella di levare, di creare degli spazi d’interruzione in cui è il lettore stesso a trovare il senso, è quella di ridurre la lingua all’essenziale. Un romanzo dove l’azione prevale sul pensiero e il contesto storico e l’ambiente incidono potentemente sui personaggi, sembra appartenere, felicemente, a un’altra epoca, se pensiamo alla diffusione, oggigiorno, di memoir e autofiction, il tuo esordio narrativo invece si confronta con una tradizione solida e ci conforta sullo stato di salute della fiction…
M.L.T. – Le tue parole mi rendono felice, il mio intento era quello di creare una storia d’invenzione con una trama avvincente, un romanzo che affrontasse anche una certa complessità umana, ma in maniera accessibile, con dei personaggi che avessero, anche se in poche righe, caratteri ben distinti, riconoscibili. Per un buon funzionamento di quelli che chiami “spazi d’interruzione”, definizione che trovo perfetta per identificare piccole zone che un ipotetico lettore è chiamato a riempire con la sua sensibilità ma anche, perché no, con il filtro della sua personale esperienza di vita, è necessaria credo proprio una costruzione precisa dei personaggi che solo in questo modo possono acquisire un’eco, un riverbero che andrà a colmare il non detto.

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