Donne invisibili. La resistenza femminile nella Bassa modenese. Di Fabio Montella

Donne invisibili. La resistenza femminile nella Bassa Modenese. Bibliotheka edizioni, aprile 2026

Recensione di Elisabetta Imperato

Il libro di Fabio Montella, oltre quattrocento pagine arricchite da un’ampia bibliografia di partigiane, patriote, fiancheggiatrici e vittime del nazifascismo, integrato da note e da una ricca galleria fotografica, colma un vuoto nella storia Liberazione nella Bassa modenese, interpretata storicamente per lo più dal punto di vista maschile. Si tratta di donne dalla più diversa provenienza ed età: mondine e braccianti, insegnanti, ostetriche, suore e studentesse, risaiole, adolescenti e madri, sorelle e nonne, impegnate attivamente nella lotta partigiana. Non un ruolo marginale ma un contributo essenziale ai fini della Liberazione, pagato con l’arresto e in molti casi con torture e fucilazioni. Molteplici le forme della resistenza al femminile. Dal procurare cibo, messaggi, armi e munizioni alla resistenza armata, alle catene di solidarietà e all’aiuto fornito a ebrei, soldati sbandati e partigiani. La stessa lingua utilizzata nella modulistica dopo la liberazione, per riconoscere il ruolo svolto nella lotta antifascista (che distingueva tra Partigiani, Patrioti e Benemeriti), risentì di una impostazione che escludeva le donne dalla storia della Resistenza. Come nel libro di Fosca Pizzaroni Partigiane! Documenti sulle donne della Resistenza in provincia di Caserta, ed. La Valle del tempo, recensito dalla nostra rivista, si avverte attraverso questi studi, la necessità di una rilettura di un lungo periodo storico dal punto di vista femminile.

Come già evidenziato a proposito della ricerca archivistica della Pizzaroni, anche in questo caso si nota come, anche attraverso la lingua, si sia accentuato uno stereotipo diffuso sul piano istituzionale che rivelerà sul lungo periodo e dopo la Liberazione, una burocrazia ideologicamente orientata su ruoli maschili. Nella modulistica, infatti, che distingue, il genere maschile assume il significato di soggetto universale. Questa invisibilità fa percepire le donne come eccezioni, richiedendo loro di adattarsi a un modello linguistico non pensato per loro. Dalla sparizione linguistica al disconoscimento identitario, civile e politico il passo è breve. Dal punto di vista cognitivo, questo modello attiva il bias di rappresentatività: ciò che non viene nominato diventa meno pensabile come parte del gruppo.  I meriti partigiani sembrano pertanto intrinsecamente maschili, mentre le donne, se considerate, lo sono solo come aiutanti, derubricate a un ruolo secondario anche attraverso la scelta del termine staffetta, tratto dal linguaggio sportivo. Di conseguenza le partigiane faticarono a vedersi riconosciute come protagoniste della lotta. A proposito del loro intervento nella guerra di liberazione, si parla spesso di familismo morale, per sottolineare come l’azione delle donne, dove presente, fosse orientata soprattutto per sostenere i partigiani di famiglia, i mariti e i figli. Si perpetua quindi una narrazione storica distorta e carente. La struttura della modulistica evidenzia un chiaro esempio di bias istituzionale: anche quando le donne hanno compiuto le stesse azioni dei loro compagni, il sistema le classifica come deviazione dalla norma. In sintesi: il linguaggio al maschile non è solo una convenzione grammaticale, ma un filtro cognitivo e culturale. È una barriera simbolica che ostacola l’autopercezione delle partigiane e il riconoscimento del loro ruolo storico, rinforzando pregiudizi e distorsioni di genere. Questo produce effetti tangibili nel processo di legittimazione istituzionale e nel modo in cui la memoria collettiva tramanda la storia della Resistenza.

ll libro Donne invisibili di Fabio Montella e Partigiane di Fosca Pizzaroni affrontano entrambi il tema della partecipazione femminile alla Resistenza, ma con approcci e basi documentarie molto differenti. Nel volume di Montella il punto centrale è la ricostruzione capillare della Resistenza femminile nella Bassa modenese. L’autore lavora su centinaia di figure femminili, recuperando nomi, biografie, testimonianze orali, fotografie e documenti locali. Il libro nasce infatti in stretta collaborazione con l’Istituto storico di Modena e con il Centro documentazione donna, due realtà archivistiche molto strutturate. La differenza rispetto al contesto casertano emerge soprattutto sul piano archivistico. A Modena esiste una rete consolidata di archivi della memoria femminile e resistenziale: il Centro documentazione donna conserva migliaia di fascicoli, fotografie, manifesti, testimonianze audiovisive e fondi personali di militanti e partigiane. Questo patrimonio permette a Montella di costruire una narrazione molto dettagliata e fondata su fonti dirette, tanto che nel libro compaiono numerosi casi individuali ricostruiti con precisione. In Partigiane, invece, la prospettiva risente della minore disponibilità di archivi territoriali sistematici nel Mezzogiorno, e in particolare nell’area di Caserta. Qui la documentazione è spesso frammentaria, dispersa o affidata prevalentemente a testimonianze familiari e memorie orali, mentre mancano strutture archivistiche comparabili a quelle modenesi dedicate specificamente alla storia delle donne e dei movimenti femminili. Modena offre una quantità molto maggiore di fonti archivistiche organizzate e consultabili; Caserta presenta invece una memoria resistenziale femminile più difficile da ricostruire per la scarsità e dispersione dei documenti. Il volume di Fabio Montella, grazie a un’indagine rigorosa e sistematica, racconta le vicende di oltre trecento donne e dei molteplici contributi offerti alla lotta contro il nazifascismo mei Comuni della Bassa modenese. La raccolta di testimonianze e fotografie presso privati e la consultazione di molteplici fonti documentali (Archivi provinciali, regionali e nazionali, dall’Istituto Storico di Modena al Fondo Ricompart presso l’Archivio centrale dello Stato di Roma, dal Centro Documentazione Donna di Modena all’ANMIG modenese, Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra), rende questo libro un documento prezioso, rigoroso sul piano storico e ricchissimo nella documentazione. Montella recupera una continuità tra le lotte delle lavoratrici delle fabbriche e delle campagne che si erano presentate già in epoca prefascista, le manifestazioni femminili in difesa della pace e contro l’intervento in guerra del 1914-15 e la mobilitazione dopo l’8 settembre. Ne emerge un quadro storico inedito, costellato da centinaia e centinaia di donne troppo spesso confinate nell’ombra da cui emergono casi sporadici come quello di Gina Borellini, prima modenese eletta in parlamento nel 1948ne poi per le due successive legislature.

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