01 Giu Purgatorio, Tomás Eloy Martínez
di Paola Zoppi
È un vuoto lungo trent’anni ad aver tenuto lontani Emilia e Simón. Il giorno in cui la donna, ormai anziana, riconosce il marito nell’uomo che, seduto a un tavolo del Trudy Tuesday, sta conversando con alcuni colleghi, capisce quanto la sua esistenza sia stata metafora del significato che si attribuisce al Purgatorio: “un’attesa di cui si ignora la fine”. Proprio quando il passato sembra pronto a ritirarsi “senza lasciare tracce, come se la vita fosse sospesa in un presente continuo”, in una confessione fiume, di fronte a Emilia tutto si ripresenta tale e quale.
Simón Cardoso con le stesse sembianze che aveva il giorno in cui scomparve: l’aspetto giovane, la voce cristallina; Emilia Dupuy, appesantita dal tempo e con un’incertezza che ha segnato, con solchi profondi, tutto il suo corpo, ossessionato da immagini che si ripropongono “nello stesso ordine, come se le avessero disposte su un nastro”. Quando tutti avevano cercato di convincerla che suo marito era morto durante il sequestro, la donna aveva disegnato una propria personale mappa, all’interno della quale aveva continuato a cercarlo, ovunque arrivasse una segnalazione Emilia era disposta a partire, “convinta che lui l’aspettasse in una carta geografica”.
È una storia di confine ciò che racconta Tomás Eloy Martínez, una visione che spinge i protagonisti a collocarsi fra due ambiti, disegnati esattamente come in una cartina geografica in cui gli elementi naturali, artificiali, i sentimenti, oltre alle convenzioni, diventano demarcazioni esplicite, “le carte geografiche sono copie imperfette della realtà, una rappresentazione in piano di quelli che in realtà sono volumi, corsi d’acqua in perpetuo movimento”. Da un lato, Emilia spinta al superamento del confine da un amore coltivato nella memoria e dal senso di colpa, la donna racconta di aver percorso in lungo e in largo un’immensa mappa geografica nella speranza di incontrare nuovamente suo marito, inseguendo un fantasma sì, ma anche un’identità inesistente, quella che si rispecchia nel passato e in qualcosa di introvabile, proprio perchè “la vera identità delle persone sono i ricordi”. Proveniente da una famiglia il cui padre è un uomo di potere, che condivide con il regime militare più interessi di ciò che si possa immaginare, che ospita nella propria abitazione incontri con il Presidente della nazione, seppur mossa a volte da un senso critico nei confronti del suo ambiente familiare, finisce, in fondo, per accettare quasi ogni cosa. I due poli di cui è fatta collimano senza mai fondersi.
Se in una cartina geografica si può essere ciò che si vuole, “pianura, foresta amazzonica, città rasa al suolo, isola immaginaria”, sempre di più Emilia si era resa conto che i vuoti potevano corrispondere a quelle “erosioni” e “frane” che avevano fagocitato i suoi anni di vita.
Dall’altro lato del confine, Simón, rimasto giovane per sempre, e che una volta ritrovato in quell’osteria, ogni cosa sembra poter finalmente continuare, in lui il confine diventa sintesi di due mondi, quello passato e quello presente, fermi in un mezzogiorno eterno: “La circonferenza era il tempo, che gira incessantemente, e il punto di contatto con la tangente rappresentava il presente immobile. Il nostro sguardo tende a seguire quello che si muove, se lo fissiamo sul presente per un attimo, ecco che il mezzogiorno diventa eterno”. Simón è e non è, è un desaparecido e per questo “è un’incognita, non ha identità, non è nè vivo nè morto”, come a migliaia in quegli anni, scomparsi e riapparsi, a volte, a distanza di anni con nomi diversi, esistenze diverse, destini diversi.
Purgatorio è il racconto di una diaspora interiore, la migrazione perpetua verso le origini impossibili, il valicamento di un confine che per sempre sancisce l’incredibile fine di un’epoca che sembrava non dovesse finire mai, ma che per contro non ha portato al risollevamento dell’essere umano. Quella frontiera sigla l’impossibilità del ritorno e Martínez questo lo sa bene: “quei trent’anni di separazione corrispondono in qualche modo al vuoto dei trent’anni che ho trascorso fuori dal mio paese, un paese che, al mio ritorno, speravo di ritrovare identico a come l’avevo lasciato”.
In trent’anni le esistenze dei due protagonisti sono mutate irrimediabilmente, esattamente come per l’autore, questo numero, il trenta, rappresenta le radici spezzate. Per questo Simón è il paese che Martínez si lascia alle spalle e che, da lontano, da un lato del confine, osserva e spera di ritrovare immutato, sempre uguale a se stesso, in cui, una volta rientrati ogni cosa potrebbe riprendere il suo corso nonostante il tempo passato. Infatti, Emilia ritrova Simón con le stesse fattezze del giovane sposato trent’anni prima. Eppure la voce profetica di un enigmatico Orson Welles, nel libro dice: “la realtà è un’illusione. Le cose esistono solo quando le vedi, si potrebbe dire che sono i tuoi sensi a creare gli oggetti”.
E Simón non si vede, come anche l’Argentina, sono riprodotti dai ricordi che costruiscono l’identità degli esiliati, “avevamo lottato contro la morte e non accettavamo la sconfitta”. La stessa Emilia, seppur alla ricerca di ciò che non c’è più, un marito sequestrato, torturato e forse ucciso, con addosso tutti i dolori accumulati in quegli anni, è essa stessa l’Argentina lasciata da Martínez e ritrovata anni dopo: trasfigurata, irriconoscibile, mutata a causa delle ferite provocate dagli anni di regime, ma allo stesso tempo sintesi di anni terribili e ideali sacrificati.
Ma “gli esseri umani non sono illusioni, sono storie, memorie”, dice Welles, sono lo spessore di una narrazione fattasi corpo, carne, esperienza e spirito, Tomás Eloy Martínez si addentra in una concatenazione di eventi che esorcizzano gli aspetti umani. Ridisegna e crea, esattamente come avveniva nelle vecchie cartine geografiche, mondi, volumi, dimensioni e personaggi “là dove non c’era niente”.
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