Prima del Mito: intorno al Pasolini di Giorgio Ghiotti

DI SARA DURANTINI

Quando si entra nella vita di un’altra persona attraverso la scrittura, il passo si fa esitante, il terreno su cui si cammina non è del tutto nostro, ma nemmeno completamente estraneo, ed è una forma di incertezza, quella che si viene a creare in questi spazi circoscritti dalla nuda carta bianca, che richiama qualcosa che ha a che fare con l’attenzione di Simone Weil, con quel modo di accostarsi al mondo come a un suolo sacro, dove il proprio giudizio viene sospeso per lasciare spazio all’altro, riconoscendo che ogni esistenza è un territorio straniero in cui si può entrare solo dopo essersi spogliati del proprio io, qualcosa che, in fondo, sembra risuonare anche nella scrittura di Annie Ernaux quando attraversa le vite che le sono state intime senza mai appropriarsene del tutto, lasciando che la distanza resti visibile.
È in questo spazio che Giorgio Ghiotti sceglie di abitare in L’avvenire. Pier Paolo prima di Pasolini (Carabba, 2025), in un tempo ancora non compiuto, in cui il nome dello scrittore, regista e sceneggiatore romano non coincide con la figura, in cui Pasolini non è ancora Pasolini ma un corpo in (tras)formazione, che cerca la propria risonanza nel mondo.

Raccontare il prima significa sottrarsi alla tentazione della leggenda, sospendere la forza gravitazionale di ciò che è già stato detto, scritto, interpretato, e restituire invece una materia più fragile, intermittente, fatta di tutte quelle possibilità non ancora realizzate. Ghiotti si muove dentro questa materia con una scrittura che conosce la misura e la delicatezza, lasciando emergere una figura di Pasolini attraversata dall’incertezza, esposta a una tensione che non ha ancora trovato una forma definitiva. Dentro questa scelta (puramente narrativa o mossa da una necessità che non si lascia nominare fino in fondo?) si apre una domanda più ampia, che non riguarda soltanto l’oggetto del libro ma il gesto stesso che lo genera. Tornare a Pasolini, oggi, significa, inevitabilmente, confrontarsi con una presenza già stratificata, sedimentata in una molteplicità di sguardi che ne hanno fatto un punto di riferimento, l’icona, il Mito (e proprio con la maiuscola). Entrare nel suo “prima” implica allora una responsabilità ulteriore: quella di trovare un varco reale, una necessità che giustifichi il ritorno.

La scrittura di Ghiotti, fedele a sé stessa, riconoscibile nel suo andamento controllato, nella capacità di lavorare per sottrazione, di lasciare che siano i dettagli a costruire l’atmosfera della Roma periferica, delle borgate vissute da Pasolini, del mare di Sabaudia dove perdersi tra le dune era più facile che ritrovarsi, ci restituisce una narrazione lineare, un libro che è esercizio di prossimità, tentativo di avvicinarsi al Mito senza l’arroganza di scavalcarlo. Quello che rimane è una sensazione di sospensione, come se il libro si mantenesse volutamente in una zona intermedia, evitando sia la densità critica sia l’abbandono narrativo, scegliendo una via che è coerente con la scrittura dell’autore ma che, allo stesso tempo, apre un’interrogazione più ampia sul senso di questo avvicinamento. Non si tratta di una mancanza nel senso più semplice del termine, quanto piuttosto di una distanza che rimane, di un nesso che non si esplicita fino in fondo e che lascia il lettore in una condizione di ascolto. Affiora, nuovamente, l’interrogativo che sembra attraversare tutto il libro: quale necessità ci spinge, ancora, a tornare su alcune figure mitiche (e talvolta archetipiche), e quale forma può assumere oggi questo ritorno senza trasformarsi in ripetizione?

L’avvenire, che privilegia l’intimità rispetto alla ricostruzione sistematica, che lascia che il ritratto emerga per accumulo di percezioni, si offre come spazio di interrogazione dentro una riflessione più ampia sul rapporto tra scrittura e memoria, tra biografia e immaginazione, tra ciò che è stato e ciò che continua a cercare un modo per essere raccontato.

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