07 Mag L’arte di Tonia Erbino e la passione del rammendo
di Ivana Margarese

Tonia Erbino nasce a New York ma si trasferisce a Napoli già da bambina, dove frequenta l’Accademia di Belle Arti. La sua è un’arte dell’attesa: le figure sembrano sospese in fotogrammi immobili, come attori su una scena teatrale abbandonata in attesa di un risveglio o di una parola che non arriva. In questa immobilità, i soggetti non “agiscono”, ma offrono allo spettatore un interrogativo silenzioso. Raccontano le attese, le disillusioni, i fili invisibili che ci connettono gli uni agli altri. È una sospensione che richiama la “passione del rammendo” cara alla scrittura di Luce d’Eramo: un bisogno etico di riparare il possibile, di sottrarre l’umano all’oblio della folla per restituirlo alla dignità sacra dell’incontro tra l’“io” e l’“altro”. Questa tensione verso ciò che è infranto evoca inevitabilmente l’Angelus Novus di Paul Klee e la celebre esegesi di Walter Benjamin:
C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. […] Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che non può chiuderle.”
Nelle tele di Erbino, tuttavia, quella tempesta sembra placarsi, trasformandosi in una forma di resistenza. Se l’angelo di Benjamin resta impotente davanti alla catastrofe, l’artista dipinge per raccogliere “tutte le voci di un evento che ci ha lasciati”, offrendo loro rifugio sulla tela. Protagonista del suo lavoro è il soffio del tempo: uno spazio liminale in cui le figure vivono tra visibile e invisibile, tra ciò che è stato e ciò che non è ancora manifesto. Erbino ricompone con dolcezza ciò che si è spezzato o interrotto — il non ancora dell’adolescenza, i gesti impercettibili, gli incroci sospesi — trasformando la catastrofe della storia in un atto di attenzione.

Ivana: Tonia, vorrei partire da Napoli. Tu nasci a New York, ma è in questa città che la tua visione si è radicata. Ti parlo da Palermo, una città che condivide con la tua una “densità dell’invisibile”, eppure a Napoli avverto qualcosa di unico: un riso che si muta improvvisamente in smorfia, o forse il contrario — un contrasto che qui non percepisco così acuto. In che modo questa storia stratificata, dolorosa, oscillante tra farsa e tragedia, ha formato il tuo sguardo e la sospensione delle tue figure?
Tonia Erbino: Napoli per me non è mai stata soltanto un luogo, ma una condizione dello sguardo. È una città in cui la realtà non si presenta mai in modo lineare: ogni cosa porta con sé il suo doppio, la sua ombra, la possibilità di un rovesciamento. Il riso contiene il lutto, la smorfia può diventare una forma di resistenza, e la teatralità non è mai semplice superficie, ma linguaggio di sopravvivenza. Questo ha inciso profondamente sul mio lavoro. Le mie figure nascono in quella soglia instabile in cui non è chiaro se stiano apparendo o scomparendo, se siano presenze o memorie. Napoli mi ha insegnato a diffidare delle immagini pacificate e delle identità solide: l’essere umano è stratificato, contraddittorio, attraversato da forze opposte. La sua storia dolorosa, e insieme la capacità di trasformare il trauma in rito o in ironia, hanno formato il mio modo di guardare. La sospensione, nelle mie figure, non è assenza: è il luogo in cui il visibile lascia filtrare ciò che normalmente non sappiamo nominare.
Ivana: Quali figure — maestri reali o ideali — sono state generative nella tua formazione? E, citando Virginia Woolf, quanto ha contato per te la conquista di una “stanza tutta per sé”, sia come spazio fisico che mentale, in cui custodire il tuo “soggetto imprevisto”?
Tonia Erbino: La formazione di un’artista avviene sempre in dialogo, anche quando sembra solitaria. Ci sono maestri che scegliamo e altri che ci scelgono, che ci accompagnano nel tempo come presenze carsiche. Per me sono stati importanti tutti coloro che hanno saputo tenere insieme fragilità e rigore, visione e disciplina. Più che un pantheon, penso a una costellazione: artisti, scrittori, immagini e incontri che hanno lasciato tracce nel mio modo di sentire. Mi attraggono le ricerche in cui il corpo non è solo rappresentato ma interrogato come luogo di memoria, ferita e metamorfosi.
La “stanza tutta per sé” è stata fondamentale, ma non solo come studio. È, prima di tutto, una conquista interiore: il diritto di sottrarsi al rumore, alle aspettative e ai linguaggi convenzionali. È lo spazio in cui il lavoro resta vulnerabile abbastanza da trovare la propria necessità. Senza quella stanza mentale, si rischia di produrre immagini già addomesticate. Ho sempre cercato di difendere invece una zona incerta, imprevedibile, in cui il lavoro possa ancora sorprendermi. È lì che nasce, credo, il “soggetto imprevisto”: non dal controllo assoluto, ma da un ascolto profondo.
Ivana: Ti ritrovi nella “passione del rammendo” che ho evocato per parlare della tua arte?
Tonia Erbino: Moltissimo. Mi riconosco in quell’idea, purché il rammendo non sia inteso come restaurazione o come desiderio di armonia. Il rammendo che sento vicino è un gesto consapevole della ferita, che non la cancella ma la attraversa. È un atto di cura, ma anche di verità. Nel lavoro pittorico — e più in generale nel fare immagine — mi interessa mettere in relazione frammenti, memorie, lacune, senza fingere una totalità risolta. Rammendare significa accettare la perdita e, nonostante ciò, non rinunciare a una forma possibile. È insieme atto etico ed estetico: una pratica di attenzione verso ciò che è vulnerabile o marginale. Le mie figure portano spesso questa tensione: non sono mai integre nel senso classico, ma neppure dissolte. Stanno in un punto di equilibrio precario, dove la fragilità diventa presenza. Se c’è una “passione del rammendo” nel mio lavoro, è questa ostinazione nel cercare continuità dentro la frattura, senza negarla.

Ivana: Ci sono eventi che hanno mutato il tuo modo di guardare e a cosa stai lavorando oggi, in tempi così difficili per la creazione?
Tonia Erbino: Lo sguardo cambia continuamente, spesso in modo impercettibile. Ma ci sono momenti in cui la trasformazione diventa irreversibile: esperienze personali, perdite, fratture collettive che modificano non solo ciò che vediamo, ma il modo stesso in cui abitiamo il tempo. Negli ultimi anni credo sia diventato impossibile non percepire una maggiore vulnerabilità del mondo. Questo ha inciso sul mio lavoro, rendendolo più essenziale, più attento alle soglie, alle assenze, alle minime forme di resistenza. Mi interessa ciò che rimane quando tutto il resto si dissolve: una tensione, un volto, una materia che trattiene memoria.
Il tempo creativo oggi è continuamente messo alla prova, frammentato da una richiesta di immediatezza che è l’opposto della profondità. Per questo difendo una lentezza attiva, una disciplina dell’ascolto. Sto lavorando a nuovi cicli pittorici in cui il corpo e la figura restano centrali, ma forse in una forma più spirituale, prossima all’essenza. Desidero che ogni mostra non sia solo una presentazione di opere, ma un dispositivo di relazione, uno spazio in cui le immagini creino risonanza con il luogo e con chi le attraversa. Oggi mi interessa meno aggiungere immagini al rumore del mondo e più creare pause dense, spazi di attenzione, varchi percettivi.
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