30 Apr Oltre il desiderio. Su Dry Season di Melissa Febos
DI SARA DURANTINI
Torino, distesa oltre il Po, era avvolta dalla foschia mattutina tipica delle città del nord Italia, qualcosa che apparteneva alla mia infanzia e che avevo dimenticato negli anni, perché la distanza geografica, talvolta, finisce per diventare anche distanza memoriale. Arrivai verso mezzogiorno, la persona che doveva venire a prendermi alla stazione era perfettamente in orario. Mi avevano prenotato un albergo nel quartiere Vanchiglia. “È una zona vivace, piena di locali”, mi aveva scritto AU, mantovana d’origine e un percorso universitario a Parma al mio fianco prima di approdare nella capitale sabauda.
Dopo essermi sistemata in stanza, superato l’impasse alla reception (ho un ricordo vivido del ragazzo dietro al bancone, per via di quello che avevo giudicato un insolito berretto scozzese), che non riusciva a ricondurre il mio nome alla prenotazione poiché era stata fatta a nome del festival che mi ospitava, decisi di esplorare il quartiere, dal momento che mancavano ancora diverse ore prima del mio incontro. Le librerie e i caffè sono, quasi sempre, i primi luoghi d’ancoraggio che mi accompagnano durante le mie, seppur brevi, permanenze nelle città in cui mi reco per presentazioni o convegni, e ad ogni ritorno tendo a tornare in quegli stessi luoghi, come se appartenessero a una geografia soltanto mia. È in una delle librerie di questo quartiere, a poche centinaia di metri dal posto in cui si stava svolgendo da tre giorni il Festival, che venni attirata da Questa mia carne. Scrivere di sé come atto radicale di Melissa Febos. In quarta di copertina: “La manifestazione pubblica della storia personale dell’autore, come qualsiasi monumento, può avere una carica politica. Una carica spirituale. È prova non solo del fatto che siamo sopravvissuti, che sopravvivere a certe esperienze è possibile, ma anche del fatto che possiamo integrarle nella nostra vita in modi che ci conferiscono potere, che ci rendono più resilienti e saggi e connessi – a noi stessi, a chi è come noi, e a ogni genere di potere superiore”.
Come avevo fatto a sopravvivere fino a quel giorno senza conoscere Melissa Febos? Iniziai a leggere il libro la sera stessa, nonostante la stanchezza del viaggio e le ore trascorse a parlare, quasi ininterrottamente, di Annie Ernaux. Lì dentro, tra quelle pagine, c’era qualcosa che avevo riconosciuto all’istante: la passione di chi scrive per urgenza, il dolore e la crescita e la riflessione di una donna che non teme di guardare “il proprio ombelico” (Lode al guardarsi l’ombelico è il titolo del primo capitolo), la forza di chi crede nella scrittura autobiografica e, soprattutto, la capacità di trasformarla in letteratura, perché tra una scrittura che cura e una scrittura che diventa forma c’è uno scarto preciso, che ha a che fare con il linguaggio, con la struttura, con la consapevolezza (Annie Ernaux docet).
Terminai la lettura il giorno dopo, in treno. E una volta a casa lo rilessi. E poi lo rilessi ancora, e lo sottolineai, feci le orecchie alle pagine (sì, lo so che qualcuno potrebbe trasalire leggendo di come vivo i libri ma è proprio così, ho bisogno di viverli, di sentire che dentro c’è la vita di chi li ha scritti che si sta espandendo e sta abbracciando la mia e la nostra, un dedalo di esistenze con tutto il loro carico emotivo e psichico) e dopo averlo vissuto abbastanza, dopo essermi tuffata più e più volte tra le sue pagine, in questo libro in cui la scrittura si fa lama che attraversa il corpo (di nuovo risuonano le parole di Annie Ernaux) trasformando la materia che resta in una forma capace di tenere insieme esposizione e pensiero, memoria e metamorfosi, ho iniziato a portarlo nei miei corsi di scrittura perché se c’è un merito che ha questo libro non è quello di imporsi come manuale di scrittura ma come luogo metafisico che offre a chi lo legge la possibilità di riconoscersi in ciò che si è stati e in ciò che, ancora, si può diventare.
Era chiaro che dopo Questa mia carne avrei continuato ad affondare nella scrittura di Melissa Febos. E l’occasione si era presentata con Girlhood. In un corpo di ragazza e, di recente, con Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso. Mi soffermo su Dry Season principalmente per una prossimità temporale (la recente traduzione italiana, ancora una volta affidata a Federica Principi, per Nottetempo) anche se so che tornerò su Girlhood, perché questi tre libri viaggiano insieme, dialogano tra loro, rappresentano le tappe del percorso interiore di conoscenza del sé condotto dalla stessa Melissa Febos. Non dirò cosa le ho scritto subito dopo aver chiuso Dry Season, ancora caldo delle mie mani che lo hanno, come si può immaginare, sfogliato, sottolineato, annotato. Dirò soltanto che è un libro destinato a restare nella mia biblioteca domestica, in quel granaio, come scriveva Marguerite Yourcenar, in cui custodirò le “riserve contro l’inverno dello spirito”.
Dry Season mi ha catapultata tra le braccia di quel corpo “metà falena, metà fiamma”. Ho conosciuto quel “gioioso bruciare”, la fame e l’abbandono, quella tensione continua tra desiderio dell’altro e perdita di sé, tra attrazione e consumazione, il corpo come luogo di rivelazione e di dispersione, qualcosa che chiama e nello stesso tempo trattiene. Dry Season prende forma da questa materia e, tra le sue pagine, l’autrice sceglie di abitare proprio questo punto di esposizione, di restare dentro l’intensità per scavare fino alla radice del proprio gesto, un intento che si dichiara fin dal titolo: un anno di piacere senza sesso. Il perché si dispiega agli occhi di chi legge. È una scelta che nasce dalla saturazione di infinite relazioni e storie inanellate una dopo l’altra, nelle quali il desiderio ha occupato uno spazio centrale fino a coincidere con una forma di dipendenza, con una modalità di stare al mondo che cerca nell’altro uno specchio continuo, uno sguardo capace di restituire conferme e visibilità. Pagina dopo pagina, sono entrata o, meglio, mi sono inabissata nella sua storia biografica segnata, nel tempo, da forme diverse di dipendenza (l’eroina, prima ancora del sesso) che, seppur devastanti, hanno portato al riconoscimento di una stessa traiettoria, la ricerca ostinata di intensità e di amore, e non è un caso che Febos scriva: “avevo eletto la ricerca dell’amore a snodo centrale della mia scrittura”, rendendo esplicito ciò che nel libro si dispiega come necessità prima ancora che come scelta narrativa.
Dry Season si configura come una pratica, una disciplina che richiama le esperienze delle beghine, delle mistiche medievali, quelle comunità femminili che facevano del ritiro e della sottrazione una forma di conoscenza e di trasformazione, e che Melissa Febos evoca non come modello da imitare, ma come possibilità di pensare il desiderio fuori dalla sua immediatezza, dentro un tempo più lungo. Le pagine, allora, si illuminano, come spesso accade nei suoi libri, aprendosi a una dimensione di ricerca che intreccia l’esperienza personale con riferimenti teorici, letture, approfondimenti che ampliano il campo della riflessione: Simone Weil, Virginia Woolf, Colette (raccontata come una delle madri putative di una giovane e ancora inesperta Melissa Febos) Marguerite Duras, Emily Dickinson, Nan Goldin, Saffo, Susan Sontag, Adrienne Rich. Nomi che compongono una costellazione femminile capace di sostenere e rilanciare il discorso, impedendo al testo di chiudersi su sé stesso. Ne emerge una forma che sfugge alle definizioni più immediate: non soltanto memoir, non del tutto saggio, non romanzo, non autofiction, ma uno spazio ibrido in cui la scrittura diventa indagine, luogo in cui l’esperienza viene interrogata, messa alla prova, restituita nella sua complessità.
In questo processo, che tende verso una progressiva riappropriazione del sé, ciò che cambia non è soltanto il rapporto con il desiderio, ma la possibilità stessa di stare nel mondo senza affidarsi continuamente allo sguardo dell’altro, costruendo, così, uno spazio intimo e personale in cui il corpo, il proprio corpo, può essere abitato in modo più consapevole, più prossimo a una forma di verità che non ha bisogno di essere riflessa per esistere.
C’è sempre qualcosa nei libri di Melissa Febos, potrei definirlo un movimento, una continua oscillazione dall’io al noi, da lei che scrive a noi che leggiamo, un movimento che tende a quella forma di verità a cui la scrittura di Annie Ernaux ci ha abituati, quella capacità di restare aderenti alla propria esperienza senza cercare giustificazioni, senza addolcire o deviare, lasciando che sia la vita stessa, nella sua materia più esposta, a trovare la propria forma. Verità, certo, ma anche fede. E qui, tra queste pagine, forse in modo più intenso rispetto a Questa mia carne e Girlhood, vedo, sento, quasi arrivo a toccare questa fede; fede a ciò che si è, a ciò che si attraversa, a ciò che si scopre quando si smette di cercarsi nello sguardo dell’altro, fede che accompagna la propria persona verso diverse possibilità di esistenza che si costruiscono nel tempo, nel corpo e nella scrittura.
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