Joanna degli incanti di Simona Lo Iacono

di Elisabetta Imperato

 

Dopo Verdimura, Simona Lo Iacono torna al romanzo storico ambientato nella sua Sicilia, ricostruendo la vita di Joanna De Austa, monaca carmelitana rinchiusa in una prigione dell’Inquisizione senza sapere il motivo della sua reclusione. Al di là della storia, che non vogliamo riassumere per non precludere al lettore l’incanto della lettura, l’aspetto di maggiore interesse risiede nella sapiente costruzione del romanzo e nella qualità della lingua che si fa materia viva e supera continuamente il suo limite semantico per farsi pura evocazione. La narrazione procede come un’onda: tra il presente che la vede nella prigione del Sant’Uffizio, (dal primo giorno datato 10 novembre 1640) e il passato.  La protagonista divide la cella con uno sconosciuto taciturno dal volto coperto che non rivela niente di sé ma chiede a Joanna di raccontare la sua storia. Comincia così, giorno dopo giorno, ad emergere il passato della monaca, a beneficio del compagno di cella e di noi lettori, in un ascolto-lettura intermittente, scandito dai giorni di prigionia, dal primo al trentatreesimo. La scrittura di Simona Lo Iacono qui si distingue proprio per questa struttura ondulatoria: il presente della cella, chiuso, opaco, sospeso, rappresenta il punto di emersione, mentre il passato viene portato sulla riva della pagina come una risacca che trascina con sé frammenti di vita e detriti sommersi. Questa alternanza è costruita con grande sapienza. Il presente è fatto di buio, di attesa e di ignoranza, quindi di privazione di senso, mentre il passato illumina gradualmente la storia che si dispiega nel racconto. Non è un recupero lineare della memoria ma un riaffiorare di stralci che soltanto alla fine troveranno la propria ragione d’essere. La figura dell’interlocutore per tutto il tempo rimane in ombra e il mistero della sua silenziosa presenza amplifica questo movimento ondulatorio: da un lato sembra dare una direzione alla storia, dall’altro la rende instabile perché col suo silenzio non offre appigli certi per giustificare il rapporto che via via si intreccia tra i due prigionieri. È come se ogni ritorno al passato, attraverso le parole della donna, fosse un tentativo di dare ragione di ciò che nel presente ne è privo. Il passato, dunque, non è mai alle spalle ma si dispiega nei giorni di prigionia e ogni passaggio modifica le aspettative del lettore; ogni nuova narrazione aggiunge senso ma al tempo stesso lo sposta, immergendoci in una storia avvincente. In un tempo frantumato tra passato e presente, la verità si dispiega per accumulo (proprio come la risacca fa con i detriti marini) e l’identità di Joanna emerge lentamente, come restituita dal mare. Raccontare diventa un atto di resistenza, come la semina, un modo per non dissolversi nel vuoto. La memoria è una forma estrema di sopravvivenza.

Il tema della cecità e la metafora del seme sono immagini centrali del romanzo. La prima non è affatto una privazione fisica ma diventa un canale d’accesso a una forma più piena di conoscenza, capace di cogliere l’essenza delle cose; Privati della vista, il falchetto e Nucidda e i ciechi assunti nella cartiera che diventerà poi casa editrice, sviluppano una percezione più profonda del mondo, affinando col tatto gli altri sensi. E suoni, odori e vibrazioni diventano strumenti privilegiati di comprensione. La cecità permette l’accesso a una dimensione ulteriore, viene ribaltato così il concetto di limite e ciò che sembra una mancanza si trasforma in una risorsa. Il seme è un’altra immagine potente del romanzo che richiama potenzialità nascoste e capacità latenti. È il miracolo della trasformazione: il seme deve essere sepolto nel buio della terra per germogliare, un parallelo con la cecità che immerge in un buio che si traduce in luce. Ciò che resta invisibile custodisce il senso più autentico della vita, e racchiude una forza generativa inarrestabile. Le due metafore, in tal modo, si rafforzano a vicenda. Ogni perdita nel romanzo si trasforma in occasione di crescita. Lo scarto tra il passato narrato e il presente vissuto si dipana attraverso la differenza dei tempi verbali: in cella Joanna si rivolge al suo interlocutore con il tu e con l’indicativo presente, nelle ricostruzioni della storia i tempi vengono declinati al passato. La Jacono non racconta soltanto, attraverso la voce di Joanna fa esperienza del tempo, lo imita nel suo moto ondoso dove luce e buio, emersione e sommersione si alternano in una storia bellissima. C’è in queste pagine un amore profondamente lirico per il linguaggio “che dirime, attraversa, condanna”; ogni frase sembra cesellata con cura artigianale e materica, fatta di semine e di attese, di notti che azzerano ogni differenza tra ciechi e vedenti, di un diverso modo di vedere che nulla ha che fare con gli occhi, delle privazioni come atti di forza, della capacità di sentire il dolore degli altri. Dagli insegnamenti dello zio Vescovo emerge un manuale attualissimo di pedagogia: “diventa maestra-dice a Joanna- ma senza dimenticare mai di restare un’allieva.” E ancora: “Se sarai tutto potrai anche essere niente” Impariamo a conoscere lo zio attraverso la nipote e viceversa e ci colpisce in un vescovo di quei tempi la tenerezza, la profonda intelligenza congiunta all’umiltà, la sua pietà “verso le cose profughe, dimenticate”.

Leggendo il romanzo, come anticipato, impariamo a conoscere la storia di Joanna, dall’infanzia alla maturità, incontriamo personaggi che sembrano vivi, un piccolo falco pellegrino compagno di giochi, Nucidda, la bambina cieca, apprendiamo l’amore della protagonista per i libri e per ogni tipo di sementi, del poco che confluisce nel molto, della gioia che coesiste col dolore, del chiudere gli occhi per vedere. Tutto converge nella coincidentia oppositorum e nell’identità degli opposti. Della semina la scrittrice ha la stessa pazienza con cui Joanna ha cura dei suoi semi: la gestazione del romanzo è fatta con l’identica cura. Dall’ indagine attenta, frutto di una intensa ricerca storico- archivistica, ritrova la luce una storia di una donna che merita di essere raccontata. Come per la precedente Virdimura, la vita di Joanna De Austa risorge e si fa romanzo. A Joanna vengono restituiti la voce e il suo sguardo sul mondo. Un elemento distintivo della scrittura dell’autrice è proprio l’attenzione verso l’universo femminile, il recupero di storie di donne fuori dall’ordinario, spesso giudicate, escluse o silenziate, che ritrovano nella scrittura la loro complessità, tra forza e fragilità, autenticità e potenza.

Joanna che cercava di richiamare in vita i morti attraverso i semi, imparerà che la vera semina utile allo scopo è la scrittura dei libri, i soli capaci di resuscitare i morti.

Laddove i dati storici vengono incastonati nel romanzo (la storia di Giuseppe Cumia, primo tipografo catanese, la figura di Simone de Wobreck, pittore fiammingo del XVI secolo, attivo in Sicilia per oltre trent’anni, l’intagliapietre Petru Fudduni, poeta popolare, la ripresa dei verbali del processo ereticale a carico di Joanna del 1640 fino alla sentenza finale), non si tratta mai di una fredda ricostruzione ma di una narrazione lirica di profondo impatto emotivo. Quando finalmente Joanna realizzerà il sogno di dare vita a una casa editrice, avrà cura per la realizzazione delle copertine, porte d’ingresso di ogni storia, per le immagini e i colori dei libri. È un gesto letterario nobile, quello della scrittrice siciliana, un tributo d’amore per le donne della sua terra, che unisce conoscenza e immaginazione, storia e poesia, dando nuova vita a ciò che rischiava di restare nell’ombra. Ed emerge con forza, pagina dopo pagina, l’amore per le parole che salvano. Solo i libri assicurano la resurrezione dei morti.

“I nostri libri profumavano di bosco, di braci, di latte. Mescolavano le parole alle cose della vita, alle suppellettili, alle pentole, ai piatti. Erano più che viventi. Erano vedenti”. E ancora, in un altro passo del romanzo: “Così si cresce. Sostituendo le mappe, disorientandoci ad ogni passo, percorrendoci al contrario”. È questo il dono prezioso della vita come della scrittura. E in questa affermazione è riposta la principale chiave d’accesso alla incantevole logica compositiva del romanzo.

No Comments

Post A Comment