16 Apr Da Annie Ernaux a Michele Mari: il fototesto autobiografico nel saggio di Roberta Coglitore
DI SARA DURANTINI
Se un tempo bastava affidarsi alle parole per dare forma alla propria memoria e alla propria storia, oggi raccontarsi significa anche cercarsi altrove, oltre la scrittura. Negli interstizi della letteratura contemporanea, recentemente segnata da contaminazioni tra linguaggi e media, ha preso sempre più forza e spazio il fototesto autobiografico come forma espressiva capace di ridefinire la narrazione del sé. Già oggetto di sperimentazione, in forme diverse e non ancora pienamente codificate, da parte, ad esempio, di André Breton, Virginia Woolf e più tardi Lalla Romano, per i quali l’intreccio tra parola e immagine aveva rappresentato una possibilità di espansione del racconto, una zona liminare e in cui la scrittura poteva accogliere ciò che sfuggiva alla linearità del linguaggio, oggi quella sperimentazione si sta consolidando in una pratica consapevole e diffusa, che trova nel dialogo tra testo e fotografia una delle sue forme più compiute. A indagarne la natura e le potenzialità è il recente saggio di Roberta Coglitore, Il fototesto autobiografico. Narrazione ed esperienza del sé in Annie Ernaux e Michele Mari (Carocci, 2025), che propone una riflessione articolata su un fenomeno destinato a ridefinire il modo in cui pensiamo la narrazione del sé, una riflessione che trova una concreta applicazione nell’analisi delle opere di due autori emblematici della contemporaneità, Annie Ernaux e Michele Mari. In modi diversi, entrambi utilizzano il fototesto per mettere in discussione i confini tra memoria individuale e storia collettiva.
Come ha osservato Coglitore, nel corso del Novecento, la letteratura ha progressivamente sentito il bisogno di uscire dai propri confini, intrecciandosi con altri linguaggi. Tra questi, la fotografia si è rivelata uno degli strumenti più incisivi per dire ciò che le parole, da sole, non riescono più a restituire. Da questa progressiva contaminazione è emerso il fototesto autobiografico, forma ibrida in cui testo e immagine convivono in un equilibrio instabile, dando vita a un “dispositivo doppio”. Non si tratta semplicemente di aggiungere fotografie a un racconto, ma di costruire una narrazione che esiste nell’interazione tra i due linguaggi, creando un continuo movimento tra ciò che si legge e ciò che si guarda. Questa doppiezza investe direttamente il soggetto: l’io che racconta e il sé che viene rappresentato non coincidono più pienamente. La fotografia introduce uno scarto, un punto di vista altro, che mette in crisi l’idea di un’identità lineare e coerente. Il risultato è una rappresentazione frammentata, stratificata, spesso contraddittoria, ma, proprio per questo, più vicina alla nostra esperienza contemporanea. Coglitore insiste su un punto focale: il fototesto non è solo un oggetto da interpretare, ma un’esperienza da attraversare. Il lettore diventa anche osservatore, costretto a spostarsi tra parole e immagini, a rallentare, a tornare indietro, a (ri)costruire connessioni. Ecco che ritorna quel movimento di cui sopra, un vero spostamento che coinvolge lo sguardo e il corpo oltre che la mente.
In questa prospettiva, anche il libro cambia natura. Non è più soltanto un contenitore di storie, ma un dispositivo materiale: formato, impaginazione, ritmo visivo diventano elementi essenziali della narrazione. La disposizione delle immagini, la loro quantità, la loro relazione con il testo producono significato tanto quanto le parole stesse. Dietro questa trasformazione formale si intravede però una questione più ampia che riguarda il successo delle forme ibride strettamente legato a un mutamento storico nella concezione del sé. Se l’autobiografia classica mirava a ricostruire un’identità unitaria, oggi il soggetto appare come un insieme di relazioni in continua ridefinizione (una prospettiva che riecheggia anche nelle più recenti riflessioni sulla scrittura del sé, e qui penso alla lezione di Melissa Febos). Il fototesto autobiografico, con la sua natura intermediale, si impone, così, non solo come una sperimentazione estetica, ma come una risposta necessaria alle forme contemporanee dell’esperienza e dell’identità.
In questo intreccio tra identità, memoria e rappresentazione il lavoro di Roberta Coglitore trova una prima e significativa verifica nell’opera di Annie Ernaux. Nel percorso teorico tracciato da Coglitore, la scrittrice e Premio Nobel francese occupa infatti una posizione centrale e paradigmatica. Ernaux rappresenta uno dei casi più significativi di sperimentazione del fototesto autobiografico nella letteratura contemporanea, non tanto per l’uso quantitativo della fotografia, quanto per il modo in cui essa viene integrata nella costruzione del sé. Nei suoi testi, la fotografia diventa uno strumento di conoscenza, capace di attivare la memoria e di incrinare la linearità del racconto autobiografico. Opere come Gli anni segnano, in questo senso, un punto di svolta: il racconto della vita individuale si intreccia con la storia collettiva, mentre le immagini (evocate) contribuiscono a costruire una memoria condivisa, impersonale e stratificata. In questo libro, in particolare, Ernaux adotta quella che Coglitore definisce una prospettiva “bifocale”: il soggetto autobiografico non è più un io stabile, ma una figura che emerge attraverso una pluralità di sguardi. La sua identità non è mai data una volta per tutte, ma prende forma attraverso un continuo processo di selezione, montaggio e interpretazione. Una dinamica analoga attraversa anche L’altra figlia, dove la dimensione fotografica si intreccia con quella del lutto e della memoria familiare. Qui la fotografia assume un valore quasi “fantasmatico”: ciò che viene mostrato conta quanto ciò che resta invisibile. Il fototesto mette così in scena una tensione costante tra presenza e assenza, tra documento e perdita. Questa riflessione si approfondisce ulteriormente in Retour à Yvetot, dove il ritorno ai luoghi dell’infanzia diventa anche un ritorno attraverso le immagini. La fotografia diventa, pertanto, il dispositivo che riattiva lo spazio e lo trasforma in esperienza. E così, ciò che si guarda non coincide mai pienamente con ciò che è stato, ma si ricompone nella distanza tra memoria e visione e il luogo, come il sé, emerge come costruzione instabile, attraversata da stratificazioni temporali e affettive. Il lavoro di Annie Ernaux mette in crisi l’idea di un’identità coerente e unitaria, proponendo invece una soggettività distribuita, collettiva e storicamente situata. Il fototesto, in questa prospettiva, diventa proprio il dispositivo capace di restituire la complessità del sé contemporaneo, sospeso tra memoria individuale e storia sociale.

Seguendo il percorso tracciato da Roberta Coglitore, dal lavoro di Ernaux si arriva ai fototesti di Michele Mari che si configurano come uno spazio in cui autobiografia, immaginazione e archivio personale si intrecciano in modo inestricabile. Qui la fotografia non serve a stabilizzare il racconto, ma, al contrario, lo espone continuamente al rischio della deformazione. È soprattutto in Leggenda privata che questa dinamica emerge con maggiore evidenza. Le immagini, spesso provenienti dall’archivio familiare, sembrerebbero offrire un ancoraggio documentario alla narrazione. Eppure, nel loro dialogo con il testo, finiscono per produrre l’effetto opposto: non certificano il reale, ma lo destabilizzano, trasformando la memoria in materia narrativa. Il passato non viene ricostruito, ma continuamente riscritto, attraversato da proiezioni, paure, fantasmi. Coglitore insiste sulla relazione, nel fototesto di Michele Mari, tra parola e immagine, una relazione mai pacificata. Le fotografie non accompagnano il racconto, ma lo interrompono, lo contraddicono, talvolta lo eccedono. È in questo attrito che prende forma un io ipertrofico, costruito per accumulo più che per linearità. Una tensione analoga attraversa anche il progetto di Asterusher, dove il dispositivo fototestuale si radicalizza ulteriormente. Qui il sé emerge come un archivio ossessivo di oggetti, immagini, riferimenti culturali, in cui la distinzione tra autobiografia e finzione si fa sempre più incerta. Non c’è un centro stabile, ma una costellazione di frammenti che il lettore è chiamato a ricomporre. È uno spazio di sperimentazione estrema quello creato da Mari, in cui l’identità non viene raccontata ma continuamente messa in scena.

Tra le analisi e le riflessioni proposte nel saggio, c’è un punto su cui non solo mi sento in sintonia, ma che intercetta alcune delle mie più profonde convinzioni: “a quale verità tendono queste narrazioni? Di quale identità si racconta? Quali forme di resistenza vengono messe in campo? Cosa svelano e cosa nascondono le fotografie?”. È qui che il fototesto autobiografico si apre non solo al racconto, ma all’esposizione dei corpi. Li mostra, li trattiene, li trasforma in immagini, ma nello stesso tempo ne segnala l’opacità, la resistenza a ogni tentativo di traduzione in parole. La fotografia, che sembra offrire una prova del reale, diventa anche ciò che interrompe il racconto e ne rivela i limiti. “Una strada che le recenti autobiografie iniziano a prendere in seria considerazione”, si legge, seguendo l’osservazione di Roberta Coglitore, “è la storia dei corpi, dei soggetti che si raccontano, e che le fotografie ostentano ma che nello stesso tempo ostacolano, come resistenza alla narrazione dell’anima, del carattere, della personalità, degli episodi cronologicamente rilevanti di una vita”. In molte autobiografie contemporanee è proprio il corpo a emergere come nuova frontiera del racconto di sé, una linea che arriva a immaginare la scrittura come un modo per “scrivere il corpo”, fino a chi fa della malattia, della violenza o della vulnerabilità fisica il punto di partenza della propria narrazione.
Il fototesto autobiografico sembra illuminare un nuovo modo di fare scrittura autobiografica e di lavorare sul sé. A partire dalla storia, e proprio attorno alla storia, chi scrive può confrontarsi con ciò che sfugge a ogni ordine, con un sé che non coincide mai del tutto con ciò che si dice e che, forse, più che nelle parole può manifestarsi nelle tracce che resistono al racconto.
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