I convitati di pietra (e la vertigine della lista)

di Elisabetta Imperato

Il romanzo inizia con una data: il 22 luglio 1975. È il primo anniversario dell’esame di maturità di trenta studenti della III A del liceo Berchet di Milano e in quella occasione, nel corso della cena di classe, viene stipulato un patto “di sangue e denaro”. Ci si sarebbe riuniti ogni anno, nello stesso giorno di luglio, per una cena rituale e con la stessa scansione temporale ciascun componente avrebbe versato una quota su un conto bancario comune, che avrebbe formato un montepremi a beneficio degli ultimi tre compagni rimasti in vita. In questo contesto agonistico, per cui vincere significa vivere più a lungo, si sviluppa la storia corale dei trenta, narrata in terza persona, storia che raggiungerà il 2053 nelle ultime pagine, con un finale a sorpresa.

A una prima lettura risulta fin troppo facile accostare il romanzo a libri come E poi non rimase nessuno di Agatha Christie o a film come Squid Game. Ma nel romanzo di Mari c’è molto di più e c’è qualcosa di diverso. Di anno in anno e di cena in cena, celebrata quasi in forma liturgica, impariamo a conoscere i personaggi che animano la storia, maschere di un’intera generazione post esistenzialista, anno di nascita 1955, la stessa dell’autore. Tra i tanti che animano la narrazione, incontriamo Semprini (di nome Lothar come il servitore di Mandrake), che molto somiglia a Mari per la passione cinefila e fumettistica e la predilizione per Gene Hackman; e incontriamo Brodo, il suo antagonista, fanatico dei film di Sergio Leone, sottoposto a pratiche di bullismo all’interno del gruppo classe. Pagina dopo pagina, per dirla con Eco, ci prende la vertigine della lista, con tabelle e classifiche di ogni tipo, l’appello dei presenti in ordine alfabetico, dei compagni assenti  giustificati nel corso delle cene, dei film che compongono l’immaginario di Semprini, delle malattie che via via vengono rendicontate , dei morti e dei sopravvissuti, delle vie e dei numeri civici delle abitazioni dei trenta, di suicidi, omicidi e relativi funerali con indicazione precisa delle chiese di riferimento, delle pratiche onanistiche di Brodo e delle sue macumbe per eliminare i concorrenti mediante riti vudu e sevizie in effige su pupazzetti di cera, con chiodi e spilloni o con  qualcosa appartenuto alle vittime designate.  Della disumana spietatezza della riffa (e non a caso nel libro ricorre più volte il riferimento al film Gli spietati di Clint Eastwood), nessuno ricorda l’ideatore, come se fosse stata la stessa classe a proporre la macchina infernale.  La storia si dipana tra odi feroci e rivalità, rimorsi e alleanze, comportando per tutti la perdita dell’innocenza e del sentimento d’immortalità, tipico della giovinezza. Il contesto agonistico, strada facendo, si spinge oltre ogni limite. Iniziano le classifiche delle morti più probabili con conseguenti scommesse. Si snoda così la riffa della morte, con la ricerca reciproca dei segni progressivi di invecchiamento sui volti dei compagni.

Entrando nel merito delle scelte formali, il romanzo si muove abilmente tra il comico e il grottesco e si presenta come un congegno narrativo perfetto; un meccanismo che richiama, come già detto, modelli narrativi a eliminazione progressiva che Mari però trasforma in altro: e non si tratta solo della riflessione sul tempo e sulla degenerazione dei legami quando in gioco c’è la vita stessa. Ciò che rende davvero speciale la narrazione è la sua natura ibrida e l’intreccio tra generi. Non solo romanzo che vira al noir ma testo profondamente saggistico, con lunghe digressioni, veri blocchi enciclopedici (soprattutto sulla storia del cinema di Hackman e del fumetto) che, come un fiume in piena, sfociano nel progetto di Semprini di una monografia sul famoso attore californiano, opera che arriva a contare quasi 2500 pagine nel 2053. Abilmente condotta è la regia dei personaggi che attraversano oltre mezzo secolo in poco più di centosessanta pagine, relativamente poche per reggere le fila di tante vite.

Mari li costruisce attraverso i rispettivi archivi mentali e, a titolo esemplificativo, il collezionismo compulsivo di Semprini diventa un’occasione per attraversare la carriera e la biografia dell’attore californiano e le connesse filmografie, con uno scambio continuo tra realtà e finzione e tra cinema e vita. Le battute dei film entrano nella voce di Brodo che a una certa domanda ritenuta indiscreta da chi la pone, risponde con la frase pronunciata dal colonnello Mortimer “no le domande non sono mai indiscrete, le risposte lo sono, a volte” (citazione tratta dal film Per qualche dollaro in più di Sergio Leone, del 1965) così come Semprini fa sue le parole di Hackman con la voce di Sergio Fiorentini, doppiatore di Gene Hackman. Mari non disdegna peraltro i riferimenti al genere porno e tutto questo rientra a pieno titolo in una poetica, che Umberto Eco avrebbe apprezzato, e che da sempre valorizza la cultura “bassa”, attraverso strumenti critici “alti”. L’amore per il cinema e l’elemento saggistico presente nel romanzo, dunque, impediscono al genere narrativo di essere una cosa sola (commedia nera, romanzo grottesco, umoristico, narrazione generazionale e tributo alla realtà meneghina) perché introducono costantemente elementi meta-letterari. La scrittura, erudita e ironica, genera una storia di rimandi ipertestuali che si aprono anche alla letteratura gotica e al genere fantastico. Per Brodo i confini tra vivente e meccanico si confondono, tanto che nelle sue ossessioni trova estremamente seduttive le cromature delle parti metalliche della sedia a rotelle della compagna Lola Ricci, a cui da anziano si sottometterà come schiavo. Non mancano riferimenti alle protesi metalliche dei film di Cronenberg; così come la voce metallica di Rivadeneyra, operato alle corde vocali e dotato di laringòfono, deve il suo fascino alla somiglianza della voce di un robot degli anni’50. Similmente il tremore a riposo della mano di Brodo, dovuta a una forma di onanismo protratto all’inverosimile, rende l’arto come quello di un automa, dotato di volontà propria, tanto da indurre i compagni a ritenerlo affetto da una forma precoce di Parkinson. Alcuni passaggi del romanzo fanno pensare all’Olimpia de’ Il mago sabbiolino di E. T. A. Hoffmann, analizzate da Freud nelle pagine sull’automa, nel contesto del celebre saggio Das Unheimliche. Per quanto riguarda i rimandi al gotico, è presente nel romanzo un personaggio come Elisabetta Bathory, discendente della sanguinaria contessa ungherese, detta contessa Dracula, Erzsébet Bathory, famosa per atti di tortura vampirismo e mutilazione. La stessa Bathory, nel corso della narrazione, sembra non invecchiare, “come se si nutrisse del sangue dei compagni”. In una scena, poi, Rivadeneyra appare pallido come un vampiro e man mano che si avanza nella lettura diventa evidente come la stessa riffa, macchina infernale, si nutra vampiristicamente delle morti di cui si sviluppa e in cui si avviluppa la storia.

Vincolati per la vita e per la morte, da sospetti reciproci, alleanze e rimorsi, competizioni, relazioni malsane e attrazioni fatali, la classe III A, nell’appello della sessantaquattresima cena, troverà gli ex studenti nello stesso ordine di oltre mezzo secolo prima, “agglutinati in un unico verme sillabico”, e ancorati al ricordo di una foto che nel tempo, come Dorian Gray, non subisce alcuna variazione. Un romanzo prezioso, anche per gli amanti del cinema e del fumetto e per chi ha sempre considerato Gene Hackman una delle facce più significative dell’universo filmico.

 

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