LUNARIO DEI GIORNI INSONNI

di Elisabetta Imperato

La storia prende avvio il 16 settembre di un anno imprecisato ma da lì il calendario smette di seguire la logica convenzionale; i giorni continuano fino al 103 dello stesso mese, quando all’improvviso si fa avanti, come in un’epifania o in un allunaggio, il primo dicembre.

La struttura temporale del Lunario di Elvira Seminara è uno degli elementi più originali del romanzo, perché rompe con la linearità del tempo per riflettere la dimensione interiore della protagonista, specchio a sua volta dell’incombente catastrofe climatico-ambientale. Il prolungamento innaturale dell’estate siciliana dilata il mese di settembre come se l’estate si fosse inceppata. Il tempo, dunque è squadernato, imprevedibile e caotico come la pendola dell’orologio che batte i rintocchi di mezzogiorno mentre è già finito il tramonto. Leggendo il romanzo ci inoltriamo in un labirinto, tra mappe e inventari, elenchi (concepiti come “formule propiziatorie e salmi riparatori”) che ricordano il XXXIII canto del Paradiso dove Dante descrive tutto ciò che nell’universo è sparso e disordinato. Da questo sentimento del caos deriva la ricerca ossessiva dell’ordine e della nomenclatura perché se nomini qualcosa quel qualcosa finisce per esistere. Pagina dopo pagina, il confine tra reale e fantastico si fa poroso. La protagonista dal doppio nome Iris/Ariel ha “il doppio cervello di Heisenberg”, molteplici manie, la passione per la parola, per i nomi e le etimologie, per anagrammi e metafore. E per i paradossi. A un certo punto Iris/Ariel afferma “non conosco la vita dei miei vicini. Del resto frequento poco anche la mia”. La sua mente lunatica ha bisogno di ordine e mappe, ama la notte e le sue voci, sente il rumore dei pensieri, ha una fama di visionaria e conosce la lingua delle cose, che si animano come esseri viventi. Anche le pietre in questa forma di animismo, hanno un cuore. È il trionfo di un’immaginazione che tanto più si avvicina alla realtà quanto più apparentemente se ne allontana: un gatto che appare e scompare, figure totemiche, evanescenze, soglie e confini, il sole che ancheggia, l’acufene come segnale cosmico di un incipiente infarto del mondo, la notte come spazio di vita aumentata, alternativo alla luce del giorno. L’insonnia, in sintesi, come forma suprema di attenzione all’intero universo su cui incombe la minaccia di un irreversibile collasso. In questa realtà distopica anche le parole si ammalano e registrano mutazioni genetiche. Perfino quelle dall’aspetto innocente come la parola crepuscolo presentano una crepa nel cuore; altre come Alert (il luogo reale più a nord del mondo nel territorio canadese del Nunavut, concepito come il paradiso dei sogni, meta desiderata di Iris) presentano un segnale di allarme nello stesso etimo, il preavviso dello scioglimento dei ghiacci. Il romanzo si muove in equilibrio volutamente instabile tra allucinazione e ossessione catalogatrice, denuncia ambientale e visionarietà narrativa, trasognata malinconia e sguardo compassionevole. L’andamento narrativo è spesso irregolare, come il sonno mancato che spezza la regolarità del tempo. Il ritmo della scrittura cambia; accelera il passo per poi distendersi con rallentamenti improvvisi.

Le stesse liste non sono mai semplici catalogazioni ma, alla pari dei titoli dei vari capitoli, dispositivi narrativi, indizi e frammenti di realtà che se non raccolti rischiano di sfuggire al controllo. Un senso di vertigine e di saturazione attraversa le pagine, come se la scrittura stessa cercasse di arginare, attraverso la letteratura, citazioni, ancore e il richiamo agli scrittori amati (Chatwin in primis con le sue Vie dei canti) i guasti del mondo. Accanto a questa tensione letteraria, colta e riparatrice, la denuncia del degrado ambientale ricorda alcuni passi del libro di Michèl Petit Siamo animali poetici. Arte, libri e bellezza in tempi di crisi, AnimaMundi Edizioni 2025. Non si tratta di una denuncia didascalica ma di un’inquietudine profonda che si insinua nelle descrizioni e nelle anomalie della interminabile estate siciliana, segno inequivocabile del surriscaldamento del pianeta. La componente visionaria, dunque, non rompe mai del tutto con la realtà ma la distorce in una atmosfera lunare e ipnotica. Lo sguardo di Iris è vigile e compassionevole, trasognato e fieramente malinconico, laddove la felicità è decisamente sopravvalutata nell’era del consumismo.  Nel doppio nome della protagonista si riflette la moltitudine degli Io che la (ci) abitano e la metamorfosi continua quando Iris si quadruplica nelle quattro golose paste siciliane, due alla crema e due al cioccolato. E il gioco dei nomi continua.

Il Lunario è un romanzo sulla parola. Una storia di soglie e confini, di incontri casuali e trasfigurazioni.

I personaggi sono affetti da varie sindromi dell’Io (di Takotsubo, di Capgras, di Foehn, di Cotarda) che riguardano appunto i disturbi dell’identità, riflesso stralunato dei guasti del pianeta. Il mondo, dunque, è lo specchio vivente dei corpi e delle menti che lo abitano.

Altro aspetto interessante del romanzo è la sua struttura cromatica: i colori non sono semplici elementi descrittivi ma diventano vere e proprie categorie interpretative, parti significative di un lunario emotivo che costituisce il cuore del libro. Stagioni fuori asse, luce innaturale, cielo che si fa nero all’improvviso, pesci tropicali nel Mediterraneo, vento forte che scompiglia i pensieri e fenomeni atmosferici che perdono la loro regolarità. La crisi ambientale diventa segno evidente di una più ampia disarmonia universale.  Mappe ed elenchi consentono, in tale contesto, una forma di resistenza alla fragilità del tutto, mentre il dolore si insinua nelle stesse pieghe della lingua: “Avevo male in tutte le parole, mi trapanava ogni virgola e punto”, afferma Iris. Come nei precedenti romanzi (ne ‘I diavoli di sabbia dove compare un’altra Iris e la natura è scossa da gemiti, rumori e piogge continue, nell’ Atlante degli abiti smessi dove la scrittrice mostra la stessa passione per gli elenchi, In Sicilia con Franco Battiato, definita una guida pensata come un albatro che si tuffa in un lavandino), la scrittura di Elvira Seminara si distingue per la sua capacità lirica di trasfigurare le cose; i colori e i singoli dettagli in strumenti profondi di indagine della realtà  e dell’instabilità che l’attraversa. Instabilità di soglia e metamorfosi che approdano, come in una rottura di incantesimo, nel mese di dicembre, in un autunno concepito come festa di liberazione, degli alberi e del mondo intero. E nel rispetto del principio drammaturgico definito “il chiodo o il fucile di Cechov” il romanzo termina con un finale che prelude a un nuovo Inizio: “Se un gatto sparisce all’inizio della storia, prima della fine dovrà tornare”. È la sorte di tutte le soglie. Ad ogni uscita corrisponde un ingresso; uno spazio bianco; annuncio di un capitolo che non c’è ma verrà.

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