In dialogo con Sabrina Giarratana. Poesie d’inverno

cura di Francesca Grispello

Esistono libri in cui abitare, come certi rifugi di montagna dove il legno scricchiola sotto il peso di un silenzio antico. Poesie d’inverno AnimaMundi Edizioni è uno di questi luoghi. Non è solo un catalogo di stagione, ma una mappa per orientarsi in quel “freddo buono” che ci costringe a guardare dentro, ad occhi socchiusi per cercare il battito lento di ciò che riposa sotto la terra e sotto la pelle; un modo di stare, abitare, vivere in quello spazio bianco che non è ancora e non è più. Le parole di Sabrina Giarratana hanno la grazia di una preghiera laica, una carezza che non teme il buio ma lo interroga con la fiducia di chi sa aspettare la gemma. Accanto a lei, il segno di Sonia Maria Luce Possentini evoca: le sue tavole diradano nebbie e si rivelano sguardi di creature in un altrove vicinissimo, ricordandoci che la bellezza, ha sempre a che fare con la fragilità.

In questo incontro tra verso e visione, l’inverno smette di essere l’attesa di qualcos’altro per diventare, finalmente, un tempo sacro di sottrazione e di ascolto. In dialogo qui, cercando di rintracciare quel filo invisibile che lega il russare del riccio al nostro bisogno, così umano, di sentirci a casa nel mondo.

… continuare a esserci, ma in segreto

L’inverno sembra configurarsi come un vero tempo di confine, fatto di immobilità e sottrazione. In un mondo che ci chiede continuamente di produrre, come si impara a sostare in quel vuoto che precede la fioritura? È forse in quella crepa, in quel restare nudi tra le ombre della neve, che riusciamo finalmente a riconoscerci come esseri dipendenti e legati alla terra?
L’inverno, se riusciamo a metterci in osservazione e in ascolto della natura, ci può insegnare a fare vuoto. Gli alberi sono maestri di vuoto quando perdono le foglie, è come se si liberassero del loro vestito e restassero nudi nella loro forma essenziale. È come se ciascuno dicesse: eccomi, sono sempre io, sono vivo, ma finalmente sono vuoto, e starò vuoto a lungo, fino a quando per me sarà di nuovo tempo di fiorire. Ogni albero che resta vuoto in inverno ci ricorda che la stessa cosa dovremmo fare noi, che della natura facciamo parte, anche se sembriamo averlo dimenticato. Fare vuoto è preparare lo spazio per un nuovo respiro. Quel vuoto, che sta tra la fine di una espirazione e l’inizio di una nuova inspirazione, fa parte del respiro necessario alla vita. Senza quel vuoto non possiamo vivere. Oggi purtroppo non ci occupiamo spesso del nostro bisogno di vuoto e stiamo male. Viviamo nella frenesia del pieno, facciamo vivere così anche i bambini. Abbiamo bambini stressati, che fanno fatica a respirare già a cinque anni, tante sono le informazioni, le richieste, le attese di cui li riempiamo. Per imparare a sostare in quel vuoto che precede la fioritura, credo sia necessaria oggi più che mai a partire dai bambini una pratica quotidiana a fare vuoto. Una pratica felice, da non confondere con un compito, che offra quotidianamente la possibilità di ritrovare proprio quella crepa dove è possibile rintanarsi e dove solo apparentemente non c’è vita ma segretamente c’è, quello spazio che consente anzi di connettersi con la parte vitale più profonda di sé stessi, per riconoscersi collegati a un respiro infinitamente più grande.


Nei suoi versi dona voce a miracoli minimi, quasi impercettibili: il respiro di un animale che va in letargo, l’odore della neve che arriva. Mi chiedo se la poesia sia questo esercizio di ‘tenerezza incondizionata’ verso ciò che è impreciso o nascosto. Come si educa lo sguardo a non fischiare né applaudire, ma semplicemente ad accogliere il mistero di ciò che accade nel silenzio del sottosuolo?
La poesia, ancora prima di essere una lingua, è un modo di guardare il mondo che per me coincide con lo sguardo dei bambini. Ogni bambina e ogni bambino, dal primo giorno in cui viene al mondo, ha negli occhi il mistero delle grandi domande esistenziali. Appena può incomincia a indagare: osservando, ascoltando, annusando, toccando, assaporando. Ogni scoperta è un miracolo e allo stesso tempo una nuova traccia sul suo cammino che sarà forse d’aiuto per comprendere il mistero. Durante l’infanzia si interroga spesso sull’origine del mondo, di sé, sulla vita e sulla morte, il suo pensiero è magico e filosofico. Il suo sguardo si accende di curiosità e meraviglia per tutto ciò che incontra e sa farsi colmo di tenerezza per le cose piccole, minuscole, quasi impercettibili o invisibili, sa vederle, metterle a fuoco, riconoscerne la bellezza e il valore. Ho un ricordo molto vivo del tempo in cui da bambina mi perdevo in lunghe passeggiate nella natura insieme ai miei fratelli e avevamo questo sguardo, che ho ritrovato nei miei figli e da cui sono nate anche le Poesie d’inverno. La poesia, soprattutto quella che si fa voce dell’infanzia o del bambino interiore che abita in noi a qualunque età, è innanzitutto questo sguardo, che poi trova le parole, i versi che si stagliano nel silenzio. Di tutte le forme di scrittura, è quella che più amo perché parla attraverso la parola e attraverso il silenzio. E il silenzio è spazio che accoglie il mistero. Quindi, credo che per educare lo sguardo ad accogliere il mistero bisognerebbe che noi adulti frequentassimo di più l’infanzia, la natura, la poesia e il bambino interiore che abita in noi.

L’inverno richiama spesso un ritorno a casa, una casa che per molti è fatta di persone sparse o di ricordi che tornano ad affacciarsi. Nelle sue parole, quanto c’è della bambina che la abita? Questo libro può essere considerato una sorta di ‘viatico’ per chi si sente in esilio, un modo per ritrovare quel canale verticale che ci unisce al mondo proprio quando tutto sembra fermo?
Nei miei libri di poesia c’è tanto della bambina che mi abita e in particolare negli ultimi, Poesie nell’erba e Poesie d’inverno, credo si senta proprio una nostalgia di casa, un voler tornare a casa attraverso la poesia. Non è tanto un luogo fatto di muri e di stanze, ma è la casa che per me hanno rappresentato i miei fratelli, la casa nel senso di spazio sacro di protezione amorevole che siamo stati noi tre insieme da bambini. È quella la casa che non smetterà mai di mancarmi da quando ho perso nel 2014 mio fratello Daniele, e allo stesso è la casa che non smetterà mai di esistere insieme alla bambina che mi abita e che ancora la abita. Eppure una casa fatta di muri e di stanze è esistita davvero, e ha segnato profondamente la nostra infanzia. Era la casa dove io e i miei fratelli, Daniele e Roberto, ci trasferimmo a vivere con i nostri genitori quando io avevo sette anni e loro dodici e tredici e si trovava in un piccolo paese, Livergnano, a venti chilometri da Bologna (di questa casa ho già raccontato in un’altra intervista di Ivana Margarese per Morel, quando è nato il libro Poesie nell’erba). Aveva alle spalle una montagna e di fronte una vallata, che noi chiamavamo indistintamente “il campo del contadino”. Ogni pomeriggio, dopo la scuola, in primavera, estate, autunno e inverno, anche con il freddo, il gelo e la nebbia, ci perdevamo in lunghe passeggiate alla scoperta dei piccoli grandi miracoli che ci apparivano davanti agli occhi. Quando penso alla mia infanzia è tutto concentrato lì, in quella natura insieme ai miei fratelli, anche se in realtà il periodo di vita in quella casa è durato poco, solo due anni e mezzo, perché quando avevo nove anni e mezzo siamo tornati a vivere a Bologna. Mentre nel libro “Poesie nell’erba” sono meno evidenti i ricordi, tutto accade al presente e potrebbe accadere ora, nel libro “Poesie d’inverno” i ricordi risultano evidenti perché alcune poesie sono al passato e ci sono anche piccoli ritratti di un mondo che quasi non esiste più. Spero che il libro possa essere anche una sorta di “viatico” per chi si sente in esilio, per me scriverlo è stato il mio canale verticale per unirmi alle mie radici e per riportarle in vita nel mondo.

C’è una delicatezza estrema nel suo modo di rivolgersi all’infanzia, come se lei camminasse in punta di piedi per non svegliare i sogni dei bambini, ma allo stesso tempo per invitarli a guardare meglio nel buio.
Nel suo atto di scrivere per i più piccoli, quanto c’è del bisogno di dar voce alla bambina invernale che osserva il mondo dal vetro appannato, e quanto invece c’è la sfida politica — nel senso più nobile del termine — di restituire ai bambini di oggi il diritto alla lentezza e al silenzio di una stagione che la nostra società sembra voler sciogliere troppo in fretta?
Questo camminare in punta di piedi, accanto e con delicatezza, per non svegliare i sogni dei bambini, se ci penso era il camminare accanto a me di mio fratello Daniele, che però era anche quello che in certi momenti era pronto ad aprirci gli occhi sulla realtà o a farci guardare meglio nel buio. La nostra infanzia non è stata facile, perché abbiamo avuto due genitori spesso in guerra tra loro, quindi abbiamo avuto i nostri momenti di tristezza, eppure abbiamo imparato presto a guardare meglio nel buio per trovare la luce. Si eredita molto dalle persone che abbiamo amato di più e forse questo mio modo di stare accanto all’infanzia l’ho in parte ereditato da lui. Riguardo ai diritti dell’infanzia, ho una memoria molto viva del senso di ingiustizia che provavo da bambina quando i miei genitori passavano ore a litigare e ci toglievano la pace, certo li amavo ma in questo toglierci la pace li sentivo poco attenti a noi. Perdermi in lunghe passeggiate nella natura insieme ai miei fratelli era il mio modo per ritrovare la pace, il silenzio, la serenità e l’allegria, oltre alla complicità con tutti gli esseri più piccoli della terra a cui secondo me nessuno prestava abbastanza attenzione. Forse nel mio scrivere c’è ancora quello sguardo pieno di attenzione verso i diritti dei più piccoli. Ciò che invece abbiamo avuto la fortuna di vivere io e i miei fratelli, e in generale i bambini della nostra generazione, è stato il nostro diritto alla lentezza. Non abbiamo avuto agende piene di cose da fare, ma quel tempo lento o vuoto, anche nulla da fare e solo spazio per immaginare, che tutti i bambini dovrebbero avere. Quando li incontro, attraverso la scrittura o nelle scuole, cerco di portare loro anche quella lentezza, quel silenzio e quel respiro che sono necessari per crescere in armonia e di cui anche la poesia può farsi portatrice.

Come siete riuscite a custodire insieme quel freddo buono che non gela ma protegge? Sentite che in questa alleanza tra verso e visione si sia creato un luogo terzo — un giardino d’inverno, forse — dove il lettore può finalmente deporre le proprie difese e accettare di essere, semplicemente, un piccolo seme che aspetta nel buio?
C’è un sentire comune che ci lega, che penso venga molto prima della poesia delle parole e delle immagini che poi emergono da ciascuna di noi. Io e Sonia ci conosciamo ormai da quindici anni, Poesie d’inverno è il nostro quarto libro insieme e nel tempo è nata una profonda amicizia. Abbiamo caratteri naturalmente molto diversi, ma le nostre anime sono sorelle e lo sentiamo con gratitudine. Il nostro bisogno di immergerci nella natura, non solo per creare un libro insieme ma per trovare linfa vitale, è identico. Sappiamo che la natura si prende cura di noi mentre noi ci prendiamo cura di lei. Nutriamo la stessa fiducia verso la saggezza dei suoi ritmi, da cui abbiamo tanto da imparare. La natura ci calma, ci fa deporre le difese, nel silenzio ci ascolta, ci fa sentire custodite e protette, è infinitamente generosa nel donarci la sua bellezza, ci ricorda la pazienza che dobbiamo avere nell’attesa. Ciò che io e Sonia creiamo insieme, quest’alleanza tra verso e visione, penso nasca innanzitutto da questo sentire comune che ci lega. A volte questo sentire fa accadere cose miracolose anche durante la genesi dei nostri libri insieme. Io e Sonia non lavoriamo mai contemporaneamente: prima io scrivo, poi lei illustra e io vedo il suo lavoro alla fine. Questo modo di lavorare separatamente consente a Sonia di essere totalmente libera nel fare il suo viaggio attraverso le immagini, senza che io le dica come immagino di vedere illustrate le mie parole. Eppure in tutti i libri che abbiamo fatto insieme ci sono sempre state una o due illustrazioni che era come se fossero uscite dalla mia memoria, una memoria sepolta che Sonia aveva riportato alla luce. Di sicuro c’è con Sonia un legame molto speciale. Quando pensiamo a un nuovo libro, non sappiamo mai in partenza dove ci porterà, ma abbiamo fiducia nel fatto che ci porterà in un luogo sorprendente e che ameremo entrambe. Sì, forse un giardino d’inverno, o forse la tana del piccolo seme che aspetta nel buio. Speriamo in ogni caso possa accogliere e far sentire a casa chiunque sceglierà di entrarci.

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