25 Mar Il matrimonio di Elvira Solero
di Elisabetta Imperato
Ambientato in un paesino immaginario dell’entroterra campano, il romanzo di esordio di Carmen Martino ci sorprende per la sua sapienza narrativa: la trama è ben salda, e si dipana, in maniera originale, attraverso la ricostruzione indiretta di Maria Giovanna Di Nardo, nipote dei protagonisti, Elvira Solero e Giovanni Di Nardo. È la storia di una saga familiare che attraversa tre generazioni, intrecciando sapientemente questioni di rilevanza sociale (i matrimoni combinati, la logica antica legata agli interessi della terra e dei suoi confini, il tema delle eredità), contestualizzati in un lungo periodo, tra il 1912 e il 1975, tra il sud Italia e l’Australia. Il romanzo presenta una struttura narrativa complessa ma molto controllata, che lavora su più piani temporali e livelli geografici e psicologici. Una analisi attenta della sua architettura permette di coglierne la profondità tematica e la coerenza interna. Nel prologo l’autrice sembra seguire una progressione lineare ma il salto temporale avviene già a partire dal primo capitolo dal titolo Il testamento, ambientato a Melbourne nel 1975. L’apparente linearità, dunque, è interrotta frequentemente da anticipazioni che spingono avanti lo sguardo del lettore per riportarlo successivamente indietro, attraverso analessi che riconducono al passato familiare, inoltrandosi in digressioni narrative che approfondiscono il contesto storico e sociale, ampliando il panorama della storia. Il risultato è una struttura circolare e stratificata, laddove il matrimonio non è un semplice focus narrativo ma un nodo strategico e simbolico dove convergono le storie di un’intera epoca (le due guerre, le lettere dal fronte, l’amore e il disamore, l’emigrazione oltre oceano). Il matrimonio, dunque, è un perno strutturale che funziona non solo come asse portante della narrazione ma come un evento ambiguo, carico di aspettative deluse, compromessi e tensioni interiori. In questa capacità di analisi psicologica dei personaggi, il contratto nuziale diventa un dispositivo di lettura introspettivo e retrospettivo, elemento centrale dell’intreccio tra dimensione privata e dimensione collettiva, dinamiche patriarcali e trasformazioni nella storia della mentalità. Non vogliamo, in questa lettura del romanzo, svelare i contenuti nel dettaglio; non è questo lo scopo della recensione. Farlo significherebbe annullare l’effetto sorpresa che il libro merita di donare al lettore; preferiamo concentrare l’attenzione sulla architettura del romanzo, sorretta dall’alternanza di voci (testimonianze dirette e indirette, gli scambi epistolari tra Elvira e la sorella Cecilia, il ruolo di Fernanda, figlia di Guglielmo Solero, la funzione narrativa della giornalista Maria Giovanna Di Nardo, nipote di Elvira Solero e Giovanni Di Nardo, a cui sarà affidata la ricostruzione della storia). Altro aspetto non secondario nella costruzione del romanzo, la funzione della lingua, nella delineazione dei personaggi e nell’atmosfera culturale del secolo, dalla grande guerra agli anni’70. La base linguistica del libro, a tratti verista, è un italiano misto a un dialetto verosimilmente legato al parlato che vivacizza i dialoghi e si ravviva negli scambi epistolari, in una forma comunicativa diretta e confidenziale, che coinvolge il lettore, creando un forte senso di realismo. Dal punto di vista stilistico, la scrittura è semplice ma incisiva, capace di rendere con naturalezza la complessità dei sentimenti. Soprattutto nell’uso sapiente delle lettere (non semplice espediente narrativo ma vero cuore emotivo del libro), la lingua istituisce uno spazio di verità, un codice condiviso che favorisce l’immedesimazione nelle vicende narrate. Il rapporto di Elvira con la sorella è fondamentale: Cecilia è una presenza costante e questo dialogo a distanza crea un tono di grande autenticità. Le lettere non seguono una rigorosa linearità temporale: sono piuttosto momenti di riflessione dai tratti diaristici che contribuiscono a delineare il ritratto psicologico della protagonista con un ritmo alternato in cui a momenti di relativa calma si intrecciano confessioni intense e dolorose. Grazie a esse, il lettore assiste a un processo di autoanalisi che rende Elvira un personaggio credibile e profondamente umano. L’intero romanzo, in sintesi, appare in estrema coerenza col manifesto programmatico di scrittura, esposto da Carmen Martino nelle iniziali note del romanzo. Ed è chiaro che l’autrice, attraverso la ricerca storica e lo studio attento della lingua, abbia davvero trovato “Le parole per dire”.
Carmen Martino
Posted at 09:53h, 25 MarzoInnanzitutto un doveroso grazie quale sincera espressione di gratitudine e riconoscenza alla relatrice Elisabetta Imperato per aver letto e commentato questa mia prima fatica letteraria.
La sua profonda analisi restituisce un profilo forte e coerente della protagonista Elvira Solero e ne sottolinea le pieghe e le stratificazioni della sua complessa identità psicologica.
Attraverso la Sua recensione si rafforza il mio intento di divulgare questo mio primo romanzo affinché la sua lettura arrivi al cuore e alla mente di più persone possibile.
Dunque GRAZIE e AD MAIORA SEMPER!