Voci di donne. In dialogo con Cettina Militello tra filosofia e teologia

 

di Ivana Margarese

Cettina Militello è filosofa e teologa di rilievo internazionale. Il suo magistero ha inizio nel 1975 presso la Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo, per poi consolidarsi a Roma come docente stabile del Pontificio Istituto Liturgico e collaboratrice di prestigiosi centri accademici. La sua ricerca si è concentrata con audacia sulla riforma della Chiesa e sul ruolo del femminile, come testimoniano le sue numerose pubblicazioni, tra cui: Il volto femminile della storia (1995), La Chiesa il corpo crismato (2004), Le donne e la riforma della Chiesa (con S. Noceti, 2017), Vi è stato detto, ma io vi dico(2018), Maria con occhi di donna (2019) e Ripensare il Ministero (2019). A Cefalù, questa densa attività speculativa si traduce in impegno civile attraverso la rassegna letteraria “Voci di donne dal Mediterraneo”. Qui, l’attenzione di Militello si sposta sulla questione femminile e sui beni culturali e cultuali, adottando una prospettiva interculturale e interreligiosa che elegge il Mare Nostrum a spazio privilegiato di dialogo:

«Trovo che il sospetto e il pregiudizio nascano dall’ignoranza. Mi sono chiesta se non fosse il caso di avvicinare le diverse sponde del Mediterraneo facendo parlare le donne attraverso i loro scritti. Ogni incontro nasce infatti da un’opera letteraria, da un’autrice che abita una di queste rive. Abbiamo così dato spazio alla Palestina e a Israele, all’Albania, alla Tunisia e all’Italia. Quest’anno il percorso si snoda tra “apripista” e “testimoni”, accogliendo voci che provengono da Marocco, Egitto, Siria, Libano, Francia e Italia.»

Com’è nata lidea di Voci di donne? Guardando al percorso fatto finora, quali sono state le metamorfosi più significative che la rassegna ha attraversato nel tempo?

All’inizio avevo pensato a un convegno, ovvero a una attenzione da riservare alle voci di donne nel contesto di un convegno più ampio. Poi quella ipotesi non ha avuto seguito e allora ho pensato di far diventare quell’attenzione un ciclo, che ha avuto una sua prima attuazione nel 2025 e una seconda, in corso, nel 2026. Ed è già pronta una terza edizione da svolgersi nel 2027.
Ho scoperto poi che Voci di donne dal Mediterraneo era il titolo di un volume curato dalla prof. Carmelina Canta, mia amica. E, appena me lo ha fatto notare, mi sono affrettata a ridargliene la maternità. Il tutto si colloca negli scopi istituzionali della Fondazione Accademia Via pulchritudinis a cui ho dato vita assieme a mons. Crispino Valenziano a fine del 2022.Infatti due sono le sue attenzioni: la questione femminile e i beni culturali cultuali. Il tutto in prospettiva interculturale e interreligiosa che ha come luogo proprio il Mediterraneo.
Trovo che il sospetto e il pregiudizio nascono dall’ignoranza. Mi sono chiesta se non era il caso di avvicinare le diverse sponde del mare nostrum facendo parlare le donne, i loro scritti. Ognuno degli incontri parte infatti da un’opera letteraria, da un’autrice che vive in una delle sue sponde. Abbiamo così fatto spazio nel primo ciclo alla Palestina, a Israele, all’Albania, all’Italia, alla Tunisia. Quest’anno abbiamo distinto tra “apripista” e “testimoni” e anche in questo caso avremo voci che provegono dall’Italia, dalla Francia, dal Marocco, dall’Egitto, dalla Siria, dal Libano…

Cefalù ospita questa rassegna da anni. Qual è il tuo legame profondo con questo territorio e come si è evoluto il dialogo con la comunità locale? In che modo senti che la popolazione ha ‘abitato’ questo spazio di ascolto?

Sono a Cefalù perché qui è la sede della Fondazione. Mons. Valenziano che ci ha lasciati nel gennaio scorso era nativo di Cefalù. Benché abbia svolto a Roma la sua attività di insegnamento è rimasto legatissimo alla sua Città e ha voluto che la sua casa diventasse la sede della Fondazione e che la stessa costituisse un lievito per la comunità cefaludese.
E’ morto il pomeriggio del 24 gennaio, il giorno stesso che al mattino aveva ospitato in Cattedrale il convegno “Mediterraneo: mare di pace”, svoltosi alla presenza del Capo dello Stato, il prof. Sergio Mattarella.
I miei rapporti con la città sono buoni. I miei interlocutori sono innanzitutto la giunta comunale, il sindaco, l’assessore alla cultura e alle pari opportunità, ma anche il Consiglio di Biblioteca la cui presidente, l’ins. Santa Franco, ha introdotto e moderato tutti gli incontri con garbo e intelligenza tutti gli incontri.

Il secondo incontro di quest’anno ha celebrato Michela Murgia attraverso Accabadora e la riflessione di Marinella Perroni. Oltre l’omaggio pubblico, qual è il frammento di memoria o l’eredità etica di Murgia che senti più vicino al tuo sentire?

Michela era una potenza della natura. Mi resta indelebile la sua voglia di vivere, il suo desiderio di felicità consapevolmente perseguito anche quando umanamente c’era da disperarsi. Ci ha lasciati troppo presto anche se lei diceva che aveva già vissuto dieci vite e che dunque le bastava chiudere a cinquant’anni la sua esistenza.
Certo di lei non ho condiviso l’orizzonte queer perché lo ritengo troppo elitario ed estraneo al corpo vivo delle donne, ancora così lontane da una reale parità con gli uomini. Dell’afflato queer mantengo l’istanza critica, la voglia di andare sempre oltre. Ma la decostruzione, secondo me, deve essere calibrata sul reale. E ripeto, il corpo violato delle donne chiede innanzitutto d’assere accolto e accompagnato prima d’essere perso per strada nel moltiplicarsi o annullarsi del “genere”.


La tua formazione intreccia studi teologici e filosofici. Ritieni che questo doppio sguardo ti ha aiutata a costruire un pensiero più capace di abitare la soglia e il dialogo oltre i confini dogmatici?

Non so se sono nata filosofa o teologa. Certamente sin da piccolissima ho coltivato gli interrogativi che chiedono di meglio capire il mondo, gli altri, Dio. Non ricordo un tempo in cui non mi sia interrogata su qualcosa. Anche la fede per me è una esperienza pensante. Non ho mai dato niente per scontato.
Quando ho conseguito la maturità le donne non erano ancora ammesse alla facoltà di teologia. Mi sono iscritta in filosofia perché era quanto avvertivo a me più congeniale. Ma non appena mi si è offerta l’opportunità ho intrapreso gli studi teologici e per una congiuntura favorevole – grazie al card. Salvatore Pappalardo e a mons. Valenziano – ho avuto il privilegio d’essere la prima donna docente stabile in una università ecclesiastica italiana. Sono fiera d’avere aperto una strada oggi percorsa con successo da tante altre donne. Quanto all’abitare la soglia e praticare il dialogo, mi sono sempre sentita borderline(ovviamente non in senso clinico!). Certo ho dovuto rispettare alcune regole e sono lietissima oggi di poter parlare senza filtri e preoccupazioni – è il privilegio dell’età. Quanto al dialogo la Chiesa che mi ha fatta adulta era quella che usciva dal Vaticano II. Paolo VI, il papa che portò avanti il Concilio, dedicò l’Ecclesiam Suam, la sua prima lettera enciclica, appunto al dialogo. Detesto i monologhi o le chiusure preconcette. Sono fermamente convinta che occorre aprirsi all’altro/altra e accoglierne i peculiarissimi doni. Se qualcosa mi fa paura del presente è proprio l’autoreferenzialità gretta che si chiude dogmaticamente in se stessa e rifiuta ogni confronto.

Anna Maria Ortese scrive in Corpo Celeste: «Alladulto, e ai popoli molto colti, tutto il mondo è il mondo dellovvio, del luogo comune. Luomo, perciò, applica i suoi cartellini col prezzo e, occorrendo, le informazioni sulle merce, sulluso, dovunque. Questo è un campo, questo è loceano, questo è un cavallo, questa è la propria madre, questa è la bandiera nazionale, questi sono due ragazzini. Ma per il fanciullo, e ladolescente, e anche per un certo tipo di artista, non è così! Dovunque egli si inoltri, tutto risplende di una luce senza origine. Ogni cosa che gli tocca – la bandiera, un cavallo, loceano – scotta e lo folgora di stupore. Egli capisce ciò che ladulto non capisce più: il mondo è un corpo celeste, e tutte le cose nel mondo e fuori sono di materia celeste, e la loro natura, e il loro senso – tranne una folgorante dolcezza – sono insondabili». Quanto dal tuo punto di vista lo stupore per il mondo che abitiamo è legato al sacro?


Lo stupore per me è percezione, accoglienza e sperimentazione della Bellezza. E questo è uno dei nomi di Dio. Ho sperimentato io stessa come lo stupore appartenga, sia connaturale all’essere umano, prima che faccia propria la nominazione/classificazione della realtà. Certo il sacro è fascinans e tremendum. Però gli preferisco il santo che è criterio di prossimità. Voglio dire che è la santità di Dio e la santità del creato e delle creature quella di cui siamo partecipi. Ed è la sua eccedenza a rivelarsi a noi come Bellezza, ossia sovrabbondanza di buono e vero.

Le mie letture femministe mi hanno condotta in particolare a scoprire e valorizzare un soggetto imprevisto e in relazione, capace di accettare la trasformazione e la contingenza, al di là dei modelli assoluti. Mi domandavo che spazio avesse questo nelle tue letture legate a figure femminili nel mondo cristiano e mi sono venute in mente Margherita Porete che parla dell“Anima Annichilita” ovvero di un soggetto che, svuotandosi di sé e dei modelli assoluti, diventa capace di accogliere o Santa Chiara  e Ildegarda di Bingen. Ti sarei grata se mi spiegassi il tuo punto di vista.

Per me la chiave di volta del mistero di Dio e dell’essere umano creato a sua immagine è la relazione. Ciò vuol dire lasciarsi interpellare dall’atro/altra e rendersi duttili alla sua pro-vocazione. La relazione infatti è sfida, domanda sempre nuova che se la accogli ti cambia e ti conduce “altrove”. Personalmente le mistiche mi spiazzano, anche se oggi tendiamo a coglierle come soggetto teologico. Diciamo che l’incontro, ogni incontro con l’altro ti obbliga a fargli spazio, a interiorizzarlo. A maggior ragione quello con l’Altro. In verità la cifra della Porete è antiistituzionale perché rivendica un accesso a Dio (la visione beatifica)senza mediazione ecclesiale. Chiara è difficile da interpretare. Probabilmente voleva essere come Francesco, una povera itinerante alla maniera di altre sue contemporanee. Di fatto però il franescanesimo ha accettato l’istituzione ecclesiale. Ildegarda è un mostro, nel senso più ampio del termine. Non c’è ambito del sapere che non le sia familiare. Ma anche lei si assoggetta all’istituzione. E del resto cosa potevano altro fare. Un atteggiamento diverso le avrebbe condotte sul rogo, come avviene alla Porete. Di più nel contesto veloce di una intervista non saprei dirti. Se vuoi, proveremo a interagire nel ciclo programmato per il 2027. Sarà infatti dedicato alle donne mistiche/sapienti, sempre d’area musulmana, ebraica e cristiana. Recupereremo figure ignote e dimenticate. E chiuderemo con Simone Weil, una ebrea che è rimasta sulla soglia, forse più cristiana dei cristiani, ma mai pubblicamente tale per amore delle sofferenze del suo popolo. E’ morta nel 1943, in piena seconda guerra mondiale.

No Comments

Post A Comment