Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione

 

di Ivana Margarese


Favole del reincanto
(Derive Approdi) di Stefania Consigliere è un libro dedicato a chi ha  percepito, almeno una volta, l”odore di un altro mondo”, dove la paralisi in cui siamo immersi sembra sciogliersi a contatto con l’altrimenti. Non un altrimenti astratto, fumoso o esotico, ma quello assai prossimo di un mondo che continua quotidianamente a esistere, frammentario, imperfetto, ruvido come le cose reali, come l’erba, il sentiero, gli alberi, l’ombra del bosco, gli animali:

Un paio di settimane fa, all’arrivo in Grecia, un cartello alla porta di un ascensore mi ha folgorata. Diceva: ektos leitourgias, «fuori servizio». La parola liturgia, che in italiano farei fatica a definire per via delle sue temibili risonanze sacre e cultuali, qui significa «funzionamento, uso, servizio». La scoperta ha messo in moto un curioso pendolo interpretativo. L’illuminista in me se la ride: dietro ogni concetto alto, difficile, oscuro, c’è sempre una spiegazione quotidiana; ogni cosa che sembri trascendente può essere riportata allandimensione profana. Ma esulta anche l’anima romantica, che sotto le parole più ordinarie intravede una profondità inesauribile e abissale ( S. Consigliere, Favole del reincanto, p. 31).

Consigliere, consapevole del fatto che ci sono conoscenze che cominciano a esistere solo quando vengono condivise, scrive un saggio che si propone non come trattato lineare, ma come montaggio, un insieme di “salti e piccoli shock” pensati per spostare lo sguardo e l’attenzione e rivelare come il nostro mondo disincantato sia solo uno fra i molti mondi possibili.

 

Favole del reincanto è un libro sulla fiducia e sulla potenza del credere; è un’interrogarsi sul disincanto che ha avuto l’effetto di separarci e dissociarci dal mondo che abitiamo, strappandoci dalla tessitura relazionale della vita: “In tutte le sue accezioni e risonanze, «credere» è il verbo che regola gli accessi all’immaginario. Rispetto a «sapere», che rimanda alla conoscenza discorsiva e al possesso di nozioni stabili, «credere» ha a che fare con il movimento, con l’insieme di trasformazioni necessarie all’instaurarsi di una relazione significativa che struttura il soggetto e rende affidabile il mondo; ovvero con la conoscenza, qualunque forma essa prenda”( S. Consigliere, Ivi, p. 136). L’impresa moderna, col suo mito del progresso, è fallita.  Il capitalismo con la sua capacità di proporsi come orizzonte unico della desiderabilità ha messo in scena il trucco più proprio della modernità: la perversione dell’incanto a rinforzo del disincanto. L’isolamento ci ha condotto così verso passioni tristi dove gli esseri umani possono essere mantenuti solo fornendo loro, in cambio, qualcosa di subdolo e potente: «immagini di sogno» e godimento a buon mercato:

È l’aura della merce descritta da Marx, lo stato semi-ipnotico dei clienti dei supermercati, la fantasmagoria delle vetrine, il richiamo dei touchscreens, il prestigio sociale della cocaina, la disponibilità diffusa e immediata di supplementi dopanti di ogni genere (S. Consigliere, Ivi, p. 54).

Mentre viviamo distratti, lo sfondo globale – che Consigliere definisce con onestà – è fatto di violenza strutturale, diaspore, guerre e genocidi. Uno dei passaggi radicali della sua riflessione riguarda il “Soggetto Sovrano” della modernità. Ci siamo raccontati come individui autonomi, autosufficienti, auto-centrati. Un’identità che non trova la sua ragion d’essere nelle relazioni o nel cosmo, ma in un godimento isolato e non legato da vincoli di reciprocità. Questo individuo “disincantato”, che è per definizione sordo alla voce del mondo, si afferma come superiore e in diritto di imporsi.
In questa cornice dissacrante, l’autrice recupera una definizione di Aristotele che afferma che il piacere è l’attività “secondo natura” della propria forma di vita. Al contrario, ciò a cui assistiamo oggi è una forma di vita violenta: quella vita che non ha bisogno delle altre se non per riaffermare la propria, sacrificando ogni alterità al proprio insaziabile consumo.
Gli organismi tuttavia non sono unità chiuse in competizione, ma olobionti: esiti di incroci, simbiosi e co-dipendenze che portano inscritta in sé un’intera ecologia. Il cuore politico di Favole del reincanto risiede nel superamento del “Soggetto-Individuo”, l’atomo autocentrato della modernità, a favore del “Soggetto-Dividuo”. Se il primo crede che l’esistenza preceda la relazione, il secondo sa di essere un “fascio di relazioni che lo attraversano”: la relazione viene prima dell’esistenza.

LEONORA CARRINGTON, THE LATEST PORTRAIT OF MRS. PARTRIDGE

 

Per recuperare questa dimensione e uscire da posture totalitariste l’autrice fa ricorso al concetto di metamorfosi. Accettare la metamorfosi significa ammettere che non siamo “uno”, ma “molti”, un fluire di differenze e vite parallele che vibrano sotto la superficie della nostra identità civile.
Il reincanto  non è tuttavia un ritorno al magico esoterico, ma un recupero del mistero nel quotidiano: “Il sonno, la meraviglia, la festa, le esperienze non ordinarie, la trance, la rivolta, la relazione con l’invisibile, l’incontro con la complessità, la disappropriazione, la pratica di mondi altri hanno questo in comune: tolgono dalla stasis, aprono al molteplice, creano nuove connessioni e nuovi sensi. Ci trasformano. Ci mettono in grado” (S. Consigliere, Ivi, p. 156).
Leggere, pensare, passeggiare o innamorarsi possono essere forme di ebbrezza perché spalancano il quotidiano e lo mostrano per quello che è: impenetrabile e vibrante.
I rari momenti di felicità di cui facciamo esperienza arrivano sempre nella relazione con altri, nell’apertura e nella sorpresa, nel lasciare andare le coazioni, nel non possedersi più e in questo contesto diventano un piccolo atto di resistenza. Non si tratta della felicità edulcorata del consumo, ma di quella materiale e riconoscibile di quando “il respiro si allarga” e gli eventi si collegano secondo un senso che ci eccede. Ciò che ci allontana da una pratica di vita “fascista” che sacrifica le altre vite al proprio godimento è proprio la scelta di parteggiare per la felicità che scorre nelle relazioni e la capacità di non appropriarci del mondo:  “E se l’intelligenza fosse poesia prima che meccanica? Contemplazione prima che accumulazione? Le popolazioni preistoriche che si avventuravano in fondo alle grotte per dipingere migliaia di animali tranquilli (e non in fuga) e pochissimi umani (spesso feriti) cercavano forse di propiziarsi la caccia, ma si può anche supporre che stessero tracciando modi della visione, incubando sogni, creando relazioni con l’invisibile. Forse quei dipinti non sono imitazione o riproduzione, ma creazione di mondi attraverso miti, racconti, ibridazioni con altri viventi” ( S. Consigliere, Ivi, p. 104).
L’infanzia con le sue soglie e incanti, con le sue traiettorie impreviste, può farsi memoria del nostro saper essere non «uno» ma «molti», un plesso di differenze, una trama di vite parallele. Anche se la maggior parte di esse non è giunta e non giungerà mai all’esistenza, tuttavia sono tracce  che influenzano i nostri gesti, le nostre scelte, i nostri amori, le nostra possibilità di scommettere andando a tentoni su una vita che alla pianificazione o al controllo preferisce l’incanto della trasformazione.

 

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