Il viaggio e l’arte contemporanea: l’estetica del relitto tra Tallinn e Srebrenica

di Arrigo Musti

Il viaggio, nel suo crinale più sottile tra soglia e metamorfosi, sarà il cuore pulsante di Journeying Between Thresholds and Metamorphoses, la conferenza internazionale che si terrà l’8 e il 9 maggio 2026 presso la Tallinn University. Un evento che si propone di indagare gli stati liminali della mobilità, le tensioni identitarie e le asimmetrie di potere che attraversano le esperienze migratorie. Riunendo studiosi, artisti e intellettuali, la conferenza esplorerà come oggetti, corpi e linguaggi possano farsi testimoni di rotture, attese e trasformazioni, offrendo uno spazio critico per interrogare il modo in cui l’arte possa tradurre il personale in politico.

In qualità di membro del comitato scientifico e coordinatore per Arte e Diritti Umani presso Amnesty International (Fondazione Italia), intendo apportare a questa cornice un contributo che coniughi pratica artistica, responsabilità civile e ricerca. Il tema del viaggio, nella sua accezione più dolorosa e meno “popolare” — quella della costrizione — costituisce da tempo il baricentro della mia ricerca. Il mio lavoro indaga la forza evocativa degli oggetti quotidiani come vettori di memoria collettiva: stracci ed effetti personali che si trasformano in storie individuali e che, aggregandosi, compongono una narrazione tragica e necessaria.

Si pensi all’installazione Under Surfaces, oggi esposta stabilmente al Memoriale di Srebrenica. Qui, gli effetti personali mutilati perdono la loro funzione d’uso e il loro colore per agire come testimoni silenziosi; resti di tragedie che conservano un valore antropologico legato alla speranza e alla sua perdita. Questi reperti agiscono come appigli per la memoria, celati sotto una superficie monocromatica di un rosso vibrante che deve, nelle mie intenzioni, richiamare l’attenzione contro il grigiore dell’oblio. Nella storia di Srebrenica, quel viaggio verso la sicurezza si rivelò in realtà il preludio a una delle più odiose stragi della nostra epoca recente.

Definisco la mia pratica “ImPop art”: un’estetica che sceglie di sedurre per indurre alla riflessione. Riflettere, oggi, è un atto decisamente impopolare, avvinti come siamo dalla velocità della vita e dai devices che la duplicano in un mondo virtuale, annichilendo quella reale. Nella serie Mare Monstrum, i brand e i loghi visibili su pezzi di stoffa — dalla felpa di marca allo straccio anonimo — condensano le ambivalenze tra aspirazione e negazione. Quando l’aspirazione naufraga, rimane il relitto degli affetti, che si trasforma in testimonianza pubblica. Il tramonto, dopotutto, non è uguale per tutti: può essere composto di stracci, l’ultima spiaggia di un’umanità che è, a tutti gli effetti, la nostra.

Questa pratica dell’insieme, composta da sottomultipli che cedono il loro significato originale a un senso più ampio, trova radici profonde nella tradizione dell’arte contemporanea. Un esempio magistrale è Remembering (2009) di Ai Weiwei, composta da migliaia di zainetti dei bambini morti nel terremoto del Sichuan. In quell’opera, l’artista non si limitò a testimoniare: trasformò il dolore in un gesto pubblico potente, disponendo quasi 8.800 zainetti a comporre la frase di una madre: «È vissuta felicemente per sette anni in questo mondo». Come in un frattale, il micro e il macro si rispecchiano: le singole vicende rivelano responsabilità collettive e i silenzi del potere.

Sono grato agli antropologi come Montes, che da tempo promuovono una visione panottica e trasversale alle discipline, l’unica capace di permetterci una visione autentica del viaggio come esperienza umana nell’era del post-human. Partecipo a questo dibattito convinto che il binomio arte e mobilità sia fondamentale per comprendere le metamorfosi dell’emigrazione, con particolare attenzione alla mobilità coatta. L’arte documenta e mette in scena quegli stati liminali — rotture, attese, sospensioni — che non si risolvono in una trasformazione lineare, ma lasciano tracce ambigue nelle vite delle persone coinvolte.

Attraverso oggetti, immagini e pratiche etnografiche è possibile ricostruire memorie frammentarie: strumenti formali che traducono il personale in politico e permettono di leggere vulnerabilità, esclusione e dignità. Le opere d’arte rivelano le asimmetrie del viaggio e le negoziazioni di identità che la dislocazione produce. Questi temi non esauriscono il dibattito contemporaneo, ma aprono piste di ricerca e responsabilità condivisa che influenzeranno, inevitabilmente, gli scenari futuri dell’umanità.

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