DONNE IN BILICO TRA PITTURA E POESIA. Intervista a Francesco Gallo Mazzeo

di Claudia Chianese

Il tema della parità di genere è al centro dei miei interessi da sempre anche se non si manifesta in modo esplicito, più che come impegno politico, come pratica quotidiana. E qui l’arte svolge il suo compito più necessario. Il mio lavoro nasce da un dialogo silenzioso con gli alberi, con la terra, con le forme che l’ambiente genera e custodisce, l’interesse per il femminile è sempre stato una presenza viva, sotterranea. Attraverso la scultura, la pittura e la fotografia indago il legame tra l’essere umano e la sua natura spirituale, un territorio in cui gli opposti possono incontrarsi e trovare una possibile armonia: maschile e femminile, luce e ombra, spirito e materia.
Essere un’artista oggi significa anche avere consapevolezza del cammino che altre donne hanno tracciato prima di noi. Nei secoli passati alle donne è stata sottratta la voce: hanno subito amputazioni fisiche e metaforiche, sono state private dell’autonomia economica e dell’istruzione, spesso costrette ad accettare la maternità come destino e non come scelta. Nella storia dell’arte non sono mancate artiste obbligate a travestirsi da uomo per poter dipingere ed essere ascoltate. Avverto un senso di gratitudine profonda verso tutte le donne che mi hanno preceduta. Le immagino come una lunga catena di antenate, schierate alle mie spalle, senza di loro oggi non potrei dare voce alla mia espressione artistica.
In questo contesto si inserisce l’invito di Francesco Gallo Mazzeo, critico e storico dell’arte, che mi ha chiamata nello spazio espositivo Bibliothè, a Roma, a partecipare ad una serata della rassegna UnumSignun, progetto curatoriale che porta avanti da anni. La serata a cui prenderò parte sarà dedicata alle donne e, in questa occasione specifica, alla mostra si affiancherà la lettura di poesie scritte esclusivamente da poetesse. Un tema che mi sta particolarmente a cuore e che mi ha spinta a porre alcune domande a Francesco Gallo Mazzeo, per approfondire il senso e le prospettive di questa mostra.

C.C. Com’è nata questa serata dedicata alle donne, in bilico tra pittura e poesia?

UnumSignum è un progetto spazio temporale, che non ha un destino finale, un epilogo, ma si configura come opera libera, come area senza perimetro, aperto ad artisti che, nella diversità e nella loro libera scelta, interpretano l’eclettismo moderno, come luogo in cui mille fiori sbocciano e mille scuole gareggiano, condizione necessaria per la anabasi di ricerca del bello e del buono, del sublime e dell’armonia che li unisce, nell’indicibile legame che il grande Cusano chiamò del “coincidere degli opposti” in un infinito, dove anche le rette parallele si uniscono, diventando una inesplicabile unità. Pittura e poesia e non solo, perché sto immaginando due format, rigorosamente donne, che accompagnano UnumSignum. “ Due ore”, di esprit de finesse, che è quella che accadrà coeva con la sua opera Syntesis, con in più una mia Compositio, ispirata dal “contrasto” e dal “sonetto” di Cielo d’Alcamo e Jacopo da Lentini; e quindi rimarrà per sempre in marzo e “Magistra” di esprit de geometrie, a tutte le arti applicate, che accadrà ogni 20/21 giugno, in Solstizio d’estate, orario delle streghe, nostre sorelle sanatrici e preveggenti. Perché tutta la cultura è donna a cominciare dalla madre di noi tutti, Eva e quindi ogni avanzamento delle donne, in ogni direzione, è la via per uroboro, che interfecit se ipsum, maritat se ipsum, impregnat se ipsum, all’inizio dei tempi, come “purusha”, della fine dei tempi. In modo di ut unum sint. Così in cielo come in terra.

C.C. Qual è la sua visione della donna nella storia dell’arte?

Dopo l’ingiusta maledizione di Eva. Le ingiustizie non si sono contate. Con la sola parentesi, innescata dall’ orgogliosità delle donne sabine rapite dai romulei e della successiva matrona romana. Poi più niente fino al culto mariano che fa nascere, Santa Chiara d’Assisi e Caterina da Siena. Punti fermi di un cammino infinito che giunge fino a noi e andrà oltre, inarrestabile. Nella storia dell’arte, dopo Saffo, poca cosa e un po’ di più nel nostro rinascimento, con Lavinia Fontana, Sofonisba Anguissola, Artemisia Gentileschi, Barbara Longhi, Fede Galizia, Angelika Kauffman, qualche cosa nell’ottocento e poi un fiorire nel novecento, a partire da Leonor Fini a Niki de Saint Phalle e oltre. Nella seconda metà del novecento, il numero di donne artiste si è moltiplicato e largamente imposto. Il contributo delle donne all’arte visiva, ma in tutte le arti, è stato ed è, moltiplicante a molte cifre, per qualità e per originalità. La mia è una attenzione costante, senza limiti e confini, nella diversità. Essendo la mia posizione culturale, tendente alla spiritualizzazione, quella della accoglienza e non mai, della marginalizzazione o della emarginazione.


C.C. Nella sua esperienza di critico e storico dell’arte, è possibile individuare una cifra stilistica specifica nelle opere realizzate da artiste donne rispetto a quelle degli uomini? Esistono tratti comuni? Secondo lei è possibile riconoscere il genere dell’autore di un’opera senza conoscerne il nome?

Bisogna non solo vedere, ma saper vedere. Il primo appartiene alla biologia. Il secondo alla cultura. Avendo frequentato Federico Zeri e Carlo Ludovico Ragghianti, ho appreso che il pensiero storico e quello critico, devono guardare le somiglianze e le differenze, come tratti che connotano una analogia di fondo, in cui il maschile tende ad una maggiore gestualità e disarticolazione e il femminile ad una maggiore decoratività e organicità. Considero tutto questo molto bello e arricchente. Però siamo a sfumature, a tocchi della leggerezza e non è possibile riconoscere il genere, in un’opera non firmata, anche perché nel maschile, oltre che l’animus c’è anche l’anima e nel femminile, oltre l’anima c’è anche l’animus. Per il resto, stesse scuole, stesse frequentazioni, in una festa in cui spesso Apollo si traveste da Dioniso e Dioniso da Apollo. E noi pure.

La serata di UnumSignum dedicata alle donne non è allora un gesto celebrativo, ma un atto di attenzione: un invito a rimettere in circolo voci, immagini e parole che per troppo tempo sono rimaste ai margini. Forse è proprio in questo spazio, fragile e necessario, che l’arte continua a interrogare il presente.

1 Comment
  • Marina Petrillo
    Posted at 15:49h, 23 Febbraio Rispondi

    “Che io possa andare oltre”- frammento 182 di Saffo, ”ἰοίην”, unica parola che resta di una poesia smarrita.
    Il significato dell’oltre nella sua deriva (deriva-zione) in smarginatura, slargamento del proprio limen. L’elaborazione di tale soglia è il percorso che l’arte tenta di esperire attraverso un dialogo continuo che si intesse -in primis- di immagine e parola; aspetti onirici, trasmutazioni che trovano il proprio combusto elemento nella conoscenza intuitiva, nel sollevare il velo di ciò che – inconscio- spesso ci abita.
    Un perimetro evanescente nel quale gli elementi si intersecano e, in sinergia, (si) completano. Vuoto inteso come luogo dello spirito “abitato” dallo stato di presenza, come afferma Simone Weil; zona in cui, esposti all’indicibile o insignificabile, si manifesta la meraviglia dell’istante creativo. Tale il percorso poetico, che non nullifica ma vivifica. Passaggio non implicito ma profondo, intessuto delle variabili multiple che ci compongono. Non v’è cardine , solo la costanza della percezione che attraversa l’orizzonte degli eventi; a volte è clamore; altre, silenzio. L’attuale epoca ridonda di segnali-stimolo spesso conflittuali con lo spirito. Partecipiamo a un rito collettivo senza mai viverlo integralmente. Siamo la parte “esiliata”: posti sul viadotto, abisso dialettico e lessicale, sfioriamo la superficie in spaesante assenza.
    Sono convinta dell’importanza della complessità, del suo scettro non devoto alla conoscenza usuale o all’irretimento della forma; in quella che identifico come “transustanziazione linguistica”, trasmutazione alchemico cabalistica della parola, Verbo in cui regnano assonanza e dissonanza in valenza ossimorica. Labirinto villiano in cui perdersi o essere adescati da semiotica difforme.
    Non linea opaca, bensì riflesso di una totalità confluente nell’Uno, ove si entra, alfine, in quell’indefinibile rilkiano, spazio in cui togliere simbolicamente i calzari; le antiche ombre riflesse, celebrative una ritualità albeggiante
    Il professor Francesco Gallo, nella sua rammentazione, esplora lo spazio della grammatica visiva con sapienza e sensibilità. Lo ringrazio per il suo invito presso Bibliothè e, al contempo, mi complimento con la gentile Claudia Chianesi per aver attraversato la soglia dell’arte femminile con grazia .e profondità .
    Marina Petrillo

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