19 Feb Sul racconto: il caso di Obladì
Di Muriel Pavoni
Che la produzione letteraria italiana contemporanea sia affetta da bulimia è ormai pleonastico. Che l’origine derivi in parte dalla “democratizzazione” della scrittura trova la sua ragione nel susseguirsi incessante di scuole e laboratori di creative writing che espongo le più efficaci teorie e tecniche del racconto, affondando perlopiù le radici nella scuola americana del secolo scorso. C’è chi si professa seguace di Hemingway e pratica la tecnica dell’iceberg, chi sceglie l’ellissi temporale, chi piazza un po’ qua un po’ là (come i cuscini di Frankenstein Junior) pistole Cechoviane, chi riduce all’osso inseguendo il minimalismo di Carver, chi: “write drunk edit sober”, “show don’t tell”. Qualcuno sostiene che il racconto debba essere tutto teso verso fine, unicamente spinto verso il finale che ne è il punto di forza, trascurando tutto il resto.
Per gli autori esordienti la short story rappresenta spesso una palestra, una forma di allenamento in vista del progetto ambizioso: il romanzo. Mentre sembra che non si possa più esprimere nulla di originale in merito, mi chiedo se abbia ancora senso aprire una riflessione sulla novella. E parlo appositamente di novella perché, malgrado i nostri guru siano allocati oltreoceano, la tradizione letteraria italiana, da Boccaccio in poi, affonda le radici più nel racconto breve che nel romanzo, si pensi a: Pirandello, Buzzati, Ortese, Flaiano, Ginzburg, Calvino, Manganelli, Parise…
In fin dei conti, al di là della sovrapproduzione e della recente svalutazione, la prosa breve mantiene il suo fascino. Penso a quei cinque o dieci racconti indimenticabili nella storia di ogni lettore, laddove ritroviamo personaggi, atmosfere e situazioni che non ci stanchiamo mai di citare appena ne abbiamo l’occasione. Nel mio caso ci sono I morti di Joyce, I sette piani di Buzzati, il racconto Aleph nell’omonima raccolta di Borges, Un’estate di Natalia Ginzburg, Brava gente di campagna di Flannery O’Connor e qualche altro, ma non è questo il punto, il punto è: dove risiede quella particolare alchimia che ci mette in connessione con una novella piuttosto che un’altra?
Mi chiedo quali caratteristiche contengano i racconti indelebili.
Da un lato è vero: la forza del racconto risiede in ciò che non dice, in quello che suggerisce. Il racconto richiede capacità di sintesi, precisione nella scelta delle parole, delle situazioni e una certa propensione all’uso di metafore originali, come la poesia si avvale del non detto, di quello che si elude, di quello a cui si allude. Per questa ragione (forse) amiamo tanto Un giorno ideale per i pescibanana di Salinger. Ma può anche darsi che la forza del racconto risieda nella facilità con cui il lettore sospende l’incredulità. Lo spazio breve si presta a registri fantastici, sarà perché il racconto può rappresentare qualcosa di intravisto, un tratto di strada in cui qualcosa è già accaduto e qualcosa dovrà accadere anche dopo la fine, un’istantanea che lascia un punto di domanda, come guardare da fuori dentro la finestra di qualcuno, qualcosa che si illumina per un istante, una tensione tra il visibile e l’invisibile che ancora ci incuriosiscono, più complicato è mantenere una certa atmosfera surreale per tutta la durata di un romanzo.
Julio Cortazar cita la fotografia per definire il “racconto perfetto”. Una foto ha confini precisi, è limitata dall’inquadratura, stabilisce cosa sta dentro e cosa fuori. Se la foto è buona, guardandola, abbiamo la sensazione di superare quei confini, intuiamo cosa c’è stato prima e cosa dopo, ci sembra di sapere quel che nella foto non c’è.
La fotografia è fermare la realtà fissando i limiti, in modo tale che il ritaglio agisca come un’esplosione di realtà. Lo scrittore e il fotografo sono costretti a circoscrivere un episodio e la scelta che fanno è quella per loro più significativa, che possa aprire un varco allo spettatore/lettore, un frammento che vada oltre ciò che vi si rappresenta. I famosi sette ottavi (di Hemingway) nell’acqua, un ottavo si vede, questo è il racconto, la storia è sottacqua, sbagliato spiegare, la parte sotto però deve scalciare, come nel subconscio, che ha strascichi nella vita reale. Ogni racconto non risolve il problema, ma è una domanda in più, qualcosa che ci tormenta. Che sia o meno la questione delle domande e del tormento a lasciare il segno nella nostra memoria, resta sulla meccanica del racconto un punto interrogativo.
A tal proposito chiamo in causa gli autori di Obladì, antologia uscita di recente per Revolver edizioni allo scopo di contribuire ad alimentare il dibattito sul ruolo del racconto in Italia. Si tratta di tredici autori i quali, ciascuno con il proprio stile e le proprie intenzioni, hanno sfruttato le potenzialità della forma breve: taluni lavorando sul non detto, su quello che agisce al di fuori dell’inquadratura, altri usano la distopia, altri ancora il perturbante, il surreale, l’ellissi temporale, il mostrare piuttosto che dire.
Innanzitutto, vi chiedo di raccontarmi la motivazione che vi ha spinto ad aderire a questo progetto.
Francesca Chiti: Ho partecipato perché il progetto era forte, strutturato e coraggioso. Conoscevo Revolver, inoltre: tutto ciò che di loro ho letto mi ha sinceramente entusiasmato (Obladì compreso).
L’intento probabilmente era essere vista, riconosciuta. O dimenticare qualcuno.
Giulio Iovine: pubblicare su un’antologia è il passo successivo, idealmente, per chi ha iniziato su rivista online e/o cartacea. Si arriva a una dimensione più complessa, iniziamo a parlare di contratti, copie da distribuire, presentazioni, editing, bozze. Di qui l’idea di partecipare alla call di Revolver.
Alessandro Fabris: ho scelto di rispondere alla chiamata di Revolver proprio per l’interesse nel mettermi in gioco, per potermi confrontare con degli addetti ai lavori sui punti di forza o debolezza della mia scrittura. Inoltre trovo di estremo interesse i lavori che emergono dalle piccole case editrici, dove una certa idea di qualità è più riscontrabile e dove, guarda caso, sono più frequenti le pubblicazioni di raccolte di racconti.
Mauro Colarieti: Aver superato la selezione è stato un boost di autostima, mi ha fatto capire che unire diversi linguaggi e codici non è così incomprensibile in quest’epoca. Vivo la scrittura creativa come terapia ed esorcismo di certe mie ossessioni…
Cosa pensate della narrazione breve? Quali sono le opportunità che offre?
Giuliana Zeppegno: personalmente ho più dubbi che certezze rispetto al racconto. L’idea della short story essenziale e compatta, che abbiamo perseguito e amato per anni, si scontra nei fatti con il successo e in alcuni casi la bellezza di tanti racconti che trasgrediscono tutte le presunte regole del genere: racconti lunghi, sfilacciati, memorabili più per le loro atmosfere che per le loro trame, spaccati psicologici e sociali la cui forza sta nel colore emotivo più che nello sviluppo delle vicende. Penso per esempio ad Alice Munro o Lucia Berlin.
Come lettrice e come autrice, sono affezionata al racconto come marchingegno; al racconto che racconta qualcosa, anche minimo, con un inizio e una fine precisa. Mi ritrovo molto nella riflessione sul racconto che si dà nell’introduzione (“un tratto di strada in cui qualcosa è già accaduto e qualcosa dovrà accadere anche dopo la fine, un’istantanea che lascia un punto di domanda”) e nella metafora di Cortázar della fotografia che invita a immaginare oltre i suoi confini.
Verissimo anche che il racconto si presta al fantastico. Io scrivo romanzi realistici, con una forte preoccupazione socio-politica e finali programmaticamente positivi. Nei miei racconti do sfogo invece ai registri del fantastico, del fantascientifico, del distopico, del surreale e del grottesco. Inoltre nei racconti do forma alle mie ossessioni, anche alle più vergognose, come non farei nei romanzi, senza preoccuparmi di arginare inquietudine o malessere con finali che diano appigli alla speranza.
Mattia Grigolo: Credo, onestamente, che le opportunità concrete offerte dalla narrazione breve (sia per chi la scrive che per chi la pubblica) al momento, in Italia, siano piuttosto poche. Parlo di concretezza. Perché poi c’è tutto “l’inconcreto”, che però in modo più profondo è, se vogliamo, allo stesso tempo anche molto più tangibile. Penso alle possibilità di crescere come autrice e autore, alla consapevolezza di essere una parte di qualcosa che diventerà qualcos’altro o forse non diventerà assolutamente niente, ma è pur sempre un andare avanti, entrare in qualcosa invece di osservarlo dall’esterno, in dubbio su chi sta effettivamente all’interno della gabbia e chi sta fuori. Credo che per chi scrive, per chi vuole farlo davvero, il dubbio dell’essere parte di qualcosa che non si conosce affatto, è la cosa peggiore.
Mauro Colarieti: c’è questa convinzione che ci siano autori di romanzi e autori di racconti, e raramente gente che riesca a fare bene entrambi. Penso sia una credenza approssimativa, nata solo dalle diverse esigenze dei due formati e dal fatto che molto spesso l’autore risponda più a quelle di una o dell’altra. Io, provando a muovermi su entrambe, penso che la principale differenza sia che il racconto è un urlo e il romanzo un lamento; uno più istantaneo, l’altro più ipnotizzante.
Scrivere racconti ti aiuta a comprendere quali elementi sono fondamentali nella prosa e quali semplici abbellimenti; è un formato che, a mio parere, abbraccia più la scrittura sperimentale e pop. Nel mio caso, è anche palestra per idee ed esperimenti che tramuto in storie più lunghe e articolate. Non so ancora a quale delle due sette appartengo maggiormente, ma citando il commento di mio papà dopo la lettura di un mio racconto, “è il tuo habitat. Breve e diretto come un calcio nelle palle.”
Cristina Pasqua: L’opportunità, per me, è quella di cercare equilibrio in uno spazio ristretto, per mie esigenze narrative – una strada chiusa, la stanza di una pensione, una casa senza porte, il ciglio di un precipizio –, in un tempo che potrebbe essere qui e ora, come girare l’angolo e srotolarsi invisibile – un imperfetto ieri, un domani futuro, cinque anni fa o nel passato remoto di un’altra vita –, oppure essere solo vagheggiato, annusato, possibile.
Laura Bucciarelli: la mia posizione sul racconto è semplice. È una forma che mi permette di sperimentare sulle mie ossessioni letterarie e non in modo più libero rispetto ad altre forme. Il vincolo che mi impongo è rispettare la completezza che c’è in uno strappo, in una finestra, un’inquadratura con inizio e fine arbitrari, scelti per prendermi una pausa, un respiro, un colpo d’occhio che mi fa chiedere cosa ho visto e cercare una risposta.
Il racconto è la possibilità di declinare lo stesso tema in modi diversi, cercare di ripetere, nel tempo, la stessa azione per perfezionarla o indagarne la struttura o le variazioni e ricominciare daccapo ogni volta. Qualcosa come le foto del film Smoke, diretto nel 1995 da Wayne Wang e scritto e co-diretto da Paul Auster. Il tabaccaio Auggie mostra a Paul (scrittore in crisi, in lutto) il proprio progetto fotografico. Paul commenta che le foto sono tutte uguali e Auggie conferma che, sì, sono quattromila foto dello stesso posto e che è per questo motivo che non va mai in vacanza, perché deve stare nella sua tabaccheria a seguire il suo progetto, il lavoro della sua vita. È il suo angolo da dove vede succedere molte cose. Lo scrittore è perplesso, Auggie lo invita a rallentare e osservare meglio. Ogni foto è differente, ci sono mattine, sere, giorni di sole o di pioggia, gente diversa, luci diverse. Paul scorre di nuovo le foto e ne trova una che ritrae sua moglie, morta da poco, che passa davanti alla vetrina per andare al lavoro.
Quale può essere il futuro del racconto breve? È ancora valido il pregiudizio delle case editrici nei confronti della novella?
Francesca Chiti: Che il racconto breve non goda di grande successo presso le grandi case editrici è cosa nota, ma è in atto un cambiamento – febbrile e neppure così lento. Di fatto il genere ha una tradizione nobilissima e gode di ottima salute: lo dimostrano la proliferazione di riviste letterarie e la folla ammassata alle porte della litweb. Io dico che la cultura del frammento è viva e vegeta e tra un po’ se ne accorgeranno tutti.
Giuliana Zeppegno : Nella mia esperienza, il pregiudizio è più vivo che mai. Concordo pienamente con l’uso qui della parola “pregiudizio”. Credo che scelte un po’ più varie e coraggiose potrebbero far resuscitare sul lungo periodo un pubblico amante dei racconti che è esistito, in Italia, per anni.
Ma il preconcetto contro il racconto potrebbe anche avere a che fare con il prevalere oggi di un approccio “emotivo” alla lettura, dove ciò che conta soprattutto è “l’identificazione con il personaggio”, “la commozione” ecc., dimensioni che non sono precluse al racconto ma che sicuramente il racconto ha meno spazio per sviluppare.
Al momento le case editrici, con pochissime eccezioni, pubblicano esclusivamente racconti di autori e autrici stranier*, o di gente morta e famosa, o racconti che non sembrano tali, presentati magari come episodi di uno stesso romanzo.
Di lavoro sono autrice di testi scolastici: scrivo grammatiche e antologie di italiano per medie e superiori. Ebbene: nelle antologie, editori e insegnanti vogliono vedere racconti, perché così gli/le studenti leggono testi dall’inizio alla fine (l’etichetta “racconto integrale” è un plus negli indici delle antologie), ma poi di racconti contemporanei se ne trovano pochissimi perché appunto le CE di narrativa non pubblicano autori/trici contemporane*, così si finisce per antologizzare solo Čechov, Pirandello, Ortese…
Mauro Colarieti: Se l’editoria italiana ha spesso un rifiuto viscerale per le novelle e raccolte di racconti nostrane (con le dovute eccezioni, come Moscabianca, Revolver e Accento), il mondo delle riviste letterarie è ampissimo. Penso che non vendendo troppo come formati, le antologie e raccolte siano spesso progetti più spontanei e meno commerciali. Soprattutto con l’avvento dei social media, poi, si è creata una rete enorme di opportunità per tutti gli scrittori, anche esordienti assoluti, al di fuori del circuito editoriale tradizionale. Ai tempi c’era molto la concezione dello scouting attraverso le riviste, il venir “notati” dalle case editrici di romanzi grazie alla pubblicazione di racconti su testate et similia. Ora, mi vien da dire, c’è molto più focus sulla creazione di network tra gli autori stessi, il racconto diventa spesso anticamera del romanzo d’esordio. Ci si legge a vicenda, ci si aiuta come si può e, a parte certi palesi, patetici amichismi, quello delle riviste letterarie sta diventando un ambiente sempre più meritocratico e inclusivo.
Chiedo a ogni autore quali siano i racconti che hanno lasciato un segno indelebile nella loro memoria di lettori e a quali autori si siano ispirati.
Mattia Grigolo: ho un unico racconto impresso nella memoria, ma non perché sia il mio racconto preferito o perché credo sia il migliore racconto che io abbia mai letto. Semplicemente perché lo conosco, effettivamente, quasi a memoria: si tratta di “Ad Infinitum” di John Barth.
Amo profondamente il modo di intendere il racconto breve da parte di Lydia Davis, ciò che riesce a lasciarti appiccicato addosso.
Giluiana Zeppegno: Sono stata una grande amante di Borges, Cortázar, Buzzati. Ci ho scritto pure una tesi di dottorato. Ma vorrei menzionare l’ultimo libro di racconti che ho letto e che ho trovato semplicemente perfetto: “Dieci”, di Andrej Longo.
Mauro Colarieti: “L’uomo con la faccia gialla” di Anthony Horowitz è stato il mio vero trauma infantile. Altri racconti a cui ripenso spesso sono: “Tubi” di Etgar Keret, “Inventario” di Carmen Maria Machado e, sul fronte italiano, il racconto di Laura Marinelli “Bea ai confini della realtà”, su Narrandom. A livello di influenze, sono cresciuto con Roald Dahl e R.L. Stine, per poi passare a Stephen King e Dennis Cooper in adolescenza. Ora aggiungerei, tra le ispirazioni dei miei ultimi lavori, Carmen Maria Machado, Mona Awad e Édouard Louis.
Alessandro Fabris: se devo pensare a testi che hanno cambiato la mia vita, e sicuramente il mio modo di leggere prima e di scrivere poi, mi vengono certamente in mente più racconti che romanzi: penso ad esempio a Poe, a Borges, a Tobias Wolff, in Italia i primi libri di Giulio Mozzi. Più recentemente ho scoperto un autore che mi accorgo aver influenzato molto la mia scrittura: Juan Carlos Onetti. Visto che nel mio racconto presente su Obladì si parla di umanoidi, non posso non pensare infine a Philippe Dick e J.D. Ballard.
Cristina Pasqua: sono troppi, anche se ne ho tagliato un buon numero. Dico “Berenice” di Poe, “Liliana che piange” e “Lì, ma dove, come” di Cortázar; “Pasticcio di merli” di Carver; “Le rovine circolari” di Borges; “Un pomeriggio Adamo” di Calvino, “Qualcosa era successo di Buzzati”, “Come la faceva mammà” di Shirley Jackson e “The Breakthrough” di Daphne du Maurier, “L’ospite di Amparo Davila” e “La casa della compassione” di Camila Sosa Villada.
Quando scrivo non penso a un’autrice o un autore in particolare. Di sicuro, in molti s’affollano, qualcuno spintona, altri si cambiano di posto lungo il mio percorso di lettura. Sono convinta che, seppure lontana, l’eco delle voci di chi abbiamo amato a volte ritornano.
Giulio Iovine: Cortazar, Hawthorne, Kafka, Asimov, Boffa, Lovecraft sono gli autori di riferimento con cui ho cominciato a scrivere racconti.
Francesca Chiti: Domanda difficilissima a cui risponderò citando alcune delle raccolte che ho letto negli ultimi anni e che credo abbiano lasciato un’impronta nel mio cervello. Intendo quelle che mi hanno decentrata rispetto al mio asse per i motivi più vari:
“La lunga vallata” (John Steinbeck), “Il pugile a riposo” (Thom Jones), “Jesus’son” (Denis Johnson), “Tokyo Decadence” (Ryu Murakami) e “Felici i Felici” (Yasmina Reza), che non è proprio una raccolta, ma somiglia più a un romanzo di racconti. Menzione d’onore: “Il gorgo” di Beppe Fenoglio, un racconto che è un capolavoro, uno sfolgorante lavoro di cesellatura di uno dei più grandi scrittori italiani del secolo scorso.
Laura Bucciarelli: Molti autori hanno contribuito a questa visione. Il primo è stato Franz Kafka poi è arrivato Henry James e poi Raymond Carver, che ha cambiato le carte in tavola, e infine Lucia Berlin che sicuramente ha influenzato alcune delle mie ultime scritture.
No Comments